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Cinema

Alberto Sordi, la maschera che l’Italia ha meritato

Nasceva 100 anni fa Alberto Sordi. Ritratto sincero dell’attore più amato.

Diciamoci la verità. Non aveva il fascino magnetico di Marcello Mastroianni, la genuinità di Nino Manfredi, l’istrionismo di Ugo Tognazzi né i virtuosismi di Vittorio Gassman. Non era particolarmente bello e non è mai stato un attore particolarmente bravo. Eppure, nessuno meglio di Alberto Sordi è riuscito a vivere tutta la sua carriera in uno stato di totale simbiosi con il suo pubblico e con il carattere di un intero Paese.

È stato una maschera più che un attore. In una certa fase è stato una macchina sforna film più che un uomo. Ma negli occhi e nel cuore degli spettatori italiani lui, Albertone, ha sempre avuto un posto speciale, a prescindere dai ruoli e dai film interpretati.
Una maschera, anzi più maschere insieme: dal compagnuccio della parrocchietta degli albori della carriera a quella che più di tutte gli rimarrà impigliata addosso come una doppia pelle, quella dell’italiano medio, cialtrone, vigliacco e cinico, forte coi deboli e debole coi forti, servile e approfittatore che ha caratterizzato buona parte della sua carriera cinematografica, e che un po’ ha subito e un po ha saputo abilmente cavalcare.

L’uomo mascalzone che cerca senza successo di tradire la moglie è uno dei thopos più sfruttati sulla pelle di Sordi da parte dei produttori per buona parte degli anni 50, con titoli come Il seduttore di Franco Rossi del 1954, Lo scapolo di Antonio Pietrangeli del 1955, Il marito di Nanni Loy del 1957, solo per citare i più famosi, che sembrano singoli episodi di un unico grande film interamente incentrato sulla sua verve gigioneggiante.

Ha raccontato una Italia e una parte di italiani che sicuramente non si impressionavano vedendosi ritratti con tale precisione sociologica sul grande schermo, anzi, ne godevano edonisticamente. Ma per gli altri, quelli del “te lo meriti Alberto Sordi!”, il Sordi regista e il Sordi personaggio ha simboleggiato tutto il peggio che riscontravano nella società del tempo, un coacervo dei peggiori luoghi comuni e del peggior qualunquismo, riprodotti e quindi esaltati grazie alla potenza del mezzo cinematografico.
Non era un fustigatore dei costumi, non c’era la rappresentazione critica dei mali della società; Sordi, con sguardo sì sociologico, rilevava alcuni umori all’interno della società italiana del tempo, alcune spinte, alcuni tipi e metteva davanti a loro uno specchio.

Come ha saputo ben mettere in evidenza Pier Paolo Pasolini, “alla comicità di Alberto Sordi ridiamo solo noi: perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo”, e ciò probabilmente spiega meglio di qualunque altra ragione come mai il cinema di Alberto Sordi non sia mai riuscito ad imporsi all’estero oltre un certo livello.

Era un cinema tipicamente italiano che ha saputo toccare tutti i peggiori istinti di questo italiano medio, l’avidità, il conformismo, l’arrivismo, la sete di vendetta, la vigliaccheria; ha incrociato la Storia e lo ha fatto da protagonista, ma affrontandola sempre con quelle sue caratterizzazioni. Emblematica in questo senso è la cosidetta “trilogia della guerra” (La Grande Guerra del 1959 di Monicelli, Tutti a casa di Comencini del 1960 e Una vita difficile di Risi del 1961) in cui la commedia all’italiana tenta una svolta autoriale, prova a rileggere gli avvenimenti storici mettendo al centro l’uomo sordiano, riuscendo così a trasformare le tragedie in farsa.

Ed è proprio la farsa probabilmente la chiave di lettura più corretta, perché c’era sempre la rappresentazione farsesca dell’italiano tipo, c’era l’ironia innocua nel cinema di Sordi, ma raramente si riesce a trovare la satira di costume (alla Germi, ad esempio), e quando succede i risultati sono talmente felici che rimane il rammarico di non poterla vedere più spesso.

Film come Il maestro di Vigevano di Elio Petri, Il Boom di Vittorio de Sica – entrambi del 1963 – e Il medico della Mutua di Luigi Zampa del 1968, rimangono tuttora gli esempi più felici in questo senso.
Il maestro frustrato Antonio Mombelli, l’imprenditore in crisi Giovanni Alberti, il medico arrivista e senza scrupoli Guido Tersilli sono a loro modo le tre declinazioni sordiane del clima che si respirava in Italia in pieno boom economico.

A differenza del maestro elementare Mombelli che combatte ogni giorno per salvaguardare un briciolo di dignità in un contesto, la laboriosa e industriale Vigevano, in cui tutti si sono unificati alla logica industriale e speculativa, Giovanni Alberti e Guido Tersilli sono a loro modo due artefici del miracolo economico, lo cavalcano, lo determinano con diversi esiti: se il primo infatti è quasi schiacciato dall’assillo di dover essere per forza all’altezza di questa corsa all’oro (quando probabilmente non avrebbe affatto le capacità imprenditoriali necessarie a operare la svolta tanto agognata, un po’ ciò che accade al protagonista de Il Vedovo di Dino Risi del 1959), arrivando a vendere un occhio per salvare la sua posizione economica e sentimentale, Tersilli invece è l’arrampicatore sociale per eccellenza che nel boom degli anni ’60 trova lo spazio e l’ambiente adatto per soddisfare la sua ambizione, anche a scapito di colleghi e pazienti.

Ma se la rappresentazione dell’italiano medio è stata centrale per tutti gli anni ’60, il decennio successivo con la fine del miracolo economico e l’inizio degli anni di piombo porta anche all’esaurirsi del filone della commedia all’italiana e a un inasprimento dei contorni della maschera Sordi. Film come Detenuto in attesa di giudizio di Nanni Loy del 1970, Finchè c’è guerra c’è speranza diretto dallo stesso Sordi nel 1974 e Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli del 1977, esasperano modi e toni, incupiscono i temi; sopratutto in Un borghese piccolo piccolo il dramma dell’omicidio di un figlio viene mostrato con un patetismo ai limiti del melodrammatico finalizzato a preparare il terreno narrativo che legittimasse la spietata e crudele vendetta dell’uomo piccolo borghese di Sordi, in una delle sue migliori prove d’attore, va detto, che come un Charles Bronson all’italiana si fa giustiziere della notte, facendo assumere all’intera pellicola un insopportabile retrogusto vagamente reazionario.

Probabilmente la filmografia di Sordi non fa onore al suo interprete. Forse quel personaggio un po’ cialtrone e un po’ bambino, mascalzone e sfacciato, nato con Lo Sceicco bianco e sopratutto con I Vitelloni, film di Federico Fellini rispettivamente del 1952 e del 1953, doveva restare confinato a quei due, felici, passaggi cinematografici.
Certamente non può essere un caso se quando si è trovato a lavorare con i registi più importanti del periodo, da Fellini e De Sica, da Scola a Magni, da Monicelli a Risi, sia sempre stato impiegato in ruoli in qualche modo fedeli alla sua maschera.
Forse non era una maschera, forse Alberto Sordi è stato l’unico attore veramente fedele a un realismo che non è solo di facciata, ma è quasi connaturato alla sua persona, è insieme sociologico, psicologico, politico, umano.
Alberto Sordi è stato, sì, quello che l’Italia era. Si sono meritati a vicenda.

1 Commento

1 Commento

  1. alfredo

    15 Giugno 2020 at 17:41

    Lui non ha mai recitato. Ha solo interpretato se stesso. Lo specchio di quell’italietta fascio-democristiana.

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