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Un Weekend che va di male in peggio

Weekend, diretto da Mario Grandi, è un film carente sotto diversi punti di vista, e non cattura mai l’interesse dello spettatore.

Tempo di lettura: 4 minuti

Weekend è il titolo del film Amazon Prime Video disponibile dal 17 dicembre. Alla regia c’è Riccardo Grandi, che dirige il quintetto di protagonisti costituito da Lorenzo Zurzolo, Eugenio Franceschini, Filippo Scicchitano, Alessio Lapice e Jacopo Antinori. La vicenda si svolge in uno chalet sul Terminillo circondato dalle nevi, dove quattro di loro, rinchiusi, hanno un’unica possibilità di fuga: scoprire la verità sul loro amico Alessandro, morto anni prima nei pressi dello stesso rifugio in circostanze mai chiarite.

Le carenze strutturali di Weekend

Weekend è un’opera poco riuscita sotto diversi punti di vista. Grandi intende strutturare l’opera secondo le direttrici di un canonico thriller, ma gli ammiccamenti al coming of age, alla lunga, sono abbastanza evidenti. Il risultato complessivo è un miscuglio disorganico, una perenne oscillazione che abbozza (male) entrambe le cornici, senza riempirle di contenuti avvincenti. L’unico, esile nodo narrativo – la morte di Alessandro – non accende minimamente l’interesse dello spettatore, specie di quello adulto. E forse pure dell’adolescente, che potrebbe averne abbastanza del proprio, ennesimo ritratto generazionale come la quintessenza dell’alcolica e lisergica perdizione.

Una scena tratta da Weekend
Una scena tratta da Weekend

Ciò che penalizza di più questo Weekend è lo svolgimento orrendamente schematico. È fin troppo ovvio che nel quartetto di amici tutti potrebbero aver avuto un qualunque motivo per uccidere il povero Alessandro (motivi, lo confesso, per me inconcepibili, anche volendo fare un enorme sforzo mimetico nella mente del più paranoico, turbato o depresso tra gli adolescenti). Resta però quantomeno discutibile la scelta di passare ordinatamente in rassegna tutti i reclusi all’interno dello chalet, dei quali – con ingessata, mortificante metodicità – si offrono flashback e rimandi come nello svolgimento di un tema delle scuole elementari. Per ciascuno, il film detta gli ultimi istanti di quella sera, al solo scopo di accumulare tutti quei sospetti che, con cadenza matematica, verranno accreditati poco dopo sulle spalle di qualcun altro. Nessuna eccezione. La reiterazione è fordista, nel suo perenne, vuoto e insignificante ritualismo. Che sa tanto di grigiore burocratico.

“Problemi” di ocularizzazione e non solo

L’impostazione di Weekend si dipana da un cuore pulsante che risiede nell’universo e nell’immaginario adolescenziale. È quella la fase della vita che Grandi individua come matrice emotiva della vicenda, il perno dal quale il film non prende mai il volo, restandovi impantanato. Le scene dei quattro amici ancora molto giovani, sottolineate più che didascalicamente da una fotografia vivida che contrasta con le tonalità bluastre della vicenda che si svolge ad anni di distanza, sono sì minoritarie nell’economia filmica, ma custodiscono un imprescindibile indizio sul meccanismo di ocularizzazione del film. In altri termini, il rapporto dei quattro amici intrappolati nelle montagne (altro, immane sforzo di sospensione dell’incredulità) è prima di tutto e intrinsecamente ancora adolescenziale. Federico, Giulio, Michele e Roberto non si vedono da anni, ma le loro vite, pur biologicamente progredite, sono rimaste emotivamente e psicologicamente vincolate a quel famoso weekend a base di sesso, droga e alcol.

Il cast di Weekend
Il cast di Weekend

È forse in questo senso che il film potrebbe tentare di porsi come maldestra metafora del raggiungimento della maturità. La quale, appunto, non può che passare attraverso l’assunzione delle responsabilità e l’eventuale ammissione di colpe. Una metafora, questa, che qualora fosse nelle intenzioni del regista non farebbe che confermare quanto detto a proposito dell’ocularizzazione adolescenziale. Lo svolgimento tematico non fa che restare fedele a tutti gli stereotipi affibbiati alla generazione dei giovanissimi: insicurezza, sogni e illusioni sul punto di infrangersi col mondo adulto, amori tormentati. Nulla di tutto questo aggiunge o toglie alcunché alla monodimensionalità dei personaggi. Caricaturali, più che credibili. Solo il finale, che è davvero sorprendente, dona un pizzico di vigore a Weekend, ma il rischio è di arrivare in fondo veramente sfiancati da un’accozzaglia di spunti e inquadrature cucite insieme senza reale convinzione. Senza un barlume di animo, ma solo per adempiere ad uno stanco dovere narrativo.

Montaggio delirante e recitazione desolante

Due ulteriori note di demerito vanno fatte a Weekend. La prima riguarda sicuramente il montaggio. Ormai l’utilizzo di droni rientra a tutti gli effetti nel canone produttivo, e certe panoramiche non potrebbero essere restituite altrimenti. Lungi dall’esprimere giudizi sulla “cosa in sé”, credo che il frequentissimo utilizzo di questi totali tolga molta fluidità al racconto di Weekend. Tali establishing shot aerei intervengono spesso e anche fastidiosamente, specie nella prima parte. Tuttavia la loro funzione, credo, dovrebbe essere quella di offrire una visione d’insieme, un quadro complessivo dello spazio in cui l’azione ha luogo, non di intervenire come colpi d’accetta a disturbare la coerenza scenografico/narrativa dei (pochissimi) tratti salienti. L’impressione è quella di un mero sfoggio. O, peggio, di sterile riempitivo.

Una scena tratta da Weekend
Una scena tratta da Weekend

Poco di lusinghiero, infine, c’è da dire sulla recitazione del quintetto di attori di Weekend. I quali funzionano assai meglio nella parte dei giovanissimi belli, tormentati e dannati, anziché in quella degli uomini vagamente maturi. Ennesimo squilibrio interno per un Weekend che è nato male sin dall’inizio. E che purtroppo non viene soccorso nemmeno dai suoi interpreti, correi di una certa indolenza complessiva.

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