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Filippo Timi e Giovanna Mezzogiorno in Vincere

Anniversari

Vincere: rimuovere il passato per dominare la Storia

Usciva 10 anni fa il film che concludeva la personale trilogia di Bellocchio sul potere. Acclamato a Cannes, accolto con indifferenza e fastidio in Italia. Eravamo forse impreparati?

Tempo di lettura: 5 minuti

Lui e lei. Lei ama lui. Lui forse ama lei. Lei altèra ed elegante; lui fronte alta e mascella volitiva. L’incontro, l’abbandono, l’oblio. Inizio del ‘900; passioni esacerbate, furori bellici e vittorie mutilate. L’onda lunga della seconda rivoluzione industriale sullo sfondo, la minaccia o la speranza di una rivoluzione rossa.

Fiutare il secolo, prevedere i destini.

Lui vuole Vincere. Vincere su di lei, Vincere nonostante lei; Vincere contro Dio, contro la Patria e contro la Famiglia ma nel loro nome. Gridare viva il Socialismo, Viva la Repubblica, sfidare Dio, manifestare contro i governi dei padroni che preparano la guerra, minacciare di strangolare l’ultimo re con le budella dell’ultimo Papa, Lui che da giovane voleva diventare un musicista o uno scrittore, ma ha capito presto che sarebbe rimasto un mediocre, Lui che ha il terrore del tempo che passa, Lui che non sarà mai contento, che deve salire ancora più in alto, che sente il dovere di essere diverso da tutti quelli che accettano la propria mediocrità, oltre la morale.

Filippo Timi

Anche Lei vuole Vincere. Per suo figlio e per la sua vita. Perché non lo ha mai tradito, neanche con il pensiero. Perché lui o nessun’altro. Perché è la moglie e non può rassegnarsi. Perchè solo lei lo capisce profondamente. Perché lo ama. Perché Lei per prima ha creduto in Lui. Perché se lui è diventato quello che è diventato lo deve anche a Lei. Per questo va all’assalto, da sola, contro tutti. Benito e Ida.

C’erano tutti gli elementi del melodramma classico nel film che Marco Bellocchio presentava a Cannes 10 anni fa. L’Italia del 2009 era un Paese in transizione ma non sapeva di esserlo. Silvio Berlusconi era da poco più di un anno tornato a Palazzo Chigi alla guida di quello che sarebbe stato il suo ultimo governo con una gigantesca maggioranza parlamentare. La crisi economica internazionale esplosa nel 2007 stava lentamente cominciando a far vedere i suoi effetti erosivi sull’economia reale e sui processi democratici; il dibattito pubblico italiano si concentrava però sulla separazione del Presidente del Consiglio da sua moglie, mentre cominciavano a farsi sempre più insistenti le voci sulle ragazze che frequentavano le sue cene. È questa l’Italia in cui irrompe l’opera del Maestro di Bobbio, un paese frustrato, stanco, distratto. Il film, apprezzatissimo all’estero, viene ampiamente sottovalutato, se non addirittura strumentalizzato, in Italia, paese che riesce a rapportarsi con il Ventennio quasi soltanto in termini revisionistici.

Manifesto dell’atteggiamento mediatico/culturale nei confronti del film e più in generale della figura di Mussolini è la puntata di Porta a Porta del 9 maggio di quell’anno. Marco Bellocchio, Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi da una parte. Alessandra Mussolini, un carneade invitato in quanto storico dall’altra. Il tono è da bar: “Suo nonno non ne lasciava una” esordisce un Vespa ammiccante rivolgendosi alla nipote di cotanto nonno; “Guardando lui [Timi]che interpreta mio nonno giovane e guardando lei Vespa, doveva farlo lei! È tale e quale!” ribatte la nipotina, giocandosi subito quello che sarà uno dei leit motiv della intera trasmissione, la leggenda metropolitana secondo cui Bruno Vespa sarebbe il figlio illeggittimo del Duce.

Bellocchio e Timi

Bellocchio interviene poco, tutti e tre gli artisti intervengono poco; sono evidentemente dei mezzi, non il fine. Timi si dice “molto a disagio”; Bellocchio continua a toccarsi i capelli; Mezzogiorno si indigna di fronte alla negazione delle evidenze storiche. In collegamento da Trento interviene un anziano signore presentato come compagno di banco di Benito Albino. Alla fine una bella intervistina al volo a Marcello Dell’Utri, al tempo ancora a piede libero, noto bibliofilo e possessore dei diari di Mussolini, dalla stragrande maggioranza degli storici bollati come falsi, che spiega che il Duce “ ha perso la guerra perché era troppo buono e non era affatto un dittatore spietato come Stalin”.

Nel mezzo, racconti dei solidi valori della sua famiglia da parte della nipotina, che per tutta la durata della trasmissione continuerà volutamente a storpiare il nome della Dalser in Dasler, e aneddoti sulle file di donne smanianti di giacere con il Duce perché in fondo le donne sempre attratte dal potere, ieri come oggi. Operazione magistrale di strumentalizzazione del film: si cercava con una fava di prendere due piccioni, usare il pretesto del film per condurre la solita “operazione simpatia” della figura di Mussolini e al tempo stesso legittimare più o meno esplicitamente le condotte del Presidente del Consiglio.

Il tentativo di creare un parallelo tra le vicende mussoliniane e quelle berlusconiane andava per la maggiore nella stampa di quella primavera del 2009. Fu forse anche la ferma determinazione di voler guardare il film con le lenti dell’ideologia antiberlusconiana che contribuì a una certa sottovalutazione della valenza artistica dell’opera di Bellocchio. Così, mentre Natalia Aspesi su Repubblica metteva in parallelo Ida Dalser e Veronica Lario con terrificante disinvoltura (“Qualche aggancio col presente, con il muro mediatico che si è alzato contro una moglie che ha detto basta al matrimonio con l’ uomo che oggi in Italia è il più amato, il più ricco, il più ubbidito, il più potente?”. Sarebbe un’esagerazione, ammoniva esagerando), passava in secondo piano la magnifica fotografia di Daniele Ciprì, che ci regalava una formidabile commistione di buio e luce rendendo le scene in bilico tra il colore e un bianco e nero d’altri tempi, la miglior interpretazione della carriera di Filippo Timi, talmente intenso da ricordare addirittura Volontè, e il linguaggio futurista dell’intero film.

Giovanna Mezzogiorno

Siamo sul terreno delle rimozioni. Il duce decide di rimuovere Ida Dalser e tutto ciò che rappresenta, cosi come per il nostro Paese il Ventennio costituisce la rimozione per eccellenza, il periodo con cui non abbiamo mai fatto i conti e con il quale dovremo per sempre fare i conti.
Nelle intenzioni di Bellocchio e della straordinaria Mezzogiorno c’era evidentemente l’idea di costruire un personaggio archetipico, una eroina contro. Ma forse la figura di Dalser è anche qualcosa di più. Ida Dalser è sedotta, posseduta, illusa, violata, degradata, colpita e umiliata, abbandonata, reclusa, ingannata ed emarginata, indifesa, nuda, ingenua, a tratti masochista. Ama Mussolini, lo segue, lo insegue, lo copre quando è nudo, lo aiuta, lo supporta, lo finanzia, lo idolatra. Ida Dalser è quell’Italia.

In questo senso, due scene su tutte restano impresse nella memoria. Il matrimonio, solo sognato (?), tra Ida e Benito, ma anche tra l’Italia e il suo Duce, suggello e consacrazione di amore e percorso comune; e quasi a chiudere il cerchio della storia, la testa in bronzo di Mussolini schiacciata da una pressa, immagine definitiva, catartica: il simbolo del potere che ogni cosa ha schiacciato per venti anni finisce schiacciato dagli ingranaggi della Storia.

Timi e Mezzogiorno

È un cinema di immagini quello di Bellocchio; immagini che diventano visioni. I due personaggi che si incamminano per uscire da un palazzo, il passaggio davanti ad una bara vuota. Chi è il morto? È Mussolini che ha appena lasciato l’Avanti? È il partito socialista? È Ida? È il loro amore? È il destino dell’Italia? È la forza delle immagini la forza di Vincere. È del resto la forza di Bellocchio, al quale come a un moderno Caravaggio basta qualche pennellata per rimanere perpetuamente nella memoria visiva dello spettatore.

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