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Les Promesses a Venezia78

Cinema

Venezia78: “The Power of the Dog” e “Les Promesses”

A Venezia78 sono stati presentati i primi film, tra Concorso e Orizzonti: “The Power of the Dog” e “Les Promesses”.

Tempo di lettura: 4 minuti

Inizia il Concorso di Venezia78 e, unitamente, anche la sezione Orizzonti principia il suo viaggio fatto di titoli tutti da scoprire.

The Power of the Dog di Jane Campion – Venezia78

di Daniele Marseglia

Montana, 1925. I fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) portano avanti le attività di un ranch ereditato dai familiari. I due hanno condiviso per quasi 40 anni la stessa camera. Uno, George, è un uomo razionale e di buone maniere; l’altro, Phil, ha un carattere burbero, scontroso e irruente, nonostante tra i due sia colui che ha portato avanti con più successo il suo percorso d’istruzione. L’apparente routine fatta di pascoli e allevamenti di bestiame viene interrotta quando George conosce e successivamente sposa la vedova Rose, una donna del posto, che si trasferisce insieme al figlio Phil nel ranch dei due fratelli.

The power of the dog
Benedict Cumberbatch in The Power of the Dog (2001)

Jane Campion torna dietro la macchina da presa a distanza di una dozzina anni dal suo ultimo lungometraggio (Bright Star, nel 2009). Nel periodo tra un film e l’altro il premio Oscar per Lezioni di piano si è dedicata alla realizzazione della serie antologica Top of the Lake. Con The Power of the Dog – in concorso a Venezia78 e a dicembre su Netflix -, invertendo un po’ la sua classica inclinazione nel raccontare storie al femminile, adatta l’omonimo romanzo di Thomas Savage per incentrarsi quasi esclusivamente sulle dinamiche che riguardano dei protagonisti maschili. E’ una Campion meno – passateci il termine – sdolcinata del solito. Sul piatto questa volta ci sono tematiche forti e attuali quali la mascolinità tossica, l’accettazione del proprio essere e la violenza psicologica, nonostante la storia sia ambientata quasi un secolo fa nello stato del nord ovest statunitense.

L’inglese Benedict Cumberbatch si cala alla perfezione nei panni del rude cowboy del Montana, afflitto da un latente segreto che presto qualcuno scoprirà, mettendolo dinnanzi a un bivio: continuare a interpretare una parte ben precisa o uscire dal guscio per esprimersi liberamente. Difficile farlo quando tutti vedono in lui il maschio alfa, l’uomo con più carisma e virilità.
Sarà l’anima più giovane del ranch, l’apparentemente ingenuo e timido Peter (Kodi Smit-McPhee), orfano di padre, con ambizioni professionali elevate nell’ambito della medicina, a mettere Phil sempre sotto scacco, in un gioco che finirà per avere delle conseguenze impreviste.

Una scena di The Power of the Dog
Benedict Cumberbatch e Jess Plemons in The Power of the Dog (2021)

Al netto di una regia lineare, classica e pulita e di paesaggi mozzafiato (le riprese sono state effettuate nei territori neozelandesi), The Power of the Dog, suddiviso in cinque capitoli, si trascina fino al termine delle sue due ore e passa senza mai entrare più di tanto nel vivo. Le intimidazioni che il personaggio di Rose riceve da Phil non si giustificano così più di tanto nell’agonia che la donna vive ogniqualvolta essa lo vede o ne percepisce soltanto la presenza. I personaggi di contorno a Phil, poi, risultano essere soltanto delle bozze in cerca di una versione definitiva, che non arriva neanche quando iniziano a scorrere i titoli di coda. Voto: 5 e mezzo

Les Promesses di Thomas Kruithof – Orizzonti

di Vito Piazza

Les Promesses, film di Thomas Kruithof che apre la sezione Orizzonti a Venezia78, vede Isabelle Huppert nei panni di Clémence: sindaco dei sobborghi parigini dall’indole indomita e tenace, è impegnata nella complessa battaglia politica per salvaguardare gli interessi della comunità multietnica ed emarginata che rappresenta. Kruithof racconta una storia bivalente. Per un verso pragmaticamente sincera, nel franco e realistico ritratto che ritrae l’amara spietatezza della politica quotidiana, quella lontana dai palazzi del potere centrale. Per l’altro romanticamente auspicabile, nel rivelare il pervicace idealismo che tutti – utopisticamente – speriamo sia capace di subordinare le promesse e i diritti alle cariche personali.

Les Promesses
Isabelle Huppert in Les Promesses (2021)

Les Promesses, le promesse, appunto: sono questi i legami, in fin dei conti personali e diretti, a “fare” la politica, a evidenziarne il carattere interpersonale. Ma Kruithof guarda a questa politica ideale sempre attraverso la consapevolezza che tutto, nella politica, è frutto di un’invisibile partita a scacchi giocata sul filo di telefonate, compromessi, ricatti, veti incrociati, ripicche. Tutto contribuisce a creare quella zona grigia spesso ingenuamente ignorata, specie dai più giovani. I giochi di potere recitati, agiti e talvolta cavalcati a proprio vantaggio dalla sempre magnetica Huppert, fotografano una spregiudicatezza sulla quale Kruithof non indugia con indolente e insopportabile moralismo, ma con arguta e leggera – ma non per questo facile, né sciocca – ironia. È un film che non si prende mai troppo sul serio, Les Promesses, capace di parlare in maniera convincente di marginalità e di immigrazione. E di mostrare l’inefficacia dell’intransigenza morale e ideologica dei suoi adepti, visti, con tenerezza, come imberbi e (future) vittime (assicurate) di quella che un tempo si sarebbe chiamata Realpolitik. Per tanti motivi quello di Kruithof è un film intelligente, il cui spirito oscillante tra dramma e commedia ne cela anche i momenti di stanca. E aiutato, ça va sans dire, da un’attrice che riempirebbe lo schermo anche se non lo volesse. Voto: 6

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