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Venezia 78: “The Card Counter” e “Dune”

A Venezia 78 sono stati presentati in Concorso “The Card Counter” di Paul Schrader e Fuori Concorso l’atteso “Dune di Denis Villeneuve”.

Tempo di lettura: 4 minuti

Dune di Denis Villeneuve – Fuori Concorso

di Daniele Marseglia

Il cinema e Dune. Un connubio nato sotto i migliori auspici nei primi anni ’80 quando il produttore Dino De Laurentiis commissionò a un giovane David Lynch, idolatrato dalla critica per The Elephant Man, la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo che Frank Herbert scrisse nel 1965. Il risultato fu un flop clamoroso, con Lynch in completa rotta di collisione col suo produttore e un film che di lì a poco entrò a pieno titolo nell’alveo dei titoli scult del cinema contemporaneo.

A distanza di oltre 35 anni a riprovarci, dopo un altro tentativo fatto da Jodorovsky nel 2013, è un certo Denis Villeneuve, il regista canadese che ha messo la sua firma su pellicole di grande qualità – e successo – come Arrival e Sicario. Villeneuve si mette a lavoro su Dune appena terminato un altro film che dietro di sé si era appena portato un peso specifico non di poco conto – si parla del seguito di Blade Runner, non certo un titolo qualunque.

La storia racconta il viaggio di Paul Atreides (Timothée Chalamet), giovane talentuoso e considerato dalla sua stirpe l’Eletto, verso il pianeta Arrakis, dove la sabbia del deserto si mischia a un elemento prezioso e ambito da tutte le popolazioni che compongono la galassia: la Spezia. Guerre, razzie e quant’altro hanno portato il pianeta soprannominato Dune a vivere situazioni a dir poco tumultuose e instabili. Spetterà al giovane Paul dare un futuro migliore al pianeta, alla famiglia e al popolo che lo ha seguito fin lì.

Atteso da oltre un anno (la sua uscita è stato rinviata più volte causa pandemia), il Dune di Villeneuve è un gigantesco prologo di oltre due ore e mezzo in attesa che la storia entri poi nel vivo nel secondo capitolo (ancora da girare e non confermato dalla Warner Bros.). Presentato a Venezia 78 Fuori Concorso, Dune è in tutto e per tutto quello che viene dai più definitivo un blockbuster d’autore: effetti speciali, CGI, cast stellare si mischiano a riprese sopraffine, una colonna sonora di alto profilo (il solito Hans Zimmer) e a delle spiccate tematiche socio-politiche. Tematiche che hanno contraddistinto da sempre il successo e l’attualità del romanzo di Herbert, capace già negli anni ’60 di delineare perfettamente lo scenario geo-politico del ventunesimo secolo: gli scontri e i legami tra religione e politica, il colonialismo barbaro e, soprattutto, gli effetti devastanti dell’azione dell’uomo sull’ambiente.

Rebecca Ferguson, Zendaya, Javier Bardem e Timothée Chalamet in Dune (2021)

Il Dune di Villeneuve riesce a ingranare la marcia soltanto a intermittenza. I ritmi sono estremamente dilatati e c’è poco di epico anche nelle due scene di battaglia che si risolvono in quattro e quattro. Ma, come detto, siamo solo al primo capitolo di un’epopea che ha il delicato compito di alzare ancora di più l’asticella con i suoi seguiti. Le basi, nel frattempo, sono state gettate. Voto: 6.

The Card Counter di Paul Schrader – Venezia 78

di Vito Piazza

The Card Counter, film di Paul Schrader in concorso a Venezia 78, racconta la storia di William Tell (Isaac): una bugia, un’invenzione, un nome fittizio sotto il quale si nasconde un ex carceriere di Abu Ghraib, condannato per le numerose violazioni dei diritti umani delle quali si è macchiato. Riciclatosi come giocatore di poker e sopraffino “contatore” del blackjack, William incontra sul suo cammino l’orfano di un ex collega e torturatore, Cirk (Sheridan), ossessionato dalla brama di vendetta nei confronti del maggiore Gordo, vero (e impunito) mandante delle torture statunitensi.

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Oscar Isaac in The Card Counter (2021)

Un uomo solitario, il suo desiderio di andare avanti e guidare verso l’orizzonte. Un contesto culturale, quello statunitense, avvertito come la quintessenza della corruzione, dell’ingiustizia e della (più o meno esplicita) violenza. Un eroe sporco, insomma, dal passato tormentato che non smette di perseguitarlo e che pure tenta una tardiva espiazione. Sono diversi gli ingredienti che fanno di The Card Counter un film dalle marcate assonanze con la New Hollywood. Non stupisce, per uno sceneggiatore come Schrader, tra i pilastri di un movimento che ha cambiato per sempre la storia del cinema. Questo è un classico film “alla Schrader”. Non manca praticamente nulla che sfugga o che non risuoni del capolavoro diretto da Scorsese, Taxi Driver. C’è lo stesso sangue e la stessa vendetta, l’amara disillusione dostoevskijana dei vinti che comunque, proprio perché dolentemente vivi, tentano un ultimo colpo di coda. Non mancano le dissolvenze, la voce fuori campo, gli stessi ritmi estremamente dilatati e meditabondi.

C’è soprattutto l’accusa, sbandierata e reiterata, nei confronti della bandiera a stelle e strisce, vessillo ipocrita e perbenista. Schrader c’è e si sente tutto, quando fa dire al suo protagonista che il vero problema non sono le mele marce, ma i cestini che le contengono. C’è soprattutto tanta solitudine, e tutta la dolente forza del tipo umano schraderiano, quasi obbligato da un laico e sporco pegno col suo a continuare a respirare. A guidare, nonostante tutto. Ogni minimo fremito è inciso sul volto immobile di un impassibile e funereo Oscar Isaak, novello e rinnovato (ma più misurato) Travis Bickle. Normalizzando gli eccessi delle sue più feroci sceneggiature scorsesiane, Schrader si muove con atarassica imperturbabilità tra sentimento e maniera, imbellettando il suo registro quel tanto che serve a regalare al suo pubblico un’altra emozione. Forse più misurata e incanutita, ma per fortuna ancora pulsante. Gallina vecchia fa buon brodo. Voto: 6,5.

Leggi anche: la recensione di E’ stata la mano di Dio

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