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Una donna promettente, una variante cupamente comica

Il film di Emerald Fennell è una tenera apertura sullo scomodo tema della cultura dello stupro, raccontato attraverso uno spirito critico intriso di black humor.

Tempo di lettura: 8 minuti

Una donna promettente (in originale Promising Young Woman), nei cinema italiani dal 24 giugno, sprigiona un potenziale ascetico che ha voglia di rivelare sfacciatamente, senza aver bisogno della nostra approvazione. La storia di Cassie si accolla l’onere (ma anche l’onore) di sgravare spunti di riflessione autoptici che, in un decennio come questo di empowerment femminile, non possono non attecchire nelle coscienze più empatiche.

Ibrido filmico che saccheggia dal genere revenge la cieca pervicacia con la quale Cassie porta a termine il suo proposito, e dal genere pulp la crudezza disarmante dei topoi tematici dall’irrequieta carica psicologica, il primo film da regista di Emerald Fennell (l’ambigua Camilla Parker Bowles nella terza e quarta stagione di The Crown) cambia pelle, e anche più volte, mantenendo però sempre il controllo ferreo su cosa, come e quanto volerci mostrare. Ma forse, più di ogni cosa, Una donna promettente è un (non poi così tanto) velato cri du cœur, che esplode, sommesso e crepuscolare, riuscendo a far avvicinare il mondo al punto di vista della protagonista.

Promising Young Woman

Sovversive (e sovvertite) priorità

Cassie sta per tagliare il traguardo dei 30, ma lungi dal saggiare l’entusiasmo febbrile tipico di chi si appresta a scrivere un nuovo capitolo della propria vita, sperimenta consapevolmente uno sprezzante cinismo e un’abulia sentimentale nei confronti di tutto ciò che la circonda, persone, costrutti sociali, concetti astratti – come ad esempio l’amore. E’, in definitiva, una donna sola, senza un compagno, degli amici, un lavoro adeguato, nemmeno delle ambizioni future, nonostante il titolo la etichetti come una ‘donna promettente’. A colpire non è tanto lo stato catatonico in cui Cassie deambula, ma un’anodina accettazione del suo vissuto talmente insolita che inizia con lo stupire e finisce con il disagiare.

L’unica cosa che Cassie vive come un pungente impegno e che le risucchia tempo, energie e attenzione è l’appuntamento fisso nel club di turno, in cui si reca, fingendosi ubriaca, nell’attesa che un uomo le si avvicini e le offra solidale assistenza. Ma ogni volta sempre la stessa storia: puntualmente, chi si era offerto cavallerescamente di riportarla a casa per proteggerla da uomini ‘predatori’, finisce con l’approfittarsene lui. E quando, inaspettatamente, Cassie palesa la sua sobrietà proprio nel momento in cui le avance si fanno più spingenti, allo sgomento degli uomini segue sempre una vergogna di fondo che tutti cercano di celare con scuse e giustificazioni, mai convinti né convincenti.

Una donna promettente

Se in prima battuta l’approccio di Cassie sembra un giochetto sadico fine a se stesso, è in realtà un’operazione certosina – documentata con tanto di agenda – finalizzata a smascherare il prosaico perbenismo e la reproba doppiezza degli uomini. E’ qui che il film ha un cambio di rotta, spogliandosi dei connotati pseudo-comedy ed imbibendosi di una drammaticità che, nonostante la sua sottigliezza, è assai palpabile: Cassie si sente in colpa per non essere stata con la sua amica Nina che, sette anni prima, semi-cosciente ma incapace di poter reagire per la troppa ubriachezza, fu vittima di una notte di stupro continuativo perpetrato da parte degli allora compagni di college, e da loro vissuto come una semplice bravata. Alla violenza sessuale e alla ferita – mai rimarginatasi – che tale onta ha lasciato, seguì l’abbandono dell’università da parte di entrambe e, poco dopo, il suicidio di Nina.

Il raffreddamento sentimentale di Cassie dunque, lungi dall’essere una melensa presa di posizione sulla scia del fin troppo abusato #metoo, come i primi momenti del film ci hanno lasciato ingannevolmente immaginare, ha forgiato la sua validità nell’ingiustizia subita – e, per quanto denunciata, mai presa realmente in considerazione – di Nina. Infliggere una penosa umiliazione al malcapitato di turno è un modo sovversivo e bizzarro di riequilibrare il cosmo, di entrare in azione e adoperarsi, con gli interessi, come non riuscì a fare all’epoca per la sua amica.
Dopo lo svelamento del presupposto, Una donna promettente fa la muta per la seconda volta, quando lo spettro di ciò che è accaduto a Nina si riafferma prepotentemente, proprio sotto al naso di Cassie, consentendole di pareggiare definitivamente i conti con tutti coloro che sono stati i fautori, diretti o indiretti, dello stupro dell’amica.

Una donna promettente

Le dinamiche motivazionali di ‘Una donna promettente’

Se non si coglie l’essenza prima della storia, Una donna promettente rischia di abbracciare l’impopolarità: le idee disilluse di Cassie stigmatizzano, generalizzando, il modus vivendi dell’uomo come un mero fastello di pulsioni animali intrinseche e ingestibili, e questo potrebbe creare noia a chi, distinguendosi dalla massa, si vede puntato il dito contro in via del tutto pregiudizievole. Che il film affronti la cultura dello stupro perpetrato dagli uomini sulle donne, su questo non c’è ombra di dubbio, ma ne rappresenta un punto di partenza, non il nocciolo. Non c’è denuncia sociale sulla predominazione di genere perché la Fennell la definisce come uno status quo, qualcosa che esiste e, in quanto tale, da accettare. La chiave di lettura di questa prospettiva risiede nello spigoloso e salvifico black humor di Cassie, un meccanismo di difesa con il quale non nega la realtà ma ne prende le distanze, in modo da poterla tollerare, e quindi affrontare.

Se bisogna accogliere le incallite distorsioni sociali che vedono l’uomo sempre martello e mai incudine, la Fennell – attraverso l’icastico personaggio di Cassandra – suggerisce, come contraltare, uno step foward da parte delle donne consapevole e preponderante, che le spinga a scendere in prima linea e a fare gioco di squadra per ricucire quelle paure che, sperimentate o solo immaginate, si agganciano all’inconscio di tutte. Il problema di fondo, che disincentiva l’azione e che spesso la invalida come controproducente, è la scoraggiante rassegnazione che, come una sorta di staffetta invisibile, le donne si passano le une alle altre: è troppo curialesco il compito di chi si impone di rovesciare pattern relazionali insussistenti ma purtroppo ormai cronicizzati nella società odierna. Eppure il finale del film, dal sapore dolceamaro e che ci lascia vacillanti in preda ad un faticoso dispiacere (per certi versi), racconta di un’alternativa fattibile e meno utopistica di quanto ci si immagini, dove prestare il volto per una causa, pur agendo in solitaria, può davvero – anche se inaspettatamente – smuovere le acque.

Una donna promettente

La negazione dell’intenzionalità da parte degli uomini, quando Cassie chiede loro perché vogliano abusare di lei sfruttandone la momentanea vulnerabilità, è figlia di quel terrore che le persone provano di essere viste, e quindi di vedersi, come cattive. In un mondo in cui si naviga in un mare di costante incertezza, svegliarsi la mattina ripetendo a se stessi come un mantra di essere delle brave persone può davvero fare la differenza. Assumersi le responsabilità di aver commesso una violenza sessuale o anche di non averla impedita equivale a mettersi in discussione, a scoprirsi fallaci ed imperfetti, ad assumere una posizione critica nei confronti di se stessi, e Una donna promettente ci racconta che non tutti, su questa terra, dispongono degli strumenti adeguati per tale tipo di flessibilità cognitiva. Incredibile e spiacevolissimo che, mentre Al Monroe, lo stupratore di Nina, sino all’ultimo si discolperà senza sentirsi responsabile della sua morte, Cassie continuerà sempre, a causa della sua assenza, a sentire di aver avuto un ruolo nella vicenda.

La fisionomia metafisica del trauma

Persino la madre di Nina, cui Cassie va a fare visita, le suggerisce spassionatamente di andare avanti e riprendere in mano le redini di una vita ormai troppo fluttuante: adorava la scuola di Medicina e, da sempre, aveva il sogno di diventare dottore. La ‘donna promettente’ del titolo si sdoppia, così, in un duplice sottile significato: l’atteggiamento ostinato di Cassie dà ben a sperare per il futuro – ed infatti il finale lo dimostrerà appieno; è anche però una malinconica reminiscenza del passato, di quella donna che sarebbe potuta essere se l’ingiustizia non avesse colpito la sua amica e, come un boomerang, anche lei. Ma Cassie non mollerà mai la presa. Quella che, a primo acchito, può sembrare banale cocciutaggine, ha invece radici molto più profonde che fanno presa in un blocco emotivo che non le rende possibile concretizzare il superamento del trauma.

Una donna promettente

Il trauma sa travestirsi bene da qualsiasi cosa: da depressione, anedonia, ansia, rassegnazione, diniego. E se nessuno sa ammettere che ciò che è stato fatto a Nina è sbagliato, Cassie non potrà mai superare una cosa che, a conti fatti, sembra non esistere. Le resta, così, solo una crisalide di sensi di colpa spinosi che le prosciugano la linfa vitale e che sa trasformare in gesti di una rabbia meno incline alla violenza ma ricolma di livore, riversata su chiunque, in special modo su quegli estranei ai quali desidera far pagare i crimini commessi da altri. Nel mare magnum delle auto-riflessioni ispirate dalla storia, Una donna promettente ci consente anche di familiarizzare con un catalogo di momenti della nostra vita interiore che risultano molto più comuni di quanto ci si aspetti.

Inutile dire – ma lo facciamo comunque, per eccesso di zelo – che se il film riesce è grazie soprattutto alla prova recitativa di Carey Mulligan che interiorizza l’esperienza di Nina, restituendola allo spettatore in maniera cristallina ed autentica. Dopo essersi prestata ai ruoli più disparati, da Orgoglio e Pregiudizio a La nave sepolta, passando per An Education, Il grande Gatsby, Suffragette (ne citiamo solo alcuni per amor di brevità) con la sua tormentata e contraddittoria Cassie riesce ad avvicinarsi di un soffio all’ineguagliabile interpretazione della penetrante e disturbata Sissy Sullivan, sempre da lei interpretata, nel film Shame di Steve McQueen.

La mano caustica di Emerald Fennell

Una storia come quella di Cassie poteva essere partorita solo ed esclusivamente dalla mente e dal cuore brillanti di una donna, che nel film ricopre i ruoli del trittico ortodosso: sceneggiatrice, regista e co-produttrice (insieme a Carey Mulligan e Margot Robbie). Se in Una donna promettente Emerald Fennell esordisce dietro la cinepresa, aveva invece già avuto modo di spratichirsi con la sceneggiatura di 6 episodi della seconda stagione di Killing Eve, dal cui straordinario personaggio di Villanelle, la serial killer sociopatica (ma non solo), è chiarissimo che Cassie abbia ricalcato il sarcasmo sferzante e l’ironia sardonica che la rendono il cuore pulsante di questo film.

Cassie sembra ironica e per questo a tratti invitante, ma anche, a causa del suo stile di vita, banale e scialba. All’inizio viene raccontata come una donna che si trastulla nelle cose più superficiali di questo mondo: i capelli sempre perfetti, i vestiti trendy, la manicure coloratissima; un furbo escamotage impiegato per creare ancora più sorpresa quando si racconterà del suo trauma, perché difficilmente le persone identificano tutto questo come un appannaggio di cose serie. Ancora una volta in maniera velata e mai a gamba tesa la Fennell lancia un altro suggerimento, e cioè l’abbattimento delle barriere pre-concettuali, che in questo caso associano alla componente predominante dell’estetica una superficialità caratteriale. Persino la canzone ‘Stars Are Blind’ di Paris Hilton – personaggio dello show buisness oggettivamente consacrato alla bella presenza – che Cassie sente al supermercato quando è con Ryan, se ascoltata con attenzione, nasconde un messaggio più intimista.
Senza bisogno di girarci attorno: nulla di tutto ciò sarebbe potuto essere messo nero su bianco da un uomo.

Una donna promettente

Una donna promettente è un’apertura, connotata da tanta tenerezza, su di un tema scomodo che viene raccontato attraverso una variante critica, cupamente comica e mortalmente seria. Da sfondo, una stilizzazione degli ambienti – i cui colori tenui della caffetteria, quelli vividi dei locali e del travestimento finale di Cassie e il tocco rococò della casa dei suoi genitori hanno tratto ispirazione da film come Midsommar, The Killing of a Sacred Deer e Funny Games – e una musica dai connotati pop, come l’arrangiamento di It’s Raining Man dei titoli di testa e di Toxic nelle scene finali. Questa mistura stilistica avulsa da categorizzazioni iperstatiche e che non è mai indigesta ma, al contrario, bilanciata nei suoi elementi discordi, si prende gioco (senza malizia) dello spettatore con una sorta di ‘vedo non vedo’, come, un esempio fra tutti, nella scelta del simbolico nome della protagonista, ‘Cassandra’ – sacerdotessa greca del tempio di Apollo da cui ebbe la preveggenza di terribili sventure, e per questo invisa a molti – che velatamente e con occhio beffardo ne anticipa le sorti finali.

Niente di tutto ciò, nemmeno per un momento, sottrae ai temi affrontati la serietà che spetta loro. In questo Emerald Fennell, che nonostante il debutto merita un genuino ‘chapeau’, si mostra un’abile pioniera, l’inventrice, potremmo azzardarci a dire, di un nuovo sotto-genere filmico che ama guardare al sarcasmo come allo strumento del futuro per approcciarsi, in maniera matura, alle sofferenze della vita.


Una donna promettente (Promising Young Woman)
regia: Emerald Fennell
con: Carey Mulligan, Adam Brody, Laverne Cox, Chris Lowell, Bo Burnham
sceneggiatura: Emerald Fennell
anno: 2020
durata: 113 minuti


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