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Un colpo fatto ad arte: il mistero del furto all’Isabella Stewart Gardner Museum

La docuserie ricostruisce le vicende della rapina d’arte più grande della storia, tra Vermeer, Rembrandt, Manet e Degas ancora oggi dati per dispersi.

Tempo di lettura: 4 minuti

In fatto di documentari e docuserie, Netflix è sempre stato in prima linea, promotore di nuove possibilità di dialogo e comunicazione con il passato. Se all’inizio ha puntato l’occhio di bue su macrotematiche generali e collettive, nell’ultimo tempo ha inquadrato tra i suoi soggetti-oggetti gli episodi di nicchia (vedi SanPa, Amend), che perdono il taglio tipicamente storico, ma che, seppur in maniera secondaria, hanno saputo lasciare il segno per la loro singolarità.
Un colpo fatto ad arte: la grande rapina al museo è sicuramente il titolo più atteso tra le novità Netflix di aprile: disponibile sulla piattaforma dal 7 aprile, la docuserie stimola con fierezza la curiosità dello spettatore, portando all’attenzione dei più quello che è stato classificato come il furto d’arte più considerevole al mondo.

Un colpo fatto ad arte

Un rapina da 500 milioni di dollari

Boston, 1990. Nella notte a cavallo tra sabato 17 e domenica 18 marzo, l’Isabella Stewart Gardner Museum subisce, inaspettatamente, un indicibile furto. Influiscono di gran lunga sulla sua riuscita i festeggiamenti di San Patrizio, con frotte di persone riversate nelle strade, che avrebbero sicuramente tenute occupate gran parte delle forze dell’ordine. Doppiamente beffarda l’organizzazione della rapina: i ladri, come racconteranno le due guardie di turno quella notte al museo, erano travestiti da poliziotti.
A giocare un altro ruolo fondamentale, l’arretratezza tecnologica dell’epoca: negli anni ’90, con la computerizzazione ancora agli albori, il museo non disponeva di telecamere, ma solo di sensori di movimento, le cui registrazioni, tra le altre cose, furono prelevate dai rapinatori prima di andare via – indisturbati – con la refurtiva.

Per moltissimo tempo e da molti – fatto salvo i veri estimatori d’arte – l’Isabella Stewart Gardner Museum è sempre stato ritenuto marginale ed opzionale rispetto al primario Museum of Fine Arts, uno dei più grandi musei negli USA, cornucopia artistica con più di 450.000 opere d’arte. L’Isabella Stewart Gardner Museum (costruito nel 1896 dall’omonima donna da cui è tratto il suo nome), per quanto ridotto in termini di grandezza, collezione e varietà, rappresenta tuttavia non solo una testimonianza dal punto di vista architettonico – esso dispone di un cortile veneziano attorno al quale fu realizzata una casa-museo in chiaro stile Rinascimentale – ma, nel suo piccolo, fa splendere la poliedricità dell’arte, tra opere di stampo europeo, africano e asiatico.

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Tre dipinti di Rembrandt – tra cui il suo unico paesaggio marino, Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, un paesaggio di Flinck, Il concerto a tre di Vermeer, Chez Tortoni di Manet, alcuni eidotipi di Degas, un vaso cinese e altri monili minori. Tredici opere (il cui valore è stato stimato intorno ai 500 milioni di dollari), un numero esiguo se si relaziona alla totalità del museo, ma cospicuo in termini di conseguenze: oltre a ridurre la collezione dell’Isabella Stewart Gardner Museum, il furto danneggerà definitivamente la loro fruizione da parte della collettività. Nonostante i dieci milioni di dollari offerti come ricompensa e l’intervento attivo delle due case d’aste più famose al mondo, Christie’s e Sotheby’s, le opere, infatti, non sono mai state ritrovate. Nemmeno una.

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Tra speculazioni e congetture

Un colpo fatto ad arte: la grande rapina al museo parte dal racconto dell’episodio e cerca, in un secondo momento, di districarsi tra le teorie più plausibili, senza disdegnare quelle più arzigogolate in termini di fattibilità. Perché i rapinatori non hanno ucciso le guardie di turno quella notte? Perché non rubare il Ratto di Europa di Tiziano, l’opera di maggiore valore dell’intera collezione? E come sono riusciti a restare nel museo per ben 81 minuti, a tagliare i dipinti dalle cornici, del tutto noncuranti della possibilità che la (vera) polizia sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro?

Mixando sapientemente filmati, fotografie e registrazioni dell’epoca con recitazioni attoriali che ripropongono in maniera romanzata gli eventi, e con interviste a chi, volente o nolente, ha avuto un ruolo nella vicenda (come l’allora direttrice del museo Anne Hawley, una delle due guardie, Rick Abath, numerosi giornalisti del Boston Herald che seguirono l’accaduto e ne disquisirono a riguardo, e agenti dell’FBI che si occuparono direttamente del caso) gli episodi ricostruiscono le vicende presentando i papabili sospettati, tra mandanti ed esecutori del furto.

Si parte dall’ipotesi più semplice e plausibile, quella del coinvolgimento di Rick Abath, hippie scapestrato e dedito all’ozio – anche e soprattutto durante i turni di guardia – e si finisce con il lasciare ampio spazio al crimine organizzato italiano di Boston, la New England Mafia. Era usanza comune, infatti, che i quadri di alto valore venissero spesso presi ‘in pegno’, qualora fosse necessario saldare un debito, e quindi è possibile che il furto sia stato messo in atto per procurarsi un’assicurazione da fornire a chi aveva da riscuotere denaro. Molti boss della mafia, spesso, amavano anche però implementare costantemente la loro vanagloria, e non è da escludere che qualcuno di questi quadri sia stato rubato per essere semplicemente appeso alla parete del proprio salotto.

Un colpo fatto ad arte: la grande rapina al museo è un true-crime, una docuserie che quasi strizza l’occhio al gangster movie, ma che si perde assai sul finale, incrociando in maniera un po’ confusionaria tutte le teorie macinate nel corso di questi trent’anni, e riassumendo sommariamente le speculazioni – forse quelle più interessanti – su quali voli pindarici e transoceanici abbiano fatto i quadri, avvistati in ogni parte del mondo, dall’Africa al sud America e all’Europa.
Restano forti la fame di verità – che a trent’anni dalla vicenda non è stata ancora saziata – e un amaro in bocca di irrisolto e beffarda ingiustizia, oltre a quelle cornici vuote, ancora oggi appese alle pareti, nonostante la mancanza del loro contenuto, testimonianza epidermica di quel danno subito che echeggia tuttora potente. Perché anche l’assenza sa avere il sapore di presenza.


Un colpo fatto ad arte: la grande rapina al museo
regia: Colin Barnicle
episodi: 4 – da 50 min. cadauno
disponibile su: Netflix
trama: Boston, 1990. Nella notte a cavallo tra sabato 17 e domenica 18 marzo, l’Isabella Stewart Gardner Museum subisce, inaspettatamente, un indicibile furto: Rembrandt, Flinck, Degas, Manet e Vermeer sono tra le opere più importanti trafugate. Mixando sapientemente filmati, fotografie e registrazioni dell’epoca con recitazioni attoriali che ripropongono in maniera romanzata gli eventi, ed interviste a chi, volente o nolente, ha avuto un ruolo nella vicenda, la docuserie si propone di ricostruire le vicende, tra speculazioni, congetture ed ipotesi.


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