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The Undoing con Hugh Grant e Nicole Kidman

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The Undoing: il braccio di ferro tra emotività e razionalità

In onda dall’8 gennaio su Sky, The Undoing è un thriller che si spinge a decostruire le monolitiche certezze del matrimonio.

Tempo di lettura: 4 minuti

Per quanto cercherete di allontanarlo, ritornerà prepotente durante la visione dei sei episodi questo pensiero: The Undoing è un perfettissimo mash-up seriale tra Gypsy (serie originale Netflix del 2017 con protagonista Naomi Watts) ed il più notorio e stimato Big Little Lies.
La protagonista della storia di The Undoing è piuttosto conforme al personaggio della Watts: entrambe psicoterapeute ed entrambe turbate da un evento sul quale non hanno saputo mantenere il controllo; da Big Little Lies, invece, The Undoing taccheggia, in maniera dignitosa, tanto la Kidman quanto lo stereotipo di donna da lei interpretata, bellissima, ricca, con un marito esemplare ed una verità traumatica da scoprire.

Decentrarsi dai paragoni

Dopo un’introduzione in cui abbiamo giocato di parallelismi, vi chiederete: perché allora vedere The Undoing? Facciamo un passo indietro: i punti in comune con BLL sono bestiali, a partire dallo sceneggiatore, David E. Kelley; ma non dobbiamo dimenticare che il soggetto di The Undoing è tratto dal romanzo Una famiglia felice di Jean Hanff Korelitz, quindi più che una spenta originalità della sceneggiatura, ci vedrei da parte di Kelley solo un ossessivo feticismo per i drammi matrimoniali. Scongiurata la sua originaria mancanza di fantasia, la miniserie batte il chiodo su due aspetti: da un lato, l’appartenenza al genere thriller, per cui, nonostante il cliché ormai nauseabondo del marito fedifrago, si va avanti spinti dal tassativo bisogno di capire come la storia si chiude; dall’altro il lodevole ed inappuntabile risultato attoriale di Hugh Grant.

The Undoing

Per le inguaribili romantiche nate negli anni ’90, Hugh Grant sarà sempre il rubacuori Daniel Cleaver de Il diario di Bridget Jones, lontano anni luce dal personaggio drammatico di The Undoing che, invece, presenta svariati livelli di complessità incatenati e discordanti tra di loro: Jonathan Fraser è un oncologo pediatrico oltre che rinomato, anche ampiamente stimato. Ha la classica vita perfetta che tutti, ammettiamolo, sogniamo: un modesto ma confortevole appartamento a New York, una moglie spettacolare e in carriera, Grace, e un figlio, Henry, precocemente brillante. È gentile, generoso, costantemente allegro e, per il lavoro che fa, empatico fino al midollo.

Come un fulmine a ciel sereno, Jonathan viene accusato dell’omicidio di una donna, Elena Alves, il cui figlio frequenta la stessa scuola privata di Henry ed aveva precedentemente necessitato di cure oncologiche. Si scopre che così Jonathan ed Elena si sono conosciuti, divenendo poi amanti, e che i due si sono incontrati la sera in cui Elena è morta. Qualche giorno prima Elena tenta di approcciarsi a Grace, molto probabilmente per confessarle l’adulterio del marito. Ma i pochi dialoghi tra le due sono sterili ed inconsistenti; la vera comunicazione non è verbale, ma si serve degli sguardi, maliziosi e marcatamente ambigui di Elena, sperduti quelli di Grace. E prima che Grace riesca realmente a comprendere cosa Elena voglia cavare da lei, la donna viene assassinata.

Decostruire le monolitiche certezze del matrimonio

Durante la visione di The Undoing agli spettatori tocca il coatto compito di emanare la secca sentenza per Jonathan: colpevole o innocente. Sei episodi potrebbero sembrare pochi per adempiere a tale simbolico incarico, ma sono abbastanza sufficienti per snocciolare una serie di plot twist presentati in maniera interessante nonostante la loro cristallina banalità. Gli eventi spargono il seme del dubbio ripetutamente per poi, nel momento successivo, farci cambiare idea ed imbrogliare mente e cuore, spingendoci alla ricerca di un (nuovo) vero responsabile. Questo perché, nonostante le numerosissime prove schiaccianti a favore della colpevolezza di Jonathan, persino quando, ammettendo alla sbarra dei testimoni di aver portato il suo smoking in lavanderia il giorno dopo la morte di Elena, non solo continuiamo a credere sinceramente alla sua innocenza, ma tifiamo persino per lui.

The Undoing

La vera protagonista di The Undoing, però, è la crociata emotiva nella quale Grace milita, nel tentativo di convincersi dell’innocenza del marito. La posizione finale alla quale approda è raggiunta non tanto tramite competenze psicoterapeutiche – delle quali non si avvale mai e quindi un surplus decisamente fuori luogo – quanto grazie allo spirito guida di un viscerale sesto senso. Sino all’ultimo momento Grace sarà combattuta tra i tendenziosi atteggiamenti del marito che continuano a gettare fumo negli occhi e l’evidenza dei fatti, sulla quale spesso soprassiede per incredulità ed amore.

La recitazione di Nicole Kidman dovrebbe cooperare per farci intuire ancora di più il tribolatissimo tormento di una donna alla quale sono nullificati costrutti mentali e relazionali, ma non funziona granché. E non funziona per un motivo molto semplice: troppe sono le volte in cui abbiamo già visto una Kidman alla quale è stato chiesto di sgranare gli occhi, trattenere sospiri tra le labbra, versare lacrime senza che nemmeno un muscolo del volto si contragga. Fatti salvi i primi momenti in cui ha bisogno di rodare e si abbandona a qualche scenata un po’ più sopra le righe, sarà poi troppo marmorea, stucchevole, impassibile, quando invece qui calzava a pennello una donna che sarebbe stata molto più convincente se nelle segrete di casa sua avesse smesso di mangiare, dormire e fare il bucato, mantenendo però fuori sempre un supremo decoro.

The Undoing si differenzia dagli altri drammi di sotterfugi e tradimenti perché lascia ampio spazio ad una tematica che rivela quanto sia più facile mantenersi coerenti con l’idea che ci si è fatti di una persona, piuttosto che mettere in discussione le ferme certezze sulle quali sono stati costruiti, a strati, un rapporto di fiducia, di amore, di matrimonio ed infine di genitorialità. Contemporaneamente, tuttavia, il personaggio di Jonathan emerge e si impone anche il suo punto di vista, che mette in discussione aspramente l’inflessibilità con la quale si è pronti a stigmatizzare chi commette un unico e solo sbaglio nella propria vita. Il suo crollo emotivo suggerisce velatamente la necessità che venga messa in campo un’indulgenza se non altro almeno provvisoria, che aiuti a comprendere quanto sia fondamentale imparare a cogliere le sfumature di grigio tra l’irriducibile compiutezza del bianco e del nero.

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