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Jude Law in The Third Day

Recensioni

The Third Day, un allucinogeno panegirico sul misticismo

The Third Day è una paniccia di thriller, giallo visionario e noir che sembra aver accolto la lezione onirica della paranoidea regia di David Lynch.

Solo 9 mesi fa Jude Law vestiva i panni di Lenny Belardo in The New Pope, un papa il cui operato era costantemente contrassegnato da ambiguità e controversie. In The Third Day, invece, alla solennità del giovane papa di Sorrentino si contrappone l’anonimato di un uomo qualunque (Sam) che traina faticosamente con sé le reliquie di una vita che appare lontana nel tempo e nello spazio.

Non ci meraviglia più di tanto che Jude Law sia riuscito ancora una volta a farsi calzare a pennello un altro singolare ruolo; nella sua quasi trentennale carriera ha saputo già innumerevoli volte sfoggiare brillantemente la sua poliedricità artistica saltellando da un ruolo iconico ad un altro, come il categorico Alexei Karenin di Dostoevskij, l’esasperato John Watson di Conan Doyle, il leggendario Albus Silente della saga fantasy più famosa di sempre -solo per citarne alcuni.

La serie segue le vicende di 2 personaggi diversi – Sam ed Helen- inquadrati nei momenti storici in cui le vivono: Summer e Winter. In Summer (primi 3 episodi), come veniamo a conoscenza sin dall’inizio, Sam sta cercando di liquidare una serie di problemi finanziari dai quali sembra essere stato vorticosamente risucchiato. Nonostante l’impellenza di risolvere la faccenda, Sam è altrove, in una radura boscosa nella quale vaga afflitto e sofferente.
Già dalle prime scene intuiamo la sottile doppiezza che caratterizzerà tutta la miniserie: Sam, con in mano una maglietta appartenuta sicuramente a un bambino, piange lacrime amarissime mentre ascolta “The dog days are over” dei Florence + The Machine – una canzone che, al di là del sound molto ritmato inadatto per un momento di cavernosa catarsi come la sua, è un beffardo paradosso perché inneggia alla fine dei giorni difficili.
Mentre è sulla strada di ritorno verso la sua auto si imbatte in un’adolescente che inaspettatamente tenta il suicidio impiccandosi. Nel momento stesso in cui la salva Sam si sente ufficialmente responsabile per la salute della ragazza – non solo quella fisica- e decide di accompagnarla dove vive, sull’isola di Osea, collegata alla terraferma da un’unica arteria stradale che, per la maggior parte della giornata, in balia dell’alta marea, è sommersa dalle acque e quindi impraticabile.

Ad accogliere Sam sull’isola una piccola comunità di abitanti a primo acchito benevoli ed affidabili. Eppure la loro percepibile ostilità dissimulata, la disponibilità eccessivamente leziosa e un marcato sciovinismo ce li fanno al contrario associare ai cattivi dell’espressionista Fritz Lang reinterpretati in chiave moderna e a colori.
Tra tutti emerge Jess (Katherine Waterston) che non è un abitante del posto ma una studiosa che si trova sull’isola in occasione del festival cittadino e con la quale Sam ingaggia una relazione inaspettata ma sincera.
Sospetta è anche la smisurata devozione verso un Dio il cui culto si amalgama armoniosamente con credenze popolaresche e autoctone la cui eccentricità spesso è sul punto di sfiorare la blasfemia. Si vive omaggiando la gentilezza e reputando la necessità della sofferenza della carne come unico espediente per la salvezza.

Una scena di The Third Day

In maniera ininterrotta il tema della religione si ripresenterà come un ritornello; più ci si sofferma su riferimenti religiosi, più ci si destreggia nella loro ricerca – come fossero indizi per una caccia al tesoro: Sam, il samaritano che salva la ragazza; la strada che conduce a Osea, simbolo di purificazione; le cavallette in cui Sam spesso si imbatte che rimandano alle piaghe dell’Antico Testamento; persino il titolo della miniserie – The Third Day – fa riferimento alla resurrezione dopo il terzo giorno.

Da questo momento in poi The Third Day si trasforma in una paniccia di thriller, giallo visionario e noir, un panegirico allucinogeno in cui è il racconto al servizio della regia e non il contrario, come se l’entità della serie la facesse non il cosa raccontare ma il come raccontarlo.
La narrazione abbonda eccessivamente di contenuti folkloristici, occultisti ed esoterici che sembrano aver accolto la lezione onirica della paranoidea regia di Mulholland Drive e Twin Peaks. Ciò che discrimina la serie rispetto ai prodotti lynchiani (specie TP) è la credibilità di ciò che viene raccontato: mentre le vicende di Dale Cooper sembrano (e sono) prive di senso alcuno, mantengono comunque una ratio lineare e consequenziale; in The Third Day invece si alternano disorganicamente crisi psicotiche, visioni stroboscopiche, pratiche mistiche e trip sotto l’effetto di droghe che necessitano più di un punto di ago e filo per restare concatenati.

Naomie Harris

In Winter (ultimi 3 episodi) Sam lascia la staffetta a Helen (Naomie Harris), una madre che assieme alle sue 2 figlie si reca sull’isola per festeggiare il compleanno di una delle 2, o almeno questa sembra la principale intenzione. Sam e Helen sono molto diversi: il primo è un uomo insicuro, mansueto e fiducioso; la seconda invece è decisa, coriacea e inclemente. La differenza si riflette anche sulla comunità di Osea, che si sforza di mostrare cordialità a Sam ma non lo fa con Helen. Persino la regia si capovolge: ai picchi sistolici carichi di tensione dei primi episodi si sostituisce una fluidità narrativa posata e placida negli ultimi 3. Ciò che accomuna i due personaggi è (almeno all’inizio solo) l’isola di Osea, l’attraente femme fatale dalla quale Sam vorrebbe scappare il prima possibile e alla quale Helen si sente legata fin quando non raggiungerà il suo obiettivo.

In definitiva The Third Day vanta un cast omogeneo – tra cui spicca anche Emily Watson – e una raffinata regia fatta di scene propulsive, colpi di spalla mancante, inquadrature di quinta e montaggi dinamici ma che si perde troppo in soverchie ingenuità sofistiche.

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