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John Malkovich in The new pope

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The New Pope: il papato secondo Paolo Sorrentino

The New Pope di Sorrentino offre un’opera visivamente straripante, ma con qualche incertezza narrativa e strutturale

Con la conclusione di The New Pope, Paolo Sorrentino si congeda momentaneamente dal papato e dal pubblico con un’opera visivamente sfrenata e straripante, spesso frammentaria e con qualche incertezza, con un’azzeccata riflessione sul ruolo del potere, mediatico e spirituale.

GIGANTISMO SORRENTINIANO

Già all’anteprima veneziana avevamo intuito che il secondo papato targato Sorrentino potesse essere vittima di quel gigantismo al quale il regista è spesso prono, anche solo dal punto di vista figurativo. Stavolta, però, quella barocca magniloquenza che trova in chi scrive uno dei più ferventi ammiratori finisce per avvolgere tutto, compresa l’intelaiatura tematica e strutturale che pare frammentata, ondivaga, difficilmente arginabile. Formalmente, The New Pope si è rivelata un’opera più disomogenea e intermittente della prima. Il materiale è talmente tanto da richiedere uno sviluppo frenetico persino all’interno di un format seriale, che, nell’occasione, funge più che altro da una camicia di forza. Sorrentino, Contarello e Bises intendono dire molto, anche a costo della coerenza, dell’approfondimento o della verosimiglianza.

Silvio Orlando e  John Malkovich in The new pope
Silvio Orlando e John Malkovich in una scena tratta da “The new pope”

Eloquente è la quantità esorbitante di personaggi, eventi e dinamiche che vengono stringati nel primo episodio: l’elezione di un nuovo pontefice, la sommaria disamina del suo papato e la sua prematura scomparsa, con le divagazioni del conclave e la conoscenza di ingombranti eminenze grigie intorno a San Pietro. Troppo, e tutto troppo in fretta, come spesso accade nel corso della stagione. Intorno al candido alveare della Santa Sede ronzano mille api, il più delle volte marcescenti: star in declino e suore/suffragette, puttane sante e malati, immigrati e uomini dell’alta finanza, oltre ai soliti cardinali e uomini di chiesa. Tra i personaggi prevedibili e inefficaci (Tomas Altbruck), e quelli irritanti e inutili (il cardinale Hernández), si insinuano sotto-trame che sfociano nell’incredibile (tutta la traccia del “falso” fondamentalismo islamico) e trovate più che inverosimili (il conto alla rovescia scandito dal respiro di Pio XII). Non sempre mille voci fanno un coro, né mille pianeti un’ordinata galassia. Se non è proprio un big bang, siamo in odor di caos.

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LA METAFORA DELLA VISIONE, LA SEMANTICA DEL POTERE

Il papato di Pio XIII era stato un centro di gravitazione dall’enorme forza centripeta e metaforica. L’impenetrabile divismo mediatico di Belardo fagocitava tutto, dando un’idea più che chiara del tipo di fenomeno indagato da Sorrentino: quello del potere, e dell’uomo inadeguato chiamato a misurarvisi in un rapporto personalissimo e quasi agostiniano, prima che istituzionale. Parallela, ma non dissonante rispetto ad essa, correva un’altra traiettoria dal sapore meno mediatico e più intimista. Era quella che accomunava santi e inetti, miserabili, novizi, religiosi, politici, donne, uomini e omosessuali, tutti impegnati in una sorta di risveglio, di viaggio a ritroso alla scoperta dell’ineffabile. Un’ineffabilità che i più sperimentavano nell’insaziabile curiosità di dare un volto ad un papa per la prima volta inaccessibile, o di accedere alla chiesa attraverso la strettissima porta edificata da Pio XIII; che un numero esiguo di cardinali e chierici pativano in una specie di ritorno al canone, di riscoperta di un’antica e forse perduta spiritualità; e che uno solo, il papa, esperiva in una continua tensione al grembo materno e nella necessità di rielaborazione del trauma. Di mistero in mistero, di invisibilità in insondabilità, The Young Pope tesseva i cerchi concentrici sempre più stretti e ripidi, reggendosi su una logica autarchica e gravitazionale.

John Malkovic, Silvio Orlando e Jude Law in The new pope
John Malkovic, Silvio Orlando e Jude Law sul set di “The new pope”

The New Pope, di contro, soffre probabilmente dell’inversione di rotta, e cioè di una metaforica scelta di svelamento. Ciò ha significato mostrare presto il volto del papa, spiegare e definire la sua politica e la sua personalità ancor prima che fosse eletto. Non solo, com’è ovvio, a noi spettatori, ma principalmente al mondo diegetico, partendo dai cardinali fino ad arrivare ai fedeli. Giovanni Paolo III incarna una via media sempre visibile, perennemente mostrata, mediaticamente meno astuta e in tal senso più rozza, liquidata come fosse un nodo da districare in fretta. Svanito il mistero dell’inviolabilità e della semi-inaccessibilità – che è il nucleo stesso della religione – il nuovo papato ha ben poco spazio di manovra. L’attenuazione del mistero papale spoglia di ogni altra spiritualità la ricerca personale, intima e multipla delle trascendenze dei singoli personaggi. Pio XIII era «una contraddizione» evidente eppure magnetica, che oscillava (sempre sopra le righe) tra l’uomo religioso e quello di spettacolo dall’alto del suo narcisismo egocentrico. Giovanni Paolo III è un uomo più normale perché svelato, e per di più svelato in fretta. A The New Pope rimane quindi il gravoso compito di non poter fare a meno di essere centrifugo, di essere sviscerato nelle non sempre concludenti e conclusive relazioni con il mondo esterno, con quelle personalità provenienti dalla finanza o dal terrorismo globale, con le questioni domestiche di quell’oscura borghesia infiacchita e incancrenita che cerca a casa propria il proprio miracolo, lontano dal centro gravitazionale della Santa Sede. Ad attraversare tutto, a intrecciare i destini delle due serie, il solitario occhio della cinepresa (e quindi del pubblico), sollecitato più dal Sorrentino regista che scrittore in una riflessione sul ruolo mediatico del potere e sugli effetti della sua visibilità.

GLI INCOSTANTI E SPARUTI SPRAZZI DI VERITÀ

Pur lavorando poco sull’inaccessibilità, sull’intransigenza e sull’imperscrutabile marzialità del canone, Sorrentino, Contarello e Bises collocano Sir John Brannox nella stessa scia del suo predecessore Lenny Belardo. È l’uomo, con la sua esistenza privata, i suoi traumi e le sue gioie a essere determinante nel suo personalissimo approccio al papato, concretizzazione di un potere più universale. La dinamica, anch’essa plausibilmente universale, è quella di una «persona fragile, delicata come una porcellana» alle prese con un potere enorme, irrigidito da secoli di storia e irreggimentato in convenzioni eterne che mal si adattano all’inconfessabile segreto dell’inadeguatezza. John e Lenny, uomini soli prima che papi, non sono altro che l’inevitabile risultato di un passato che li condiziona, creandoli e distruggendoli con i suoi andirivieni emotivi.

John Malkovich in The new pope
John Malkovich in una scena tratta da “The new pope”

L’infanzia e la giovinezza di entrambi, probabilmente, sono le finestre attraverso le quali occorre guardare in cerca della chiave per aprire lo scrigno delle loro barocche personalità. In linea con la maggior parte delle personalità sorrentiniane, il segreto e la verità giacciono silenti, lontani dal clamore e dalla diplomazia, ben nascosto sotto il chiacchiericcio e le maschere ufficiali. Protetti e reconditi, tali segreti vengono mostrati e quasi mai verbalizzati, consegnati allo spettatore sottoforma di immagini altamente evocative, sebbene sovrabbondanti. Sono questi sparuti, incostanti sprazzi di bellezza e sincerità a restituire la vena più intima di Sorrentino, oltre che dei suoi personaggi. Al di là dell’evidente frammentarietà narrativa, di un racconto che sembra esondare i limiti (pur generosi) del format, Lenny e Sir John sono due declinazioni tipicamente sorrentiniane, capaci di incollare allo schermo soprattutto quando meditano lontani dalle rispettive maschere e dai clamori mediatici di turno.

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