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The Lost Daughter, la figlia perduta di Maggie Gyllenhaal tra rimpianto e riscoperta di sé

Tempo di lettura: 5 minuti

‘Che gli attori facciano gli attori’. Un’idea che, per quanto impopolare per la sua rigidezza, è però condivisa da molti. Spostarsi dietro la macchina da presa, per loro, è quella operazione che li posiziona su di un nuovo fronte, quello dal quale si ha la libertà di scegliere da che punto di vista voler abbracciare la storia ma, contestualmente, anche la gravosa responsabilità a 360 gradi di riuscire ad entrare in comunicazione con lo spettatore.

Per essere la sua opera prima alla regia, a Maggie Gyllenhaal si può recriminare forse solo il non essere stata troppo audace in alcuni punti chiave della vicenda, laddove lo slancio emotivo lo avrebbe richiesto, mentre in linea di massima il racconto fila liscio, con una sua consequenzialità e chiarezza. The Lost Daughter – tratto dal libro di Elena Ferrante La figlia oscura – non è pretenzioso né autoreferenziale, rifugge dall’estetica e dalla retorica tecnica, perché sa bene che, essendo il tema della maternità di per sé eloquente, dirompente e totalizzante, la sua semplicità linguistica può di certo bastare.

Una scena di The Lost Daughter

Leda è una professoressa universitaria di lingue comparate che traduce dall’inglese all’italiano, donna di mezza età con due figlie ormai adulte, una di 25 e l’altra di 23 anni. Si concede una vacanza in solitaria nei pressi di Corinto, luogo conosciuto da sempre per la sua amenità, nel quale è chiaro sin da subito che si rechi nella speranza di poter conquistare un po’ di serenità emotiva e lasciarsi dare tregua dal suo passato, incalzante e riottoso nei suoi confronti.
Ma è risaputo che lo spazio esteriore, qualunque esso sia, può fare ben poco la differenza se quello interiore, che portiamo sempre con noi (nostro malgrado) ovunque si vada, continua ad essere in subbuglio, ad agitarsi per consentire a qualcosa di scomodo di venire finalmente a galla.

L’occasione – che, nonostante la sua scomodità, partorirà alla fine del film un principio di catarsi in Leda – è rappresentata dall’arrivo nella località turistica di un numerosissimo gruppo di parenti proveniente dal Queens ma di origini greche che vive la famiglia come una grande ed esclusiva comune nella quale la privacy non esiste, mentre la condivisione economica e sentimentale è alla base del funzionamento innaturale e malsano delle relazioni. Nel caos generale in cui esplodono egocentrismo, narcisismo patologico e primitivo solipsismo, emerge una figura solitaria e silenziosa, quella di Nina, agli occhi di Leda vistosamente in preda a una lotta interiore, che passa però inosservata a quelli di suo marito e di tutti gli altri.

Proiettarsi sugli altri per accettare sé stessi

Leda e Nina sono donne completamente diverse: la prima acculturata e in carriera, la seconda di origini umili e chiaramente poco rispettabili, ma nonostante questo e la differenza di età tra le due si instaura un feeling potente e prepotente, un filo invisibile che le lega sulla base delle esperienze simili vissute, seppur mai condivise apertamente tra di loro. Nina è vittima – ma, in senso lato, anche responsabile – di un rapporto simbiotico con sua figlia Elena di cinque anni, che soffre la lontananza del padre e riversa tutta la sua attenzione sull’unico caregiver a portata di mano, trasformando, seppur involontariamente, la maternità in una prigione immeritata, e per Leda è impossibile non identificarsi nella scontentezza e nella frustrazione di Nina, avendole vissute lei in primis con le sue figlie Bianca e Martha, anche loro necessitanti di estrema attenzione a causa della costante lontananza del padre per lavoro.

Una scena di The Lost Daughter

The Lost Daughter porta in scena un tema indisponente, che è quello della maternità ‘snaturata’, come si definisce la protagonista con un sorriso amarissimo stampato in volto, di cui nessuno ama parlare per la sua inaccettabile e vergognosa deformità. E invece Leda è tenera espressione della fallibilità materna, di una donna che per scusare le sua ambizioni lavorative e dimostrarsi di non amarle più di quanto ami le sue figlie, cerca di coinvolgerle e insegna loro alcuni brevi passi di un testo di Yeats, per sentirle più vicine, più presenti di quanto effettivamente non lo siano nella sua mente, ricordando tanto a chi è figlia quanto a chi è madre che l’ambivalenza sentimentale è parte della psiche umana, e in quanto tale non va combattuta ma accolta.

La cristallizzazione della retrospettiva

La duplice posizione assunta da Leda nei confronti del suo ruolo di madre è chiarificata da un’alternanza tra presente e passato, fugaci e puntuali flashback dalla forte carica espressiva ed emotiva, che velatamente suggeriscono allo spettatore quanto Leda abbia bisogno di convincersi, riportando alla mente i ricordi di un’ambizione professionale castrata dal senso del dovere familiare, di aver fatto tutto ciò che fosse necessario per preservare la propria integrità in quanto persona, al di fuori della genitorialità. Leda ha bisogno di rubare una bambola, brutta, vecchia e rovinata, un gesto infantile e apparentemente del tutto immotivato, per poter rimettersi in contatto con la sé di venti anni prima e riprendere le fila di un discorso lasciato in sospeso.

La riuscita dell’operazione dipende, in egual misura, tanto dalla performance di Olivia Colman – la vergognata Leda del presente – quanto (o forse soprattutto) da quella di Jessie Buckley – la spregiudicata Leda del passato – cui viene affidato l’arduo compito di raccontare, spesso esclusivamente con la mimica facciale su cui Maggie Gyllenhaal insiste con dei primi piani di una prepotenza invadentissima, il conflitto tra l’amore per le figlie e l’amore per sé stessa. La mamma folle di ambizione lavorativa e insofferente nei confronti delle figlie ma con una carica vitale esplosiva e desiderosa di esplorare, conoscere e vivere, appare una persona completamente diversa dalla donna di adesso, algida e distaccata, goffa e grottesca, che rifugge la comunicazione e che si accontenta di vivere in una sorta di limbo, portandoci spesso a riflettere su quanto assurda appaia questa estrema diversità.

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Attraverso un dolorosamente rocambolesco percorso di autoanalisi retrospettiva, Leda riesce ad accettare il proprio errore, molto dopo che le figlie lo abbiano già fatto. Il punto di vista è esclusivamente il suo; viene infatti tagliato fuori quello di Bianca e Martha, fatto salvo per due brevissime telefonate durante le quali traspare la loro assoluta serenità nei confronti della madre e del suo gesto passato. Solo accogliendo, Leda inizia a diluire lentamente il senso di colpa per averle abbandonate, che l’ha spinta ad un auto-isolamento che crede meritare come una sorta di punizione purificatrice, spesso desiderosa di abbandonarsi a picchi esplosivi di rabbia repressa che, covata per anni, ha iniziato a disintegrarla dall’interno.

Il personaggio di Leda ed il suo vissuto interiore sono descritti e raccontati impeccabilmente, in tutte le loro sfumature, tanto positive quanto negative. E’ una donna brillante nella sua onesta ambiguità materna di cui, suo malgrado, si fa portatrice e questo, agli occhi dello spettatore, la rende speciale e meritevole di un’accorata indulgenza. La figlia oscura del titolo originale diventa così The Lost Daughter nel libero riadattamento di Maggie Gyllenhaal, una traduzione che racconta quanto oscurità e perdizione camminino parallelamente, spesso intrecciandosi, confondendosi ed influenzandosi a vicenda.

Chi si perde lo fa spesso a causa del buio, ma chi sceglie una via buia, talvolta semplicemente per mettere alla prova sé stessi, sa bene che ad un certo punto finirà col perdersi. La storia di Leda andrebbe letto trasversalmente, come un messaggio di speranza e resilienza – rivolto sì alle madri, ma sottilmente anche alle figlie – che invita all’accettazione più nobile dell’imperfezione materna, perché nonostante il ruolo ricoperto, tutte le madri hanno bisogno spesso di essere accudite, di sentirsi anche loro ancora per un po’ figlie.

Tutto le recensioni dei film visti a Venezia 78

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