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Cinema

The Irishman, il film definitivo e malinconico di Martin Scorsese

Con la pellicola più attesa del 2019 Scorsese torna a casa, ritrova i vecchi amici e ci regala un film che segnerà non solo il gangster-movie da qui in avanti ma forse anche il modo stesso di fare Cinema, proiettandoci nel futuro mentre ci porta nel passato.

The Irishman

Gli elementi c’erano tutti. Martin Scorsese rimette insieme la vecchia banda, De Niro, Pesci, Keitel, ci aggiunge addirittura Pacino, e li immerge in una storia alla Goodfellas. Gli elementi c’erano tutti. Per deludere. Per non essere all’altezza delle aspettative. Per non reggere i confronti col passato. Per non essere più forti dell’usura del tempo. Per cadere nella trappola delle ripetizioni. Per cedere alla tentazione di facili e deboli remake.

The Irishman poteva essere tutto questo. The Irishman non è tutto questo. Chi scrive è sempre imbarazzato dall’uso, e dall’abuso, del sostantivo “capolavoro”; ma sgombriamo subito il campo: siamo in presenza di un grandissimo film, di 209 minuti di grande Cinema.

Al Pacino e Robert De Niro

La storia è quella di un irlandese che imbiancava le case. Faceva la cresta sulla carne ma era un impiegato modello. Aveva combattuto in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, Frank; lì aveva imparato ad eseguire gli ordini, a capirne e non discuterne il senso, a conoscere il dovere e il potere. Se Frank Sheeran era un irlandese abituato ad eseguire, Russ Bufalino era un italiano abituato a comandare. Si capiscono subito i due, seduti a un tavolo gustando ottimo pane intinto in ottimo vino, si capiscono al primo incontro e si capiranno per tutta una vita insieme, dividendo lo stesso pane e bevendo lo stesso vino, dialogando in uno stentato italiano che scivola sovente nel dialetto siciliano, che siano d’accordo sul da farsi o che non siano d’accordo.

È Russ a presentare a Frank Jimmy Hoffa. Per comprendere appieno la figura di questo strano sindacalista, di questo strano politicante, di questa figura svanita nel nulla come dal nulla era venuta, bisognerebbe prima capire cosa fossero gli Usa a cavallo tra gli anni 50 e 60. La Guerra di Corea e la Guerra Fredda, Fidel che entra a L’Avana, il maccartismo, la questione razziale, la mafia italoamericana e i suoi boss, i Kennedy. Jimmy Hoffa era il capo dei Teamsters, sindacato degli autotrasportatori. Gestisce un potere che travalica il suo ruolo, custodisce i fondi pensione dei suoi associati, solo il Presidente è più potente di lui.

È il triangolo Frank- Russ- Jimmy il cuore pulsante del film. Un triangolo scaleno in continua evoluzione. Frank è inizialmente il lato più corto, congiunge gli altri due facilmente. Gli anni e la storia allargano questa forbice e il lato corto si allunga. Il contesto storico è qui solo un contesto, la scena su cui si muovono gli interpreti; è imprescindibile ma non è protagonista. La Storia è lì, chi vuol capire i nessi di causa – effetto tra gli eventi può farlo, ma non è questo ciò che interessa a Scorsese. Più importante del ruolo della mafia di Chicago nella elezione e nell’uccisione di Kennedy è la coerenza dei personaggi costretti a confrontarsi con le conseguenze delle loro azioni.

Joe Pesci e Robert De Niro in The Irishman

Per questo motivo il film ha una narrazione lenta, Scorsese prende il tempo che gli serve e col tempo gioca, lo usa a suo favore e piacimento, torna indietro e poi ancora più indietro, ringiovanisce gli attori anziché usare attori più giovani appunto per la coerenza narrativa di cui si è detto: era necessario che Frank Sheeran avesse lo sguardo malinconico di De Niro sia quando da anziano in casa di riposo racconta la sua vita, sia quando fucila i soldati nemici sotto le armi; era necessaria la versatilità di Pacino per rendere pienamente credibile la trasformazione caratteriale che il carcere e il tempo operano in Jimmy Hoffa; era necessaria la postura, lo standing di Pesci per dare sostanza a un Bufalino che già da giovane si atteggia da uomo navigato. In questo senso, l’uso della tecnologia per ringiovanire gli interpreti, sui cui tanto si è discusso negli ultimi mesi e che tanto ha fatto lievitare i costi e allungare i tempi del film, non è un vezzo di un regista capriccioso, ma appunto una necessità artistica, era il modo più adatto per mettere al centro del film la sua vera, grande protagonista: la malinconia. Tutto il film ne è pervaso, tutto il film vi è immerso, tutto il film trasuda malinconia, dalla prima inquadratura all’ultima. Sono malinconici i dialoghi, sono malinconiche le scelte e le azioni dei protagonisti, anche le più efferate, sono malinconiche le ambientazioni e le luci, hanno una loro malinconia le scelte musicali (Scorsese abbandona addirittura gli Stones!).

Sembra, alla fine dei giochi, di avere ardentemente desiderato vedere un nuovo Goodfellas e di trovarsi di fronte invece l’esatto contrario del film del 1990. Il risultato è però, se possibile, anche di più alto livello.

Al Pacino

Probabilmente un certo Cinema e un certo modo di fare Cinema finiscono con The Irishman. Forse Scorsese, come i suoi protagonisti, sentiva il peso del tempo che passa, voleva mettere un punto definitivo, voleva realizzare un film testamento, una summa del suo modo di fare e intendere il cinema, e per fare questo ha voluto accanto gli amici di una vita, per girare con malinconia un film sulla malinconia.
Grazie.

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