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Sedici anni fa la strage di Nasiriyah: le parole di Riccardo Saccotelli, sopravvissuto e dimenticato

Faccia a faccia col maresciallo dei Carabinieri scampato all’attentato del 12 novembre 2003. Il ricordo di quel giorno, gli odori, il sapore del sangue in bocca, la sabbia, il sangue e il fuoco, il dolore, il respiro che si blocca. E l’oblio degli anni successivi. La sua colpa? Essere vivo, e poter raccontare.

Nasiriyah

Non lo so se abbiamo ognuno il suo destino o se siamo tutti trasportati in giro per caso come da una brezza, ma io credo, può darsi le due cose, forse le due cose capitano nello stesso momento”. Essere nati in un posto piuttosto che in un altro. Ricchi, non poveri e poveri. Un destino segnato dall’essere nato uomo o donna, bianco o nero, grasso o magro, stupido o intelligente, gay o etero. Gli opposti. Pace e guerra. Missioni di pace in zone di guerra.

Oggi è il giorno del dolore, dell’onore, dell’amor di patria. E’ il giorno in cui la politica si batte il petto e ricorda Nasiriyah e la strage del 12 novembre del 2003, i 19 morti italiani nell’attentato. Soldati, carabinieri, civili. Solo che la memoria è selettiva, e si ricorda dei morti, come è giusto che sia. Solo che ci sono i vivi, ancora, i sopravvissuti all’attentato. Sono loro i veri fantasmi. “Né io né altri sopravvissuti siamo mai stati invitati”.

Riccardo è un maresciallo in congedo dei Carabinieri. Riccardo è un amico, anche se non ci siamo mai visti. E’ un colpo di fulmine durante il lavoro mediocre in realtà mediocri portato avanti in questi anni, un contatto diretto con la Storia. Riccardo Saccotelli è uno dei fantasmi di Nasiriyah: all’epoca aveva 28 anni, oggi non è più in servizio. Il pensiero va ai recenti fatti in Iraq, con i militari italiani feriti in un attentato. Le parole di Riccardo sono quanto di più lontano dalla retorica di oggi. “Pensate a voi stessi, alla vostra famiglia, a niente più che alla vostra vita. Ci sarà tempo per il patriottismo e le medaglie, che non arriveranno mai”, lo dice rivolgendosi direttamente ai feriti nell’ambito di un intervento alla AdnKronos.

strage nasiriyah

Inevitabile, quando lo abbiamo incontrato noi, ricordare quel 12 novembre. Che non sarà mai una giornata come le altre. Una giornata che nel corso degli anni ha visto i nomi dei sopravvissuti di Nasiriyah messi sulle lapidi in memoria dei soldati morti. Cosa che non è troppo lontana dalla realtà, in effetti. Perché Riccardo, per le istituzioni, per la politica, e per l’opinione pubblica, è un fantasma. Morto per tutti, eppure vivo. I ricordi sono nitidi.

Sai chi mi portò in ospedale? Due giovani iracheni. Piangevano, per me. E’ tutta questione di caos: io sono un sopravvissuto, un naufrago che tenta ancora, dopo 16 anni, di arrivare da un’altra parte, e invece si trova a lottare in un posto in cui pochi decidono cosa debbano fare molti, cosa sia più giusto. Uno Stato, l’Italia, che oggi di democratico ha ben poco, e che sta surrogando il peggior fascismo cattocomunista”. Era il 19 ottobre 2003 quando il contingente del quale faceva parte Riccardo arrivava in Iraq. Scesero dallo stesso portellone dal quale sarebbero poi salite le bare avvolte dal tricolore. “Corpi di soldati valorosi, avvolti da una bandiera che in molti continuano a sporcare – prosegue Saccotelli – di corruzione e collusione”.

Morire, o andarci molto vicino. Non è una palestra, non è un esercizio. “Non c’è nessun allenamento in questo”, il commento amaro di Riccardo. Un sopravvissuto, un dimenticato. Non ci stancheremo mai di dirlo. Riccardo è il reduce di un olocausto, quello di una Storia e della Storia, che in molti fanno finta di non ricordare. Eppure di quel giorno Riccardo ricorda tutto. Ricorda gli odori, il sapore del sangue in bocca, la sabbia, il sangue e il fuoco. Il dolore, il respiro che si blocca. Ricordare, che è diverso dal non dimenticare, espressione che lasciamo volentieri alla politica vuota, alla società civile schierata e mascherata, alla solidarietà cieca e sorda. “Dire ‘non dimentico’ è qualcosa che lascio volentieri a chi di Nasiriyah fa una memoria selettiva e ipocrita”. Il #nondimentico tanto in voga sui social, espressione di chi pensa che con un hashtag si puliscano cuori, mente e coscienze.

nasiriyah esplosione caserma

E’ chiaro che ricordo, ed è chiaro che continuo a domandarmi. Questo Paese oggi non è degno di alcun sacrificio da parte dei nostri soldati. Vale per oggi e vale per 16 anni fa. C’erano i miei amici vicino a me, prima che il camion saltasse in aria…”.

Un incontro con la Storia che inevitabilmente lascia strascichi e ripercussioni nella vita di chi a quella Storia ha preso parte. E che non ha perso la vita, in quella storia, per una pura casualità. Il caos, di cui parlavamo sopra. E quello che tutti questi fattori hanno lasciato nella vita di Riccardo è inenarrabile. Da militare forse il peggiore di tutti: la perdita di credibilità dello Stato che hai servito e per il quale stavi per morire. “Ero solo e lo sono tuttora, a combattere contro i poteri forti e oscuri che si nascondono dentro quello Stato che oggi si batte il petto”.

Uno Stato perennemente incompiuto, dei tentativi, delle buone intenzioni mai concretizzate. Uno Stato che considera i vivi alla stregua dei morti. Il Paese della Memoria selettiva, perché chi muore non può parlare. Chi resta sì. E’ l’Italia delle telefonate, poche quelle ricevute da Riccardo e molte destinate solo a comprendere a che punto volesse arrivare nel racconto della storia di Nasiriyah, delle coperture e delle responsabilità. “Avevano paura della verità, la più scomoda di tutte: della bomba si sapeva, e nessuno ha fatto nulla per fermare la strage”. C’è un processo per Nasiriyah, una lotta per avere giustizia portata avanti da pochi. Nel disinteresse di tutti.

strage Nasiriyah

E’ il gioco dell’inutile propaganda vestita a lutto quello portato avanti dopo Nasiriyah. Odi e lodi ai morti, che non possono parlare purtroppo, e vivi assimilati in tutto e per tutto ai loro compagni caduti. Il tutto in un Paese di lupi, pronti a sbranarsi l’uno con l’altro. Un Paese che ha paura del suo passato, e che lo affronti per consegnarsi senza remore, timori e patemi, alle generazioni future. Un conto col passato che prima o poi sarà pagato. Perchè certe cose non le puoi frenare. Non più. Non oggi. Perché le generazioni ribelli di oggi crescono e si “armano”, con il digitale, la Rete, l’istruzione. Ed è così che chi comanda perderà il controllo. Agli ennesimi soldi ricevuti, all’ennesimo tentativo di vendersi e di venderci, qualcuno presenterà il conto col passato. Del passato di questo Paese con la Storia. Prima che i responsabili iniziano a morire o siano troppo vecchi per essere accusati. Prime che le vittime rischino di vedere offuscate le loro memorie. E Nasiriyah si inserisce perfettamente nel solco delle oscurità italiane. Pagine su pagine, annunci, proclami, cordoglio, verità, bugie. Storie che si intrecciano fino a sparire, che tornano e se ne vanno quando serve. Sono storie di persone, vive eppure sparite, che non esistono perché nessuno le ricorda, nessuno le vuole ricordare. Morti pur respirando ancora, nella migliore tradizione italiana. Perché rendere i vivi, i sopravvissuti, fantasmi, è un tentativo di “non ricordo” che stride con i pugni battuti sul petto della politica. Ogni 12 novembre. Ogni 23 maggio. Ogni 19 luglio. Ogni altro giorno nel quale la Storia si è incontrata col suo lato oscuro.  

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1 Commento

1 Commento

  1. Rodolfo

    14 Novembre 2019 at 10:16

    Che schifo, Riccardo sei un eroe !!!

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