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Cinema

Spartacus, una sconfitta che racconta la vittoria dell’uomo

Usciva 60 anni fa Spartacus, tentativo di kolossal epico d’autore. Con un produttore protagonista capriccioso, uno sceneggiatore in incognito per le sue idee politiche e un geniale regista dalle mani legate.

È il tentativo di un riscatto ma è la storia di una sconfitta. Lo schiavo che tenta di spezzare la catene, sogna di riuscirci, assapora per un attimo il profumo della libertà e poi viene fagocitato da un meccanismo troppo più grande di lui, da un sistema sociale e politico che annienta l’individuo concependolo solo in termini di massa, di totalità spersonalizzata.

Di certo, Dalton Trumbo era la persona adatta a sceneggiare questo film. Altrettanto certamente, Stanley Kubrick non era il regista adatto a dirigere questo film. Ma Spartacus è tante, troppe, storie insieme, tanti temi, tanti elementi, e sull’equilibrio tra questi tenta di reggersi.

È innanzitutto un film che usa l’epica come metafora, in un momento storico in cui il cinema utilizzava l’epica con fini di pura spettacolarizzazione scenica. Ma nel pieno della stagione del maccartismo più feroce, se da una parte Trumbo non può ufficialmente firmare il film, dall’altra si prende tutta la libertà autoriale necessaria per raccontare una storia che evidentemente lo riguarda. Così come Spartaco infatti anche Tumbo è in lotta contro un potere che pervicacemente tenta di schiacciarlo; gli strumenti però sono quelli del ventesimo secolo per entrambi i contendenti, quindi la censura, le liste di dissidenti, l’emarginazione culturale, politica e sociale da parte del nuovo impero americano in sostituzione della deportazione, della schiavitù e dei lavori forzati da parte del “vecchio” impero romano; la cultura, la scrittura, la penna, da parte di Trumbo, novello Spartaco, in luodo della daga, della lancia da gladiatore.
Si lotta contro l’impero romano e contro l’imperialismo americano, contro la schiavitù e contro la censura: in una parola, per la libertà, universalmente intesa.

Stanley Kubrick "spiega" la scena a Kirk Douglas

E poi c’è il Maestro, Stanley Kubrick. Chiamato alla terza settimana di riprese dal produttore e protagonista Kirk Douglas, che aveva licenziato per contrasti Anthony Mann, reduce dalla regia di Orizzonti di gloria e da tutti i problemi legati alla censura e alla distribuzione (sopratutto in Francia), Kubrick si avvicina al film con l’entusiasmo di poter realizzare un kolossal che rappresenti una critica incisiva alla società del tempo, ma ben presto deve fare i conti con la strabordante personalità del suo produttore e attore protagonista, Kirk Douglas.

Le frizioni tra i due sul set sono continue, il clima non è buono; il film ne risente, tanto da venire sostanzialmente rinnegato dal Maestro negli anni successivi. E non stupisce. La pellicola meno kubrickiana di Kubrick, dalla durata inutilmente esagerata, rivela infatti solo a piccoli tratti la maniacale cura dei dettagli e il pervasivo controllo su tutto il progetto, da sempre suoi marchi di fabbrica, da parte del Maestro.

Ma nonostante questo, è indubitabilmente merito di Kubrick se Spartacus è in definitiva un kolossal epico di uno spessore diverso rispetto ai classici kolossal hollywoodiani, e ciò principalmente per due fattori: da una parte la scelta di affiancare al protagonista una serie di personaggi ben strutturati, scevri di quella piattezza riscontrabile normalmente in analoghe pellicole, e, dall’altra, la meticolosità costruttiva delle scene di battaglia nell’ultima parte del film, queste sì di chiara matrice kubrickiana.

Dettagli che però non riescono a tenere del tutto a galla il film, che soccombe definitivamente di fronte alle scene di amore patetico e melodrammatico tra il protagonista e la sua Varinia.

È un eroe sconfitto Spartaco, la cui vittoria risiede nel portare avanti la sua lotta, assurgendo così a simbolo di riscatto umano e di riscossa degli ultimi. Un antieroe si potrebbe dire, poco eroe e molto umano, fragile sebbene fortissimo, sentimentale sebbene guerriero.

Kubrick e Douglas sul set

E cosa distingue l’uomo libero dallo schiavo, cosa restituisce dignità umana alla vita anche laddove non sembra esservi, ce lo mostra lo sguardo attento del Maestro, disseminando i volti dei ribelli di sorrisi e di scene anche gioviali, nella seconda parte del film, quella della lotta sulla strada della libertà. Da intendersi in quest’ottica anche il personaggio di Tony Curtis, Antonino, il cantore, il poeta, perché è la cultura, l’arte, l’altro grande discrimine tra libertà e schiavitù: oggetto delle seduzioni del patrizio Crasso (in una memorabile scena fatta a pezzi dalla censura), Antonino diventa il più fedele compagno di Spartaco, finendo addirittura da questo ucciso nel duello fratricida finale per risparmiargli l’onta e la sofferenza della crocifissione, quasi a simboleggiare l’assoluta necessità di tutelare l’arte dalla ferocia di un sistema politico efferato e pervasivo.

Spartacus è quasi un film pedagogico, tale è stata la mole di insegnamenti prodotta. In primis ha dimostrato che un kolossal epico può trascendere il genere e parlare di una storia dal sapore universale; in secundis ha definitivamente instillato in Kubrick la necessità di avere il controllo totale sulle sue opere, cosa che puntualmente si produrrà da lì in poi.

Pedagogico, a tratti didascalico: l’anti Kubrick per eccellenza.

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