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Sciuscià: l’Italia ai piedi dei bambini

Con Sciuscià, De Sica offre un’impietoso ritratto italiano del secondo dopoguerra

Tempo di lettura: 8 minuti

Settantacinque anni fa usciva Sciuscià. Una dolente e profonda riflessione di Vittorio De Sica su due mondi a confronto: quello degli adulti da un lato, quello dei ragazzini dall’altro. Tra i capolavori del Neorealismo, il film restituisce anche un’impietosa raffigurazione di un’Italia a pezzi (socialmente, moralmente, economicamente) nell’immediato secondo dopoguerra.

Il duo De Sica – Zavattini e il trionfo dell’arte

«L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità.»

Ricevere un Oscar, in questo caso il primo consegnato per un film in lingua straniera con tali motivazioni, credo, valga più del premio stesso. Certe parole disintegrano in un solo istante coppe, medaglie, pacche sulle spalle, scrosci di applausi e like. Senza retorica, siamo davanti alla vera verità. Anche perché, dopo queste parole, seguirono solo riconoscimenti e premi. Solo un certo Andreotti, mi pare si chiamasse così, ebbe qualcosa da ridire, ma a uno così trasparente e impulsivo cosa gli vuoi dire… tanto pare non avesse segreti da nascondere. Pare. Vittorio de Sica è un artista che ancora oggi ci regala momenti di drammaticità e tenerezza rari, se non unici. Anche in questo caso, come di consueto, è accompagnato nella scrittura da Cesare Zavattini, il celebre sceneggiatore e scrittore dell’inconfondibile tecnica del pedinamento, inteso come fulcro narrativo sempre interessato a cogliere gli aspetti marginali della realtà. Una tecnica, questa, che venne poi “istituzionalizzata” in una vera e propria teoria, che consisteva nell’offrire la possibilità di cogliere con la cinepresa la vera realtà quotidiana e gli elementi più genuini del comportamento umano determinato dalle condizioni ambientali e sociali.

Prigioni reali e prigioni simboliche

Il film titolato Sciuscià (che l’autore identifica con “Ragazzi” nel sottotitolo) deriva da shoe-shine, lustrascarpe. Così si indicavano in lingua inglese i ragazzini che, per ottenere qualche spicciolo, pulivano le scarpe dei borghesi o dei soldati americani Italia. Protagonisti della pellicola sono due piccoli giganti, Pasquale e Giuseppe, rispettivamente Franco Interlenghi e Rinaldo Smordoni, magistralmente diretti. Rispetto alle precedenti lavorazioni, dove erano ben attenzionati gli adulti e i loro universi, in questo caso De Sica, spazzando via come sempre ogni tentazione di vezzi o virtuosismi registici, ci racconta la sopravvivenza di due bambini innocenti. I quali, costretti a diventare improvvisamente adulti, vengono sopraffatti dalla miseria e “triggerati” da adulti veri o presunti tali, che non rappresentano mai riferimenti stabili e rassicuranti, ma anzi soggetti ambigui, distanti e duri come la pietra.

Un fotogramma tratto da Sciuscià
Un fotogramma tratto da Sciuscià

Il film, molto semplice nella struttura, è composto da due parti. Nella prima, i due ragazzini cercano di racimolare i soldi che serviranno a realizzare il loro sogno: acquistare Bersagliere, un magnifico cavallo bianco che ha nel film un significato simbolico di una forza raramente vista su pellicola. Sono apparizioni, quelle del bel bianco esemplare, centellinate, ma piene di grazia e (di)struggente lirica. Ci si immedesima da subito con il desiderio ardente e innocente dei due ragazzi, che contano e conservano gelosamente ogni centesimo per il suo acquisto. E, tra le varie scene sintomatiche di Sciuscià, è emblematico il momento in cui Pasquale e Giuseppe si struggono – a debita distanza – nel bramare Bersagliere, inizialmente montato dal proprietario del maneggio insieme ad altri clienti. I loro occhi sono rivelatori. Sono desiderosi tanto quanto quelli di qualsiasi bambino che guarda la vetrina di un negozio, o che rimane attaccato come una ventosa al vetro della pasticceria che lo separa da irresistibili prelibatezze. Quello iniziale del film è uno spazio aperto, che tuttavia è pieno di insidie e difficoltà, dove i raggiri sono all’ordine del giorno. A subirne le conseguenze, ovviamente, sono proprio i bambini. I meno preparati alla vita, nati nella polvere o nelle macerie, sempre e comunque nel tentativo di vivere la loro infanzia giocando con quello che c’è a disposizione. Sì, è uno spazio aperto. O forse è solo una prigione con spazi un po’ più estesi.

Due mondi a confronto nell’oscurità delle forze atlantiche

È a seguito di una truffa andata storta che i due piccoli, sfortunati protagonisti vengono trasferiti in un carcere minorile. Questo dà il via alla seconda, drammatica parte, che si apre con un’asettica e frettolosa registrazione dei nuovi arrivati presso l’istituto. Una scena che per ritmo e realismo rasenta la comicità. Dirigente Penitenziario: «Padre?»; Pasquale: «Morto»; D.: «No, intendo nome e cognome… Dove vivi, dove dormi?»; P.: «In ascensore…»; D. «Senza… fissa …dimora. Va bene!». Dentro il penitenziario Giuseppe e Pasquale vivono un incubo a occhi aperti. Anche noi spettatori, del resto, li sgraniamo di fronte alle cattive compagnie. A quei dialoghi che sono come delle accettate alla nuca. Dopo soli trenta minuti avviene la frattura definitiva, e i due protagonisti vengono brutalmente separati: una ripresa del dettaglio delle mani, che da strette vengono strappate via l’una dall’altra. Il primo dei tanti strappi e scuciture di un’amicizia che non riuscirà a sopportare un mondo così ingiusto ed emotivamente arretrato. Un mondo che assomiglia più ad un regime in cui regna la dittatura degli adulti, che non vedono e non sentono nulla se non i loro bisogni primari di affermazione sociale e professionale.

La registrazione presso il carcere minorile in Sciuscià
La registrazione presso il carcere minorile in Sciuscià

Una totale indifferenza regna sovrana, e si manifesta in una scena che infatti non ha nemmeno come protagonisti i nostri piccoli eroi. Un momento emblematico, che spezza di netto un filo di speranza che viene quasi evocato nella sala d’attesa dove alcuni bambini possono ricevere i loro genitori o i parenti. Accompagnato da un dirigente del penitenziario, un ragazzino ansioso di rivedere sua madre rimane deluso nel ricevere invece la visita di una di lei amica, che lo informa che la madre sta bene e che soggiorna in quel di Firenze. Si tratta di una signora tutta rileccata, che con fare snob e disinteressato scarica nelle mani del bimbo del cibo e poi si congeda, dandogli due carezze che sembrano più degli schiaffi punitivi e gratuiti da parte di chi vive solo del vuoto cosmico che ha dentro. Un particolare non di poco conto, quello dell’ultimo secondo di permanenza dell’insulsa visitatrice. Che, prima di uscire di scena, letteralmente lancia un’occhiata maliziosa al dirigente. Ogni occasione è buona per accaparrarsi qualcuno o qualcosa che conti, che non si sa mai di que(st)i tempi.

Franco Interlenghi e Rinaldo Smordoni in Sciuscià
Franco Interlenghi e Rinaldo Smordoni in Sciuscià

La tecnica di ripresa, in questi due scarsi, tristi e intensissimi minuti è di una finezza assoluta. La macchina da presa, posizionata all’altezza del bambino, ne scava lo sguardo. Mette il pubblico a stretto contatto con lui. Pare quasi di poterlo respirare. Lo sentiamo ansimare, quando chiede di sua madre. La stessa telecamera, stavolta dal basso verso l’alto, inquadra invece la signora che assume la prospettiva di una strega gigante e cattiva. Una fotografia, questa, che raggiunge la medesima drammaticità di altri episodi, nei quali vediamo i bambini confrontarsi con gli adulti. Qualcosa di così emozionante, almeno negli ultimi vent’anni, è il gran film del 2003 Io non ho paura di Gabriele Salvatores, tratto dall’omonima opera di Niccolò Ammaniti, un libro fondamentale della letteratura contemporanea.

La dura vita nel carcere minorile di Sciuscià
La dura vita nel carcere minorile di Sciuscià

In questa prigione reale, delimitata da quattro mura spessissime e cementate di dolore, i nostri protagonisti vivono separatamente incontri con altri piccoli veterani, già disillusi e cinici, capaci di compiere atti di puro nonnismo. Anche in questa seconda parte si insiste con equilibrio e convinzione nella manifestazione del contrasto insanabile tra un universo infantile in cerca di riferimenti, e quello adulto che nell’inferno carcerario scatena gli stessi vizi (ambiguità, privilegi e nefandezze) perpetrati delle istituzioni italiane schiave delle forze atlantiche, uscite vittoriose dal secondo conflitto mondiale. E che non a caso, proprio negli anni finali della guerra, intrecceranno indissolubili legami sull’asse tra Roma – capitale politica – e Palermo – capitale “reale”, per citare gli scritti di Pietro Zullino, nel suo celebre e sconosciuto Guida ai misteri e piaceri di Palermo del 1973 –.

Fuori dalle prigioni: o forse no?

«Ce danno da magnà, da dormì, ce vestono, ce fanno pure divertì, che vuoi di più?»

La drammatica separazione di Giuseppe e Pasquale ha il risultato di incattivirli, tra risse, falsità e sospetti che germinano come in ogni ambiente tossico gestito da soggetti autoritari. I toni si esasperano sempre più fino alla sentenza della corte di giustizia, che li condanna entrambi e aggrava la pena di Pasquale, ritenuto un elemento violento dopo una rissa nei bagni del penitenziario. Il gruppo di Giuseppe però riesce a scappare, e Pasquale, quando sente che si stanno dirigendo a ritirare il cavallo che avevano acquistato assieme, si offre volontario per aiutare la polizia a ritrovare i fuggitivi. Nel faccia a faccia, i due sfogheranno l’un l’altro la rabbia, la delusione e la sfiducia macerata dentro di loro fino a quel momento. Un sacco nero e pesantissimo incombe su di loro, che non hanno nessuna responsabilità e nessuna capacità di gestirsi. Nemmeno in virtù della loro amicizia, già frantumata. Che ci siano le sbarre o meno, o i secondini e i dirigenti senza coscienza, conta ormai poco. Ci sono comunque gli inganni e le manipolazioni continue, delle quali i bambini sono vittime innocenti e perfette, perché prive di corruzione intellettuale, parafrasando Pasolini.

Ennesimo capolavoro di un autore che merita più visioni e meno parole

Rimanendo sul piano puramente tecnico di Sciuscià, sono certamente da evidenziare dei veri e propri colpi registici da maestro. Due scene su tutte. La prima è quella del saluto fascista tra il direttore del penitenziario e il cuoco, involontario e necessario, con lo sguardo spaventato e perso dei bimbi durante il processo e la sequenza della proiezione del film che crediamo sia molto piaciuta a Truffaut, ripensando al suo I 400 colpi. E poi quella dell’uscita di scena del cavallo a lungo desiderato, che dopo un momento di esitazione corre via, come la libertà e l’innocenza dei bambini portata via dal vento. Immagini che sembrano durare in eterno, data la potenza fortemente simbolica. Indelebile. Quella di Sciuscià è una storia costruita attraverso il linguaggio e la figura dei bambini, che riflette con grande coraggio e oggettività l’intera società italiana del dopoguerra, prigioniera di quello stato di precarietà e miseria alla quale sembra non giovare il contributo degli americani. Del resto Giuseppe, dopo aver lavato le scarpe all’americano, aspettandosi di essere pagato si sente rispondere “Tomorrow”, in riferimento a un domani instabile, rimandato giorno dopo giorno. È un’opera, questa, girata senza compromessi, dove il contatto tra spettatore e attori favorisce una chimica meravigliosa che dona alla pellicola quel piacere eterno e misterioso del capolavoro. Perché solo pochissimi autori sono stati capaci di descrivere quanto certi diritti ci spettino senza se e senza ma, soprattutto nei primissimi anni dell’infanzia.

Un fotogramma tratto da Sciuscià
Un fotogramma tratto da Sciuscià

Se tutto crolla, se tutto è fragile, non vuol dire che si debba crollare anche noi. Che siamo fragili anche noi. Un raggio di sole ogni tanto fa nascondere, almeno per un po’, le ombre di una umanità ipocrita che vive un mondo che sta collassando. Ma in fondo la speranza non era l’ultima a morire? Ricordiamo il cavallo bianco di Atreju de La storia infinita, che perde la vita nella straziante scena nella palude della tristezza. Anche lì il giovane guerriero perde il suo migliore amico, il cavallo Artax, ma solo provvisoriamente. Grazie alla determinazione e al coraggio di Atreju Il nulla, con un po’ di fantasia e l’aiuto di amici speciali, sarà sconfitto. Lo spirito creativo, già. Forse può davvero trionfare su ogni avversità.

Leggi anche: Pandora: la clessidra incrinata di Albert Lewin

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