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Ryan Murphy

Serie Tv

Ryan Murphy, l’outsider della tv americana che ha conquistato tutti

Ryan Murphy è, attualmente, lo showrunner più potente della tv americana. Il sapersi rinnovare continuamente e l’attenzione alle tematiche sociali sono da sempre i suoi tratti distintivi. Ripercorriamone la carriera, dagli esordi con Popular allo sbarco su Netflix con The Politician.

Da vent’anni a questa parte la televisione americana è entrata ufficialmente nell’era degli autori e Ryan Murphy rappresenta a pieno titolo la categoria. Ovviamente ci sono già state, nella storia della tv figure autoriali di spessore (da Gene Roddenberry a Steven Bochco), ma con l’aumentare degli investimenti dovuti alla nascita dei grandi conglomerati mediali, con la migrazione di personalità creative dal cinema e dalla letteratura e con la moltiplicazione dei player tra tv free-to-air, via cavo, via satellite e in streaming, la componente autoriale nella serialità televisiva ha assunto un ruolo di primo piano, non solo a livello produttivo ma anche per il pubblico e la critica.

Prima che raggiungesse il successo di critica e soprattutto che ottenesse valanghe di premi con le stagioni di American Crime Story, Ryan Murphy era un autore profondamente divisivo (per quanto anche oggi non manchino i detrattori) e le sue opere spaccavano in due il pubblico tra chi amava incondizionatamente il suo stile e oppositori ostinati che anche nelle opere più riuscite trovavano una marca autoriale che li infastidiva non solo perché estremamente marcata ma perché peculiare, profondamente legata alla sua visione del mondo e proiettata verso la messa in scena di un universo non eteronormativo, dagli slanci creativi profondamente distanti dalla sensibilità che domina sia in televisione che al cinema, modellata da uno sguardo maschile, etero e quasi sempre bianco.

È anche per questo che non di rado alla sua opera è stata attribuita l’etichetta camp, aggettivo che Murphy non ha mai gradito e ha sempre recepito come una diminutio. Come racconta a Emily Nussbaum in un bellissimo profilo pubblicato sul New Yorker, la parola camp è stata ed è usata per marginalizzare le persone e gli artisti che non aderiscono all’immaginario maschile etero, una forma di ghettizzazione oppressiva offensiva alla quale Murphy si ribella proponendo di usare al posto di utilizzare in alternativa la parola barocco. A differenza di camp – aggiunge ancora l’autore – barocco non riduce, non restringe, non ingabbia ma allarga e include; rappresenta un approccio massimalista alla narrazione perché aumentando il ventaglio di opportunità a disposizione di chi scrive e dirige mette al centro dell’atto creativo la scelta.

Ryan Murphy

Ryan Murphy nasce a Indianapolis nel 1964 da una famiglia appartenente alla classe media e cresce in un contesto e in un’epoca che non facilitano la vita di un adolescente omosessuale: non solo la società e l’ambiente in cui vive lo opprimono ma anche i suoi stessi genitori non riescono a gestire il suo precoce coming out con il dovuto ascolto. La sua personalità è però estremamente spiccata sin da piccolo e ciò si evince non solo dal carattere con cui difende la propria identità di genere in un periodo storico in cui la maggior parte dei giovani omosessuali era “nell’armadio”, ma anche dalla sua determinazione ad essere il migliore in qualsiasi cosa si cimentasse. Quello di Murphy non è però un individualismo fine a se stesso, ma un atteggiamento mosso dalla volontà di incidere sulla collettività, quasi a volersi vendicare dell’oppressione subita dentro e fuori le mura di casa dando vita a nuove, accoglienti famiglie allargate: una volontà che si riflette non solo nelle storie che racconta, ma anche nella tendenza a raccontarle sempre con gli stessi interpreti, da Darren Criss a Sarah Paulson, da Evan Peters a Jessica Lange.

Oggi Ryan Murphy è diventato uno dei produttori più potenti di Hollywood oltre che un grande aggregatore di vibranti forze creative. Un percorso, il suo, non sempre fatto di successi ma molto spesso in grado di lasciare il segno, che parte nel lontano 1999 con Popular, serie realizzata per il canale generalista WB (che qualche anno dopo si sarebbe fuso con UPN per dare vita a The CW) e rivolta a un pubblico giovane e in cerca di rappresentazione. La serie vedeva un Murphy comprensibilmente acerbo come autore, ma che già mostrava alcune marche stilistiche che avrebbero poi caratterizzato la sua produzione, che emergevano soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi secondari, in particolare quello di Mary Cherry. La serie purtroppo non ha avuto il successo che meritava e dopo due stagioni è stata cancellata, soprattutto perché schiacciata dal confronto con Dawson’s Creek, il cui successo in quel periodo ha spazzato via la concorrenza in ambito teen, segnando la fine anche di quel gioiello di Freaks and Geeks.

Nip/Tuck

Ma nel 2003 la carriera di Ryan Murphy arriva a una svolta, grazie alla realizzazione di Nip/Tuck, serie trasmessa dal canale basic cable FX. Nel passaggio dalla televisione generalista a quella via cavo lo stile dell’autore inizia a modificarsi, non tanto nei contenuti quanto nel modo in cui decide di comunicarli a un target totalmente nuovo: FX infatti sta cercando di acciuffare una fetta di pubblico più vogliosa di contenuti trasgressivi, che non può (o non vuole) permettersi la salata sottoscrizione a HBO ma che desidera serie in grado di spostare un po’ più in là l’asticella di ciò che si può raccontare in televisione. Ed è così che Nip/Tuck diventa lo spazio in cui Murphy può sfogare tutte le sue frustrazioni e realizzare i propri desideri più reconditi, grazie a un concept che gli permette di parlare delle patologie della società americana e passare dal micro al macro senza soluzione di continuità. La serie diventa così una sorta di magic box in grado di tirare fuori idee a non finire, soprattutto nelle prime due stagioni, puntando il dito contro l’ossessione degli americani per l’apparenza e sul loro terrore del giudizio altrui.

Dopo qualche anno però, la carriera di Ryan Murphy cambia in maniera radicale e per certi versi anche improvvisa grazie a Glee, la cui prima stagione è del 2009 e segna il ritorno dell’autore nella tv generalista, un ripensamento spinto dal bisogno di portare nelle case di più persone possibile una serie di istanze urgenti, che Ryan sceglie di difendere in modo militante. Murphy sente che con Popular qualcosa era andato storto ma che ciò che aveva da raccontare sui giovani era tutt’altro che esaurito (e ancora oggi non sembra destinato a esaurirsi) e pertanto sceglie di ritornare sugli adolescenti ma da un altro punto di vista, posizionandosi esplicitamente dalla parte delle minoranze e creando una favola capace di sfondare in tutto il mondo.

Glee

Glee racconta la storia di un gruppo di adolescenti di un liceo americano e in particolare di una squadra che si esibisce in performance di canto e ballo composta da studenti considerati “sfigati” dal resto della scuola, un gruppo di loser attraverso cui Ryan Murphy (insieme ai sodali Brad Falchuk e Ian Brennan) può non solo raccontare le principali difficoltà dell’adolescenza, ma anche porsi dal punto di vista delle minoranze mostrando una prospettiva sul mondo e su quella fase della vita decisamente diversa rispetto a quella che da sempre è stata egemone nelle narrazioni audiovisive. Il team è estremamente eterogeneo dal punto di vista razziale, di estrazione sociale e di identità sessuale e tutti trovano all’interno del musical uno spazio sicuro, utilizzando la performance e l’arte come veicoli per esprimere il proprio vero io e sfuggire all’oppressione sociale e culturale della vita quotidiana.

Nonostante il successo, nonostante il grande plauso critico e accademico delle prime stagioni (c’è stato un momento in cui in qualsiasi convegno accademico sui media si parlava di Glee), in questi anni inizia a manifestarsi una tendenza significativa, che poi diventerà una costante nella carriera di Ryan Murphy: tanta la sua capacità di creare ogni volta prodotti differenti, originali e in grado di incidere sul presente, quanto è breve la sua attenzione, cosa che lo rende incapace di concentrarsi sulla stessa cosa per molto tempo. Non ci è voluto molto perché questa caratteristica lo rendesse, nell’immaginario collettivo, un grande creatore di concept ma anche un autore incostante sulla lunga distanza.

A smentire questo pregiudizio arriva però, quasi immediatamente, una strategia che forse sarà ricordata come il suo più grande lascito: le serie antologiche.

Evan Peters in American Horror Story-Murder House

Con American Horror Story infatti, Murphy volta pagina in maniera radicale e grazie al coraggio di sperimentare raggiunge un successo per certi versi inaspettato creando un modello narrativo che contraddistingue la serie sembra arrivare come una necessità, come l’idea vincente per risolvere il suo più grande problema creativo. Se Nip/Tuck e Glee hanno sofferto della stessa sindrome perdendo via via qualità dopo straordinarie stagioni d’esordio e finendo per diventare quasi la parodia di sé stesse, col formato antologico Ryan trova lo stratagemma per rinnovare le sue creature anno dopo anno ed eliminare così la causa del sul problema più ricorrente, pescando dalle sue pressoché infinite idee ispirazioni sempre nuove. Al contempo American Horror Story porta in tv una ventata di sperimentazione che oggi, a dieci anni di distanza, possiamo tranquillamente riconoscere in tutta la sua importanza, realizzando insieme a Brad Falchuk un’antologia dell’orrore americano, un catalogo in cui esplorare le tante possibilità offerte dalla serialità televisiva grazie a un accumulo di racconti che vanno a costruire una collezione sempre più stratificata di punti di vista non tanto sulla paura ma su tutto ciò che esiste nel nostro immaginario a proposito di horror.

Le serie antologiche – terminologia che prima di Murphy era stata sempre attribuita alle narrazioni con storie antologiche su base episodica come Black Mirror, e non su base stagionale – hanno la capacità di arrestarsi e ripartire all’interno dello stesso contenitore, di realizzare dei reboot interni che le migliorano o semplicemente permettono di cambiare rotta e raccontare qualcos’altro, una modalità narrativa che (come dimostrano i successi di True Detective, Fargo e The Terror) ha influenzato indelebilmente la serialità televisiva contemporanea.

Una scena di American Crime Story

Ryan Murphy ha proseguito su questa strada realizzando altre serie antologiche estremamente apprezzate come American Crime Story, progetto che esplora il true crime e la sua influenza sulla cultura americana e che con le sue due stagioni ha ottenuto un consenso da parte della critica e un numero di premi che mai gli era stato attribuito prima. Se nella prima annata (dedicata al processo a O.J. Simpson) Murphy ha lasciato spazio agli sceneggiatori Larry Karaszewski e Scott Alexander limitandosi al coordinamento, alla regia e alla produzione, nella seconda si è speso totalmente in prima persona realizzando a partire dalle figure di Gianni Versace e di Andrew Cunanan una riflessione profonda e stratificata sull’omofobia negli Stati Uniti d’America.

Sull’onda successo di American Horror Story e American Crime Story Ryan Murphy realizza anche un’altra serie antologica intitolata Feud, un altro contenitore che questa volta ha l’obiettivo di mettere in scena le rivalità tra personaggi famosi, diventate parte fondamentale della pop culture: la prima e unica stagione finora è Bette and Joan, che nel raccontare la rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford (interpretate dalle meravigliose Susan Sarandon e Jessica Lange) fa un discorso spietato sul sessismo all’interno dell’industria hollywoodiana e, nel parlare del passato, fa chiaramente anche un’analisi del presente.

Feud

Nonostante il successo ricevuto posizionandosi nel segmento produttivo della cable tv Ryan Murphy non è un autore che si lascia incasellare facilmente e la sua voglia di creare televisione vive di cambiamenti continui, tanto che dopo Feud decide (pur non abbandonando progetti tutt’ora in corso come American Horror Story) di ritornare sulla tv generalista realizzando per FOX due show molto diversi tra loro: Scream Queens e 9-1-1. Il primo è una sorta di omaggio citazionista e iper irriverente all’horror slasher degli anni Ottanta e Novanta, in particolare quello ambientato nel mondo delle confraternite universitarie, tenuto in piedi dalle sue fedelissime Emma Roberts e Lea Michele, oltre che da un’ottima Jamie Lee Curtis. La serie purtroppo però non è riuscita a sfondare, forse perché troppo concentrata a raccontare le ossessioni dell’autore per riuscire a parlare a un pubblico vasto e dopo due stagioni è stata cancellata. 9-1-1 invece si è dimostrata sin da subito una macchina da guerra capace di arrivare a tutti, essendo confezionata come una serie emergency con protagonisti poliziotti, vigili del fuoco e paramedici, messa in scena con tutti gli stratagemmi narrativi del genere; Murphy riesce però a imprimere anche in questo caso il proprio stile, facendone una satira semiseria del genere stesso e parlando dei temi a lui cari, come la difesa dei diritti delle minoranze e l’importanza della diversità nella nostra cultura.

Prima di fare il salto più grande della propria carriera Ryan Murphy ha avuto anche il tempo di realizzare per FX Pose, forse una delle sue migliori creature che dimostra in modo inequivocabile la sua capacità di attirare personalità di talento e dar loro l’occasione di esibirlo nella maniera più libera possibile. Pose racconta infatti (a partire dal documentario Paris is Burning) la comunità trans della New York anni Ottanta che ruotava intorno alla cultura underground del ballroom, composta in gran parte da persone afroamericane o latinx. La serie viene da un’idea di Steven Canals, sceneggiatore queer trentaseienne afro-latinx cresciuto nel Bronx che insieme a Murphy ha messo in piedi una writers’ room che oltre a loro due vede anche il sodale Brad Falchuk, l’autrice e attivista trans Janet Mock e Our Lady J, cantautrice e sceneggiatrice già nel team di Transparent.

Pose

Pose è sicuramente lo show più militante realizzato finora da Ryan Murphy ed è per molti versi il compimento di una carriera incentrata sulla difesa delle minoranze e sulla loro rivendicazione dello spazio artistico e lavorativo. Una mission portata avanti anche da Half, la fondazione creata nel 2017 con l’obiettivo di sostenere le figure autoriali femminili, appartenenti alle minoranze razziali e alla comunità LGBT: ogni produzione Half in cui è coinvolto Murphy, infatti, si impegna a non far occupare ai maschi bianchi etero più del 50% dei posti riservati ai creativi in modo da lasciare l’altra metà a tutti quei profili appartenenti a categorie sotto-rappresentate e discriminate costantemente dall’industria dello spettacolo (e dalla società tout court).

A metà del 2018 Ryan Murphy era quindi forse lo showrunner più potente d’America, non solo per il successo delle sue serie, per la capacità di sperimentare all’interno dell’industria televisiva e di ottenere premi in grado di aumentare la visibilità delle reti che trasmettono i suoi prodotti, ma anche per come era riuscito a coniugare il successo con un impegno costante nella lotta all’omotransfobia, al razzismo, al sessismo e alla misoginia, perché come racconta a Emily Nussbaum nel profilo citato in apertura “It’s television as advocacy and I want to put my money where my mouth is”.

Grazie a questo blasone e al potere contrattuale conquistato negli anni, arriva quindi l’offerta di un contratto in esclusiva con Netflix con cui Murphy si impegna a realizzare serie televisive originali per cinque anni in cambio di trecento milioni di dollari. Si tratta del più ricco contratto mai ottenuto da una figura creativa e Ryan Murphy è riuscito a conquistarlo non tanto grazie a un singolo show in grado di cambiare la storia della tv (come Mad Men per Matthew Weiner o Breaking Bad per Vince Gilligan) ma in virtù della sua capacità di innovare continuamente, mosso dalla tensione costante a creare qualcosa di nuovo sia dal punto di vista dei formati narrativi che da quello dei modelli estetico-produttivi.

Una scena di The Politician

Ora che ha raggiunto il risultato più ambito nella sua professione, riuscirà a utilizzare il proprio potere per continuare a lottare come ha sempre fatto in difesa delle persone marginalizzate? Potremo rispondere a questa domanda solo tra qualche anno, quando avremo un’idea più chiara di ciò che uscirà da questo accordo. Intanto però possiamo già gustarne i primi frutti con The Politician, serie che dal 27 settembre apre la stagione del sodalizio tra Ryan Murphy e Netflix.

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