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Scena di Romanzo di una strage

Anniversari

Romanzo di una strage (di Stato)

50 anni fa esplodeva la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Marco Tullio Giordana, l’unico regista ad aver portato al cinema la strage, ricostruisce quell’Italia grigia del 1969 e prova a sanare con l’Arte le mancanze degli uomini.

All’inizio si pensò che fosse stata una caldaia. Ma agli uomini accorsi sul luogo del disastro apparve subito chiaro che una tale devastazione non poteva essere stata prodotta da una caldaia: certe carneficine le produce solo una guerra. L’esplosione aveva disintegrato il grande tavolo circolare al centro della sala, scavato una profonda voragine giù nel pavimento e dilaniato i corpi. 17 morti e 86 feriti il bilancio finale. No, non era stata una caldaia.

All’inizio si pensò che fossero stati gli anarchici. I componenti del Ponte della Ghisolfa furono praticamente tutti fermati e interrogati. Un volantino trovato nei pressi di Piazza Fontana sembrava rivendicare quella bomba. No, non erano stati gli anarchici.

strage piazza fontana

All’inizio sembrò fosse stato Giuseppe Pinelli. Il commissariato, l’interrogatorio, quella finestra… Morte accidentale di un anarchico. No, non era stato Giuseppe Pinelli. Non era stato Pietro Valpreda; non erano stati i rossi né gli anarchici, non era stato un atto terroristico sulla strada verso la rivoluzione bolscevica o l’abolizione dello Stato.

Quel 12 dicembre ha cambiato per sempre la storia di questo Paese, irrimediabilmente. L’Italia perse quel giorno la sua verginità. Un tuono esplosivo la svegliò da quel lungo sonno fatto di benessere da dopoguerra, di boom economico degli anni ’60, di ottimismo e vitalità, di fermento culturale, di germogli di contestazione giovanile. Ci si scoprì improvvisamente fragili, inermi, sbigottiti, indifesi. Un fuoco covava sotto le ceneri, la guerra era finita da un pezzo ma la pacificazione non era mai arrivata. Iniziò quel giorno una stagione nera che ci porta almeno fino al 2 agosto di 11 anni dopo, alla stazione di Bologna, passando per l’Italicus e piazza della Loggia.

Mastandrea in Romanzo di una strage

Romanzo di una strage è l’unica pellicola ad occuparsi di Piazza Fontana. Con tono asciutto e, almeno nella prima parte, rigore quasi documentaristico, Giordana ha costruito un film che riguarda tutti noi, il nostro rimosso, riguarda quello che eravamo, quello che siamo stati e in sfumatura quello che potevamo essere in questi 50 anni. Come in quella mattina di dicembre, tutto è grigio, tutto si sovrappone e si svolge in contemporanea: Milano, Padova, Roma; il commissario Calabresi, Pinelli, gli ordinovisti veneti, il ministro degli Esteri Aldo Moro, il Presidente Saragat. Si tenta di dipanare con la verità storica tutto ciò che è avvolto in quella grigia nebbia di omertà, depistaggi, servizi deviati, dal momento che la verità processuale non è arrivata e non arriverà mai. E allora è bene rimarcarle quelle verità storiche, sottolinearle, fissarle nella memoria con l’incisività che solo il grande Cinema può avere. No, non furono gli anarchici; no, Giuseppe Pinelli non c’entrava nulla e non si suicidò; no, il Commissario Calabresi non era nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra; gli ordinovisti veneti del gruppo di Freda e Ventura individuati quali responsabili ma non più processabili.

Il film trae la sua forza appunto dalla grande meticolosità storica con cui si mettono in fila, uno dietro all’altro, i fatti, anche quando devono semplicemente inquadrare il contesto: l’autunno caldo, gli scontri di piazza, le bombe che avevano funestato il Paese già a partire da aprile, con altri episodi in agosto, e il contesto internazionale, con la grande attenzione statunitense per lo scenario politico italiano attraverso la CIA e più in generale tutta la situazione politica dell’Europa del sud, dalla Spagna franchista, al Portogallo, alla Grecia dei Colonnelli.

Si ergono su tutte le altre due figure: il Ministro Aldo Moro e il commissario Calabresi. Fabrizio Gifuni e Valerio Mastandrea sono qui in una delle migliori interpretazioni della loro carriera, per l’intensità, la credibilità, l’umanità, la solitudine, e la tragicità che hanno saputo conferire ai loro tragici personaggi: uomini al servizio delle istituzioni, schiena dritta, sguardo lungo, pedine probabilmente di un gioco più grande di loro ma anche forse gli unici ad aver anche solo sfiorato qualche brandello di verità, il primo conducendo una solitaria contro-inchiesta, il secondo forse solo sognandola. E qui sta l’altro grande punto di forza del film di Giordana: si ricostruisce il contesto, i fatti, ma poi è il Cinema, l’Arte, a prendere nel finale il sopravvento, a fare il Romanzo, avanzando un’ipotesi, quella della doppia bomba, perché se c’è una cosa che Piazza Fontana ha insegnato a tutti gli italiani è che, come dice il magistrato Paolillo interpretato da Lo Cascio, la giustizia è una cosa ma le persone che dovrebbero attuarla un’altra.

Mastandrea in Romanzo di una strage

Due borse, due bombe: la prima è solo dimostrativa, a basso potenziale, azionata da un timer, lascia un forte odore di disinfettante e non deve fare morti, deve esplodere a banca chiusa; la seconda ha un odore di mandorle amare, contiene tritolo ad alto potenziale innescato da una miccia, esplodendo fa esplodere anche l’altra; la prima messa magari da quegli stessi anarchici, chissà forse Valpreda; la seconda piazzata da un fascista che somiglia a Valpreda che fa di tutto per farsi notare, per farsi scambiare con Valpreda, così il conto lo pagano gli anarchici, i colpevoli ideali.

Ma visto che siamo in vena di fantasie, perché non andare oltre? È un Romanzo del resto, no? E allora la prima bomba, quella dimostrativa, viene collocata da un sosia di Valpreda, ha molti estimatori anche dentro le istituzioni perché scuote l’opinione pubblica, fa paura, prepara il terreno per una modifica della Costituzione; ma a livello internazionale si pensa che non basti, che ci vorrebbe una vera dittatura come in Grecia: e allora ecco la seconda bomba, per fare i morti.

Favole, nient’altro che favole suggestive.

La verità come sempre sta in fondo, nei meandri, o tra le pagine di un bel Romanzo.

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