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Sarah Paulson nei panni di Ratched

Recensioni

Ratched, in equilibrio precario tra giusto e sbagliato

A soli 4 mesi dall’iconologico Hollywood, il suo ultimo prodotto targato Netflix, il 18 settembre sulla piattaforma streaming più gettonata tornerà nuovamente tra i titoli di coda il nome di Ryan Murphy con la miniserie Ratched.

La storia della protagonista, l’infermiera Mildred Ratched (interpretata dalla musa feticcio di Ryan Murphy Sarah Paulson), è liberamente ispirata all’omonimo personaggio nato dalla penna di Ken Kesey e trasportato successivamente sul grande schermo attraverso il riadattamento firmato da Milos Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo. La miniserie non si presenta né come un suo prequel, né come un suo sequel; la visione del film del 1975 non è dunque obbligatoria, ma la suggerisco lo stesso caldamente essendo un caposaldo della cultura cinematografica del XX secolo. Il film, infatti, segna la storia perché è l’unico, assieme ad Accadde una notte nel 1935 e a Il silenzio degli innocenti nel 1992 ad aver vinto l’Oscar nella cinquina magica: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attore ed attrice protagonisti.

The psychiatric clinic

L’inizio del racconto di Ratched è segnato dall’arrivo di Mildred alla clinica psichiatrica Lucia presso la quale, con piccoli sotterfugi e sopraffazioni un po’ tiranniche, riuscirà a farsi assumere. Solo poco prima uno spietato serial killer, Edmund Tollen, era stato trasferito lì affinché venisse valutata una eventuale infermità mentale come motivo scatenante del pluriomicidio da lui commesso. Il trasferimento in una struttura di salute mentale era ormai una procedura in auge negli anni in cui la medicina clinica conquistava sempre più credibilità per le presunte adeguatezza e riuscita delle terapie farmacologiche.

L’istituto è visibilmente scaduto in termini di efficienza e validità, è guidato da un dottore il cui impegno profuso nello svolgere il suo compito non farà altro che mettere in risalto la sua inettitudine e inadeguatezza e il cui staff è capitanato da una bisbetica e arrogante despota, Betsy Bucket, con la quale la Ratched calcolatrice dei primi episodi avrà non poche rogne. La sua ostinazione nel voler lavorare nell’istituto nonostante i numerosi deterrenti viene motivata già nel secondo episodio, e sulla scia di questa consapevolezza da parte del telespettatore il racconto passerà da una vicenda a un’altra suscitando sempre e comunque il massimo della tensione.

Con la siberiana e impenetrabile infermiera originale la Mildred di Ryan Murphy condivide solamente il capello cotonato, il tintinnante mazzo di chiavi che indossa al braccio e qualche quota sadica. Per il resto, il personaggio è impreziosito con i più minuziosi dettagli, contestualizzato nel suo vissuto più intimo e stravolto nelle sue componenti caratteriali, alcune delle quali hanno anche il sapore di tanta tenerezza. Insomma, il background che Murphy ha voluto generosamente regalare alla sua Mildred non era stato nemmeno lontanamente pensato per l’infermiera del film. Ad ogni azione deprecabile ed eticamente scorretta da lei commessa si contrappone un altrettanto nobile sentimento di compassione attiva nei confronti altrui; il racconto è una vertiginosa altalena tra spietatezza e misericordia la cui spinta proviene dalla dottrina etica intorno al comportamento pratico dell’uomo di fronte ai due concetti di bene e male.

Mildred and Gwendoline

Ne consegue che l’indagine speculativa su Mildred non riuscirà a farcela etichettare definitivamente né ‘buona’ né ‘cattiva’. I traumi del suo passato l’hanno trasformata in una donna rotta; a causa di essi ha imparato ad essere egoista e crudele, ma grazie ad essi sa mostrare anche tanta empatia nei confronti di chi ha sofferto o continua a soffrire. Inaspettatamente per lei, si scopre capace di amare e di essere amata in maniera sana, cosa che la porterà a cambiare l’idea che ha di se stessa. La poliedricità morale del suo personaggio si sottrae alla semplicità di questa classificazione e segna la scoperta della dicotomia che caratterizza la vita di ogni essere umano. A sostegno di tale tesi, tutti gli altri co-protagonisti: chi appare a primo acchito maligno si ritroverà ad aiutare Mildred e chi invece sembra essere innocuo ed inoffensivo scoprirà la sua vera natura, come una delle infermiere della clinica, vittima di un rapporto di ibristofilia. Se le carte si mescolano così tanto e così velocemente, ci si inizia a chiedere chi sia il vero antagonista o se effettivamente un antagonista esista. Anche (e soprattutto) i pazienti di Lucia riescono a fare da specchio al principio della duplicità emozionale. Entrano in gioco variabili che si compongono a creare soluzioni inimmaginabili; così un contesto familiare altamente disfunzionale e asfittico può condurre a disagi relazionali, un trauma alla violenza fisica, una malattia mentale a un istinto omicida. Tutto ciò che accade o che è accaduto è raccontato non perché venga legittimato o scusato, ma perché possa essere almeno compreso.

Se la miniserie snocciola il racconto dell’infermiera grazie al tema della malattia mentale e di come essa venga trattata nelle cliniche psichiatriche dei primi anni ’50, non riesce tuttavia a sostenerne dovutamente l’importanza. Le innovative tecniche quali la lobotomia, l’idroterapia e l’ipnosi, in linea con il capovolgimento che interessa il personaggio di Mildred, vengono interpretate sotto una luce diversa, non più come pratiche sadiche e perverse, ma come un tentativo mosso dalla genuina convinzione che la malattia mentale meriti di essere curata e non aborrita. Perdendo il ruolo di denuncia sociale, sono così relegate a mero contorno: il loro è un accenno rapido e superficiale, come anche le reazioni dei pazienti sottoposti a tali trattamenti.

The hydrotherapy treatment

La storia di Ratched risulta in definitiva debole e piuttosto cascante nella ripetitività della tendenza doppiogiochista che Mildred mette in atto con vari personaggi, anche contemporaneamente, quasi ci fosse bisogno di più di un pretesto per portare avanti il racconto e arrivare così all’exploit finale del messaggio, quello che ha suggerito implicitamente per tutti gli episodi la ricerca introspettiva di sé e l’indulgenza di giudizio. Quella che sembra una favola desiderosa di comunicare la sua morale si carica comunque fortemente di tutti gli aspetti di un classico thriller psicologico. Si avvale di un autorevole gioco di luci psichedeliche – in linea con le esperienze percettive dei protagonisti – che contribuisce a definire un’impronta onirica extradiegetica. La scenografia riproduce in maniera estremamente eccentrica e fantasiosa ma al contempo asciutta l’arredamento dell’America dei primi anni ’50. Utilizza tinte pastello molto cariche – in netta contrapposizione con gli spazi asettici e abulici del film del 1975 – e puntuali tocchi di stile gotico sfiorando a tratti un’atmosfera grottesca, a tratti surreale.

Doctor Hanover's trip

Ratched è anche un disinteressato tributo al maestro della suspense Hitchcock e ai suoi grandi capolavori: lo omaggia con i climax ascendenti di una colonna sonora sempre presente e ricca di tensione e le lunghe traversate in auto di notte come in Psycho, con i sapienti raccordi soggettivi sugli oggetti-chiave del racconto come in Delitto perfetto e con un gioco di ombre di grande impatto che ritroviamo in La finestra sul cortile

Nonostante i contro (presenti in qualsiasi prodotto televisivo) mi sento di garantire per Ratched, questo ulteriore piccolo fiore all’occhiello di Ryan Murphy la cui accuratezza nella scelta dell’oggetto dei suoi script, la genialità della loro trasposizione e l’abbandono disinteressato con il quale si dedica a plasmare con onestà i suoi personaggi –siano essi realmente esistiti o inventati- lo rende oggi uno dei migliori registi, sceneggiatori e produttori esecutivi di serie TV.

Qui per lo sneak peek definitivo della miniserie.

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