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Qualcuno volò sul nido del cuculo

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Qualcuno volò sul nido del cuculo, una denuncia carica di emotività e acrimonia

45 anni fa bucava gli schermi cinematografici “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, un manifesto rabbioso che denuncia una filosofia manichea della vita.

Che l’Academy Awards faccia il bello e il cattivo tempo delle pellicole cinematografiche, è ormai lapalissiano. Qualcuno volò sul nido del cuculo ne esce non solo ampiamente vincitore dall’edizione del 1976 (è l’unico film assieme ad Accadde una notte e Il silenzio degli innocenti ad aver vinto la cinquina magica: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior attore e attrice protagonisti) ma persino corroborato, con una eco che saprà toccare generazioni diverse, fino ad ispirare addirittura la miniserie Ratched di Ryan Murphy che regalerà generosamente un background fittizio ad uno dei protagonisti chiave del film.

L’oscurantista nascondiglio dell’infermità mentale

Qualcuno volò sul nido del cuculo palesa la sua potenza espressiva nel cocktail di metafore e trasposizioni simboliche di cui si carica, a partire da un titolo che inizialmente può sembrare fuori posto ma che racchiude, come una sorta di Easter egg, il significato più intimo ed uterino della storia: ‘Il nido del cuculo’ (in inglese cuckoo’s nest), infatti, è un’espressione tipicamente americana utilizzata per indicare il manicomio, che del film sarà tanto spazio scenografico quanto indefettibile protagonista. A partire da questa timida overture semantica, viene snocciolata la vicenda di Randle Patrick McMurphy, un uomo vizioso accusato di risse e violenza minorile che per sottrarsi al carcere finge un’ingegnosa (a parer suo) infermità mentale.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Jack Nicholson in una scena tratta da Qualcuno volò sul nido del cuculo

McMurphy inciampa tuttavia nel gravissimo errore di non contemplare il contesto culturale e formativo dell’epoca, un decennio – quello degli anni ’60 – in cui è alacre, forse anche imperativo, il tentativo di una pulitura sociale che estrapoli la difettosità umana dalla collettività. Tale desiderio di una borghesia intrinsecamente filistea si traveste da accoratissimo interesse per la salvaguardia di chi è manchevole di sanità mentale, e dunque necessitante di cure ad hoc che solo una struttura specifica può fornire. Da qui partono gradualmente, inevitabilmente ed inaspettatamente per McMurphy il suo calvario spirituale ed il suo svuotamento morale che approderanno ad una svolta tragica non solo per il protagonista, ma anche per il messaggio di cui il film si fa coraggiosamente portavoce.

La scomodità di essere sani

Nonostante sia fondamentale apparire fuori da ogni logica comportamentale, basterà davvero poco tempo a McMurphy per sentirsi stretti i panni da infermo di cui si è vestito. Involontariamente palesa la sua sanità mentale nel continuo braccio di ferro con il caporeparto, la druidica e spettrale Mildred Ratched, che rappresenta la sua nemesi e condanna. Alla stravolgente briosità con la quale McMurphy cerca genuinamente di coinvolgere i pazienti del manicomio di Salem, di sollecitare la loro fantasia e regalare dei barlumi di infantile spensieratezza, Ratched oppone un’allucinante fissità, un sadismo passivo-aggressivo ed un’asfittica rigidezza nel rispetto delle regole, quelle che sostanzialmente assicurano che i malati di mente restino tali. L’esecrabile paradosso sta nel fatto che fuori, nel mondo reale, terapie come la lobotomia e l’elettroshock arrivino come operazioni funzionali e funzionanti, quando in realtà sono azioni volontarie e blasfeme attuate per mantenere saldo il controllo su chi non ha strumenti e modo per reagire, una moneta di scambio per la quale ad ogni azione indisciplinata corrisponde una punizione mascherata da cura.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Jack Nicholson in una scena tratta da Qualcuno volò sul nido del cuculo

McMurphy è indigesto perché vuole smascherare a tutti i costi la fallacia di un sistema corrotto e corroso; è urticante in quei gesti riottosi con cui cerca di opporsi alla ciclicità abulica cui i pazienti sono costretti, alla ripetitività maniacale di una routine collettiva che non omaggia il singolo ed i suoi bisogni ma mette a disposizione una serie di attività che si calano su una schiera umana ritenuta senza volto. Scorge verità laddove gli altri non andrebbero nemmeno a cercare e si fa così portavoce per loro, impugnando le armi in una guerra che inconsciamente sa anche lui persa già in partenza perché disagevole e cavilloso è il compito di chi vuole abbattere le convenzioni sociali.

In Qualcuno volò sul nido del cuculo il manicomio è espressione di una micro-società limitata ed “esclusiva” in cui si replicano pedissequamente quei meccanismi relazionali che in una comunità costituita da persone capaci di intendere e di volere, navigano sott’acqua senza mai riuscire completamente a palesarsi: la brama di controllo, il desiderio di ricoprire il ruolo di “padre padrone”, la soddisfazione di rendere l’altro subalterno e gregario. È solo tra le quattro mura di una struttura sanitaria, con una platea selezionata e circoscritta, in circostanze guaste da un punto di vista etico, che l’impresa riesce, regalando non poche soddisfazioni a chi è martello, non incudine.

L’accanita denuncia contro il manicheismo sociale

Qualcuno volò sul nido del cuculo ha un’irrefrenabile voglia di sovvertire convenzioni e convinzioni, di palesare e glossare il concetto di dicotomia emozionale, mostrando quanto sia possibile la convivenza di concetti diametralmente opposti. Dei malati di mente, etichettati come scarto sociale e colpevolizzati per una sorte ingiusta di cui pagano rovinosamente lo scotto, sono rischiarate declinazioni caratteriali quali la tenerezza, la generosità, la lealtà, talvolta persino l’empatia, così come McMurphy, inguaribile egocentrico e tracotante individualista, abbraccia generosamente una causa che non brucia direttamente sulla sua pelle, ma sulla quale non può soprassedere.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Jack Nicholson in una scena tratta da Qualcuno volò sul nido del cuculo

L’obiettivo è piuttosto semplice, ma per nulla banale: dimostrare quanto i malati di mente siano esattamente uguali agli uomini cosiddetti “sani”, e che dispongono di sentimenti cui dover dare il giusto peso. Non è sufficiente un superficiale monitoraggio clinico ed una cura farmacologica, ma un chiaro riconoscimento come persona, non come oggetto. L’agire di McMurphy è un manifesto che denuncia una filosofia manichea della vita che ha bisogno di scindere nettamente i concetti di bene e male -quest’ultimo classificato secondo criteri reprobi ed infondati -, di giusto e sbagliato, di funzionante e guasto.

L’incipit riflessivo del film

In un contesto in cui la sfida dovrebbe essere rappresentata dalla possibilità che i malati possano riacquistare un barlume di sanità, la situazione si capovolge, rendendo primaria l’esigenza che l’unico sano si allinei agli altri, disperdendosi nell’anonimato. McMurphy subisce una lobotomia per nulla necessaria, unico espediente che consente di spegnere quel focolaio di rivolta che il suo arrivo aveva acceso. Il protagonista cade vittima di un complotto surrettizio e alla fine soccombe, non prima però di aver lanciato un incipit riflessivo: lo spettatore arriva al finale stanco e infiacchito nel tentativo di poter qualificare e quantificare la normalità, cosa che non riesce a fare perché il concetto è talmente sottile ed ideale da sfiorare l’evanescenza. Quella finestra rotta nel finale, che consente la fuga di Capo Bromden, non è nient’altro che l’emblema dell’evasione dagli schemi cancerogeni imposti dalla società. Una libertà di pensiero che tutti dovrebbero cercare, trovare, ed infine difendere a denti stretti.

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