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Attualità

Provaci ancora Matteo

È diventato marginale ma non si rassegna; guida un partito minuscolo ma pretende di imporre la linea politica al Governo. Ritratto di un uomo ostaggio del proprio ego.

Matteo Renzi

Mi piace riguardare i grandi classici. Capita a tutti di beccare in tv quel vecchio film in bianco e nero, quello visto mille volte, e di non riuscire a evitare di guardarlo ancora una volta, anche se iniziato, anche se si conoscono a memoria le battute e le scene. È un piacere sottile: è indossare un vecchio paio di pantofole sformate e comode, è tua madre che viene a rimboccarti le coperte da adulto, ti fa sentire a casa, coccolato e confortato.

Sono le sensazioni che ho provato in queste ultime settimane sentendo alcune dichiarazioni del Senatore di Firenze Matteo Renzi.

E allora la mia mente romantica corre subito a quei mesi a cavallo tra il 2013 e il 2014, quando eravamo tutti più giovani e più felici, pensavamo che il futuro fosse pieno di sorprese e sembrava che Renzi fosse il leader dei prossimi 20 anni di questo Paese. Per questo accettammo in fondo di buon grado lo spodestamento di un Presidente del Consiglio espresso dal Pd da parte del nuovo segretario del Pd. Ma il punto non è questo; il punto che riguarda la nostra stretta attualità sono le dinamiche che hanno portato a quel famoso “Enrico stai sereno”, che sono identiche nei modi, nei toni, nei tempi a quelle che stiamo vivendo in queste settimane.

Matteo Renzi

Breve riepilogo per chi è stato su Marte negli ultimi 6 mesi. Era agosto, e tra mojito, angurie e ombrelloni Matteo Salvini decide di staccare la spina al Governo “gialloverde” con l’obiettivo di andare alle urne; i suoi propositi si infrangono però di fronte alla vera, unica novità politica dell’anno: la decisione di Renzi (e specularmente di Grillo) di aprire alla possibilità di una maggioranza di governo con il M5s. Renzi in quel momento è ancora nella fase del pugile suonato: non ha ancora del tutto smaltito i postumi dei colpi ricevuti alle elezioni del 2018 ma ha dovuto abbandonare, almeno ufficialmente, la segreteria del Pd, trovando più conveniente esercitare il suo controllo sui gruppi parlamentari del Pd da una posizione più esterna.

Costretto di fatto il nuovo segretario Zingaretti ad accettare un Governo che non avrebbe voluto, Renzi riesce così da una parte ad evitare le urne nel suo momento di maggior debolezza, e dell’altra a trarre massimo profitto dalle trattative che portano alla nascita del Governo Conte II, ottenendo la nomina di diversi ministri di area renziana.

Tutti contenti: Salvini è stato neutralizzato, Pd e M5s hanno evitato le urne, il 5 settembre entra ufficialmente in carica il nuovo Governo.

Esattamente 11 giorni dopo, il 16 settembre Renzi annuncia la sua uscita dal Pd e la fondazione di un nuovo movimento politico, Itala Viva. Per il Pd si tratta della sesta scissione dalla sua nascita, la terza negli ultimi 3 anni, ed è anche una delle più significative politicamente, dal momento che è operata da un soggetto che è stato Presidente del Consiglio e per due volte segretario del partito.

Matteo Renzi

È stato lì, quel giorno, in quel momento che forse Giuseppe Conte ha capito che la strada davanti a lui non era così in discesa come aveva immaginato. Perché come era facile immaginare cominciano da quel giorno tutta una serie di distinguo, di smarcamenti, di richieste più o meno velate, di ditini alzati, di voci polemiche da parte del nuovo partito; intanto il Governo in fibrillazione licenzia la manovra economica.

Arriviamo così all’attualità di queste ultime settimane e all’ escalation dei toni polemici nei confronti del Governo sulla riforma della prescrizione.

Il problema è che, in questa politica fatta di e dai sondaggi, Italia Viva pare raccolga tra il 4 e il 5% dei consensi, troppo poco per lo smisurato ego del Senatore semplice Renzi.

E allora che fare? Uscire dal governo, rinunciando ai due ministeri controllati, rischiando stavolta sì di andare a votare e di non superare la soglia di sbarramento (posto che si voti con un sistema proporzionale, come pare)? No, meglio logorarlo piano piano, rosolarlo a fuoco dolce, guadagnare tempo nella speranza che i sondaggi crescano. Semmai c’è bisogno di un coup de théâtre, una mossa che sparigli, che gli consenta di tornare centrale nel dibattito politico, nei media, e al tempo stesso di dargli ciò che in questo momento gli serve come l’ossigeno: altro tempo.

Cosa c’è di meglio allora che il caro, vecchio, buon tema delle riforme istituzionali? E quale luogo miglior se non il caro, vecchio, caloroso salotto di Bruno Vespa?

Non chiedo di riaprire la stagione delle riforme, è chiusa. Chiedo solo di cambiare la forma di governo” ha affermato il Senatore Renzi riuscendo a mantenere sul viso quell’espressione che per lui equivale alla serietà. Ne siamo francamente rassicurati: Renzi propone SOLAMENTE di cambiare la forma di Governo, passare cioè da un sistema parlamentare a un sistema ibrido, praticamente non previsto in dottrina (eccetto il caso israeliano, tentativo unico e fallito), di elezione diretta del Presidente del Consiglio, una forma di presidenzialismo mascherato.

Matteo Renzi

Non è certo la prima volta che in Italia si tenta di far passare l’idea che la soluzione alle inefficienze della politica sia l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, ci aveva provato Berlusconi con la sua Riforma del 2005, ci aveva provato la Bicamerale di D’Alema sul finire degli anni ’90, l’aveva in precedenza proposta Mariotto Segni.

In questo caso, siamo di fronte a una proposta avanzata per egoistico calcolo politico, senza nessuna velleità di realizzazione, a quella cioè che si configura, per usare le parole dell’esimio Gianfranco Pasquino, come una “proposta tecnicamente inadeguata, politicamente aberrante, che è soltanto avventurismo istituzionale. Non ha nessuna dignità”.

Ma in linea teorica, cosa ci sarebbe di sbagliato per il cittadino elettore nel votare direttamente un Presidente del Consiglio? Ci vengono in aiuto, per fortuna, le parole dell’immortale Giovanni Sartori: “In Israele si era esattamente capito che un premier creato da una elezione diretta può essere cambiato soltanto da un’altra elezione; e in questa logica al premier israeliano “sfiduciato”, o comunque paralizzato dal suo parlamento, veniva attribuito il potere di scioglierlo e di indire nuove elezioni (beninteso, mandando a casa anche sé stesso). Questa formula aveva dunque una sua impeccabile coerenza. Prefigurava però un sistema esposto a elezioni continue”. È proprio questo il paradosso, voler riformare un sistema caratterizzato dalla instabilità politico-istituzionale attraverso un istituto, quello appunto dell’elezione diretta del premier, che espone il sistema a una ripetizione senza fine di elezioni successive.

No, questa non è un tentativo di riaprire la stagione delle riforme istituzionali; è il tentativo disperato di un politicante senza scrupoli di calciare la palla in tribuna per guadagnare tempo. Se i prossimi mesi vedranno una crisi di Governo, se Italia Viva sfiducerà come annunciato il Ministro della Giustizia, se si andrà verso una convergenza politica con un pezzo di quel che rimane di Forza Italia (partito con Italia Viva ha ormai numerose e imbarazzanti affinità, dal tema della giustizia alla proposta di trasferire i fondi destinati al Reddito di cittadinanza alla riduzione delle tasse alle imprese), lo dirà solo il tempo. Ma la sensazione del film già visto rimane…

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