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Poetry: la vita poetica declamata da Lee Chang-dong

Usciva 10 anni fa in Italia Poetry, un’opera dal raffinato lirismo diretta da Lee Chang-dong

Tempo di lettura: 7 minuti

Cade oggi il decennale dell’uscita italiana di Poetry, quinto lungometraggio di Lee Chang-dong. Opera densa come poche, il film riesce a bilanciare l’estetica del lirismo alla densità di un trattato umano, muovendosi con leggiadria in un accuratissimo simbolismo scenografico degno – come tutti i film di Lee – di un trattato monografico.

La narrazione prospettica

Affacciatosi sul grande schermo a quarant’anni suonati, Lee Chang-dong si approccia alle proprie storie con la complessità di uno sguardo maturo che tanto ha visto e vissuto, e che altrettanto ha da dire sia sul proprio paese, sia sui tipi che lo popolano. La scelta di raccontare storie che si dipanano da una prospettiva quantomeno matura è molto evidente in Peppermint Candy (2000), ma non è del tutto estranea nemmeno all’ultimo titolo, Burning (2018), dove l’istanza narrante, pur non materializzandosi mai in maniera esplicita, fa sentire il peso – pacato ma deciso – del proprio giudizio. Che si palesi mediante un esplicito artificio retorico (la narrazione a ritroso di Peppermint Candy), o che giochi a nascondino (Burning), è sempre la prospettiva, il nudo e crudo meccanismo della narrazione, a rivelare la peculiarità del Lee autore, prima che del “semplice” cineasta.

Mi-ja (Yoon Jeong-hee) in una scena tratta da Poetry
Mi-ja (Yoon Jeong-hee) in una scena tratta da Poetry

La protagonista di Poetry, Mi-ja, ultra-sessantenne con i primi segni di alzheimer, è l’epitome della narrazione prospettica cara a Lee Chang-dong. Una donna che vive da sola in provincia e che si affaccia pian piano alla parte conclusiva della propria vita. Una nonna che deve accudire il nipote adolescente al posto della figlia, che per lavoro si è trasferita nella metropoli. Un’anima pia e sensibile, Mi-ja, che patisce – spesso silenziosamente – il cinismo e l’indifferenza del nipote, così anestetizzato da tv e cellulare da non provare più nemmeno il senso di colpa per aver causato insieme agli amici il suicidio di una compagna di scuola. Mi-ja è espressione di una società lacerata. Non solo sul piano macro-politico (in tal senso, il simbolismo spaziale di Burning è l’esempio migliore), ma anche su quello micro-sociologico.

Mi-ja in compagnia del nipote in una scena tratta da Poetry
Mi-ja in compagnia del nipote in una scena tratta da Poetry

Le famiglie moderne ritratte da Lee pare che percorrano una direttrice ascensionale in quanto a benessere materiale, ma sembrano impoverirsi di sensibilità nella sua accezione più ampia . È alla confluenza di queste bisettrici che si collocano Mi-ja e lo stesso Lee Chang-dong: quella di chi, ormai in età avanzata, non può che guardarsi indietro. Non più solo vivere, ma soprattutto tramandare, nella malinconica speranza che ci sia ancora terreno fertile per la semina.

Largo (purtroppo) ai giovani poeti

Lo sguardo di Lee Chang-dong su alcuni esponenti delle giovani generazioni è lungi dall’essere fiducioso o ottimistico. I figli della generazione di Mi-ja emigrano dalla provincia inseguendo la carriera. I figli dei figli sono ormai incapaci di assumersi qualsiasi tipo di responsabilità. Colpevoli sì, ma solo a metà, poiché vegetano all’ombra della colpevole connivenza di quei genitori che per salvaguardarne la reputazione o anche solo gli ottundenti agi ricorrono a ogni mezzo, inaridendoli. Nella desolante penuria di riferimenti educativi, i giovani di Poetry sono come un buco nero che inghiotte tutto. Compresa l’estatica meraviglia e l’infantile candore del componimento poetico.

Mi-ja in una scena tratta da Poetry
Mi-ja in una scena tratta da Poetry

Emblematica, in questo senso, la scena che vede il giovane poeta che apoditticamente sentenzia così sul contemporaneo agonizzare della poesia: «La poesia merita di agonizzare». Il suo metallico cinismo non potrebbe cozzare in maniera più aspra con la genuina innocenza di Mi-ja, sperduta tra mille suggestioni alla disperata ricerca dell’ispirazione che le consenta di scrivere un componimento. Sono due traiettorie di vita che non si incontrano, le loro, come due parallele che corrono su binari diversi e che abitano tempi diversi. A proposito di tempi e binari, l’utilizzo metaforico di strade e mezzi di trasporto – specie dei treni – è di capitale importanza nella poetica di Lee Chang-dong (Peppermint Candy ne offre una declinazione che sa di manifesto). Così come lo è quello dei corsi d’acqua, linee che oltre ad alludere all’incedere del tempo, rappresentano spazi e luoghi esistenziali, più che geografici.

Il fiume "protagonista" in Poetry
Il fiume “protagonista” in Poetry

Il regista incastona Poetry all’interno di una cornice acquatica ben chiara e riconoscibile. La scena iniziale e quella finale riprendono proprio le acque del fiume, lo stesso nel quale la ragazzina si è suicidata e nel quale, probabilmente, l’aspirante poetessa Mi-ja sceglie una fine analoga. Stavolta, eccezionalmente, due anime anagraficamente distanti si sono incontrate, trascolorando specularmente l’una nell’altra. E per via di un mezzo, la poesia, che non è più solo artefatto o componimento creato dall’uomo come altro da sé, ma che è (diventata) vita vissuta. Vicenda incarnata e patita, prima che scritta. Ancora una volta, un problema di prospettiva.

Poesia come vita: autentica, personale, originale

Cosa c’entri la poesia, nello splendore visivo di Poetry, è chiarito dal maestro della classe di Mi-ja: «Per scrivere una poesia bisogna vedere. Noi viviamo vedendo delle cose, dobbiamo vedere bene ciò che ci circonda. Una mela: quante volte in vita vostra avete visto una mela? Mille? Diecimila? Un milione? […] Vedere veramente una mela significa essere interessati a lei, cercare di capirla, aver voglia di conoscerla e di parlarle. […] Scrivere poesie significa ricercare la bellezza, scoprire la vera bellezza in ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi nella vita quotidiana. La vera bellezza, non soltanto la bellezza dell’apparenza. In ognuno di voi c’è della poesia, nel vostro cuore. Ma è lì imprigionata, dovete liberarla. La poesia che ora è intrappolata nel vostro cuore deve prendere il volo».

Una scena tratta da Poetry
Una scena tratta da Poetry

L’importanza della prospettiva non potrebbe essere chiarita in maniera più esplicita: è il posizionamento, il come si guarda, a modificare la percezione del mondo. Occorre vedere bene, o, fuor di metafora, occorre vedere autenticamente e quindi, giocoforza, personalmente. Scoprire la bellezza, l’autenticità, la poesia – compresa quella della fragilità di un’anima che sceglie di morire – non è da tutti. Occorre una certa disposizione d’animo, che solo Mi-ja sembra possedere. Non ce l’ha il nipote, rappresentante di una generazione apatica e anestetizzata. Non la possiedono i genitori di quella generazione, ritratti come la quintessenza del menefreghismo. E neppure i compagni di corso di Mi-ja, dato che nessuno di loro riesce a scrivere una poesia alla conclusione del corso; nemmeno le nuove leve della poesia nazionale sembrano averla, consumati dall’indifferenza.

La giovane ragazzina suicida in una scena tratta da Poetry
La giovane ragazzina suicida in una scena tratta da Poetry

La bellezza degna di poesia non è altro, quindi, che una faccenda irrimediabilmente personale e individuale. Mi-ja peregrina senza sosta chiedendo ad altri dove e come trovare l’ispirazione per comporre. Goffamente, la cerca lì dove tutti, o molti, potrebbero trovarla, ad esempio scrutando un albero o i fiori, o persino una mela. Ma ancora una volta, il raffinato simbolismo di Poetry schiaffa in faccia a Mi-ja e agli avventati, scontati poeti la realtà dei fatti: i fiori che la protagonista osserva nello studio della dottoressa che le diagnostica l’alzheimer (primo svelamento) in effetti sono finti (secondo svelamento). Per l’anziana signora si tratta di una doppia presa di coscienza che le schiude le porte della percezione. «La vera bellezza, non soltanto la bellezza dell’apparenza». Occorre andare oltre. O più a fondo. E non imitare quella bellezza scontata e a buon mercato, lì dove tutti andrebbero a cercarla.

Campi vuoti, vite piene

Il pellegrinaggio di Mi-ja è destinato a finire esattamente dove si era conclusa la vita della ragazzina. La fine del viaggio, quasi inaspettatamente, coincide però con una flebile speranza: l’anziana signora è riuscita finalmente a scrivere una poesia. Lee Chang-dong scandisce il percorso filmico della sua protagonista con gli stessi ritmi di colui il quale cerca di comporre realmente una poesia. Così si spiegano gli impacciati tentativi di trovare un’ispirazione “canonica”. O le frequentissime interruzioni causate dallo squillo del telefonino. I brandelli di pensieri scribacchiati qui e lì sul taccuino. Nulla. Come diceva il maestro, l’ispirazione e la poesia zampillano in un attimo, ammesso e non concesso che lo facciano. Ed è quando questo imperscrutabile mistero si realizza che il poeta si sente pacificato, imperturbabile, indifferente alle proprie azioni. Svuotato. Esattamente come vuoti sono i campi abitati precedentemente da Mi-ja: la fermata dell’autobus, la strada antistante casa, la cucina, la panchina dalla quale ammirava l’albero. Il soggetto non è proprio sparito, si è sublimato nel componimento di tutta una vita che solo all’ultimo, come per miracolo, si è compiuta.

Una scena tratta da Poetry
Una scena tratta da Poetry

C’è un ultima frase del maestro di Mi-ja, che sa di profezia: «La poesia che ora è intrappolata nel vostro cuore deve prendere il volo». Funziona proprio così anche Mi-ja, che vola verso il fiume come la ragazzina a inizio film. Le loro vite sono ormai un tutt’uno di puro lirismo. L’opera scritta da Mi-ja è, coincide con la vita della giovanissima suicida. Sono le parole della seconda, infatti, che completano la poesia della prima mentre sullo schermo ci apprestiamo a tornare su quel ponte. Su quel fiume. Con Mi-ja e insieme anche con la ragazzina. La sovrapposizione spazio-temporale è sì finzione, ma esplicita la valenza simbolica di un film capace di trovare del sublime anche in una giovane vita che annega.

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2 Commenti

2 Comments

  1. Marika

    2 Dicembre 2020 at 15:13

    Grazie per questa analisi così approfondita, su un film che, assolutamente,la meritava.

    • Vito Piazza

      3 Dicembre 2020 at 09:19

      Grazie a te, Marika, per averci letti. Continua a seguirci!

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