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Perché il prossimo lockdown dovremmo farlo sulle parole

Qual è oggi lo stato del dibattito pubblico in Italia? Siamo troppo distratti a guardare cucinare in tv o riusciamo ancora a formulare un pensiero autentico?

Statua di Indro Montanelli imbrattata

Non ne posso più.

Sarebbe meglio disintossicarsi, chiudere tutto, non leggere niente, rintanarsi in un eremo estremo cercando di restare impermeabili a qualunque tipo di agente esterno.
Come se fosse scritto, come se fosse ineluttabile, lo spessore del dibattito pubblico in Italia è tornato al livello più becero, basilare, semplicistico possibile.

Il prossimo lockdown dovremmo farlo sulle parole. Una serrata totale delle parole in libertà, delle chiacchiere da bar, delle opinioni, del sentito dire, dell’approssimazione, del superfluo.
Anche queste riflessioni rientrano in una a scelta di queste categorie; ma sono le mie riflessioni, e voi siete liberi di non leggerle. Anzi, non leggetele, non vorrei mai suscitare una riflessione, per carità.

Appena un mese fa stavamo riaprendo con fatica, rimettevamo il naso fuori, ossessionati e impauriti della crisi di una economia immobile proprio come eravamo ossessionati e impauriti fino a qualche settimana prima del virus. Ci siamo masturbati nel buon senso, nel rispetto delle regole, abbiamo goduto nel trasformarci in delatori e nell’additare il trasgressore.

Oggi, quasi d’improvviso, due notizie monopolizzano le cronache: un presunto finanziamento da parte del Venezuela al M5s risalente a 10 anni fa e il dibattito sulla rimozione della statua di Montanelli dai giardinetti. Segnali di un Paese impazzito. Segnali da un Paese che non è più in grando di discernere tra la roba seria e la roba serissima, perché tutto è affogato in un dibattito su stronzate che finisce per svilire anche il più attento.

Gli Stati Generali a porte chiuse sono una buffonata, l’opposizione non partecipa. Ok, legittimo. Partecipare a un dibattito nel salotto di Barbara D’Urso con Orietta Berti invece no, non è una buffonata. Ok.

Ma non siamo più in grado di rilevare le differenze tra le cose, non siamo più in grado di stabilire se e come una cosa sia diversa da un’altra, o meglio lo siamo nella misura in cui ce lo indica Masterchef: oltre quel livello si fa più fatica.

Siamo corsi a mostrare la nostra sensibilità, la nostra empatia nei confronti di un atroce omicidio di un ragazzo nero da parte di un poliziotto negli Usa, inginocchiandoci in televisione e bardando a lutto i nostri social, e fino a qui era quasi sono una boutade, del resto sappiamo sempre essere in prima linea se c’è da conformarsi ipocritamente.

Ma sapevamo tutti, in cuor nostro, che gli americani, da sempre maestri nella produzione di attività che abbassano lo spirito dell’individuo, non ci avrebbero deluso nemmeno questa volta. E quindi via alla furia iconoclasta, alla rilettura del passato coi parametri dei nostri giorni e alla riscrittura della storia se non corrisponde ai nostri standard di civiltà.

Ma non era abbastanza. HBO “censura” Via col vento” perché – lo hanno scoperto evidentemente oggi – ritenuto razzista. E anche su questo si è scatenata una canea, un dibattito che in confronto il livello del Processo di Biscardi sembra l’Accademia dei Lincei. E non parlo di dibattito social, per carità di patria (in confronto le discussioni da autobus sono monologhi impegnati), parlo del dibattito che in teoria dovrebbe aiutare il cittadino a formarsi la sua libera opinione, quella della grande stampa, dei grandi giornaloni, della grandi trasmissioni televisive, degli opinion maker di destra e di sinistra.

Ma se a destra l’intellettuale di riferimento oggi è uno a scelta tra Massimo Boldi, Umberto Smaila e Flavio Briatore, a sinistra pare essere Luca Bizzarri, nella sua nuova veste di fustigatore social di fake news e pentastellati complottisti, quello de Le Iene e dei Cugini Merda, che oggi si è rifatto la sua verginità nuova di zecca presiedendo la fondazione del Palazzo Ducale di Genova, perché è vero che con la cultura non si mangia (cit.) ma fa mangiare.

Ad ogni modo, per me potete rimuovere film vecchi di 80 anni, imbrattare statue ai giardini pubblici, azzuffarvi sulle sopracciglia di Miriam Leone, fare la guerra alle mosche, ubriacarvi di opinioni senza fatti e crogiolarvi in una libertà senza pensiero. Non me ne frega niente.

Basta che non mi togliete La prova del cuoco, ecco, quello proprio non l’accetto.

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