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Oxygéne Mélanie Laurent

Cinema

Oxygéne, la claustrofobia non ha mai intrattenuto così bene

Al giorno d’oggi è difficile trovare un film di genere totalmente originale e nuovo, quasi quanto lo è trovare un film che sia in grado di farci provare sulla nostra pelle ciò che prova il protagonista.

Tempo di lettura: 3 minuti

Disponibile dal 12 maggio su Netflix, Oxygéne è il nuovo thriller sci-fi diretto da Alexandre Aja. Al grande pubblico il suo nome potrebbe suonare semisconosciuto, mentre i cultori del genere lo ricordano per una filmografia abbastanza breve, con alti e bassi. Il suo Alta Tensione è ancora annoverato, a distanza di 18 anni dalla sua uscita, come uno dei più grandi horror francesi degli anni 2000. Segue il remake de Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, ma anche titoli quali Riflessi di paura, Piranha 3D e Crawl-Intrappolati. Considerato un giovane talento del cinema di genere, in Oxygéne mostra tutta la sua abilità registica. Ritmo e tensione sono una costante, così come lo è l’interpretazione di Mélanie Laurent che regge, quasi in solitudine, il peso della storia.

In medias res

Una donna, Elizabeth Hansen, si risveglia in una capsula criogenica. Ha perso la memoria, non sa perché si trovi lì né ricorda chi sia. Brevi flashback si susseguono, ma sono tasselli casuali di un puzzle che non riesce a ricomporre. La sua vita dipende dal poco ossigeno che le resta e l’unica compagnia in quell’angusto spazio è la voce di M.I.L.O, un Medical Interface Liaison Operator, programmato per rispondere a qualsiasi suo bisogno medico. Poco tempo a disposizione, vittima di allucinazioni e crisi psicotiche, Elizabeth dovrà compiere sforzi immani per scavare nella sua memoria e capire perché si trova lì, compiendo scelte difficili che possono però salvarle la vita.

Una scena tratta da Oxygéne

In apnea per 100 minuti

Oxygéne è un ottimo film di genere. Non esente da difetti, soprattutto sul finale, riesce comunque a mantenere alta la tensione e tenere vigile l’attenzione dello spettatore per tutta la sua durata. Il merito di ciò va proprio al regista Alexandre Aja che in un piccolo spazio come quello della capsula criogenica (simile ad una bara), riesce a muovere la macchina da presa con estrema libertà e varietà, disinvolto come mai prima d’ora. Crea dinamismo in uno spazio angusto, evitando noia e ripetitività. Concorre come elemento determinante per il risultato finale l’incredibile (e credibile) performance attoriale di Mélanie Laurent. Forse proprio la condizione estrema in cui la sceneggiatura la costringe, le ha permesso di mettersi alla prova tirando fuori il meglio di sé. Menzione d’onore a Maxime Alexandre, direttore della fotografia che da anni collabora con Aja, il cui lavoro impreziosisce il comparto tecnico dell’opera.

Una scena tratta da Oxygéne

Rischi (più o meno) calcolati

Non è tutto rose e fiori in Oxygéne. Per quasi tutti i 100 minuti il coinvolgimento è totale, il ritmo è incalzante, ma il film inciampa nella risoluzione finale. Forse troppo azzardata e, per lo spettatore più acuto, anche prevedibile: il vero motivo del perché Elizabeth Hansen si trova chiusa lì dentro non riesce a sorprendere. A livello narrativo il film si prende il rischio di sfociare in banalità e stereotipi, tuttavia queste leggerezze vengono facilmente perdonate. Al giorno d’oggi è difficile trovare un film di genere totalmente originale e nuovo, quasi quanto lo è trovare un film che sia in grado di farci provare sulla nostra pelle ciò che prova il protagonista. Il film di Aja risponde a quest’ultimo caso e l’empatia che scatta sin dai primi minuti non può che significare una sola cosa: Oxygéne fa bene il suo lavoro, intrattiene divertendo.

Leggi anche: Le novità Netflix di maggio 2021

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