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One Night in Miami

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One Night in Miami e l’attuale richiamo al black power

One Night in Miami è un esploso intimista che saggia, attraverso le figure di Clay, Malcolm X, Cook e Brown le difficoltà di un periodo storico ricco di acrimonie razziali.

Tempo di lettura: 5 minuti

One Night in Miami, disponibile su Amazon Prime Video dal 15 gennaio, che vede Regina King (vincitrice agli Oscar per Se la strada potesse parlare e alla 72esima edizione degli Emmy per la miniserie Watchmen) al suo esordio dietro la cinepresa, è un carme intimista che non si pone in alcun modo l’obiettivo di elogiare, ma semplicemente di saggiare il turbamento personale e morale di quattro figure rappresentative di un momento storico-sociale delicato – quello degli anni ’60 – che per tutto il decennio si trascinerà le lotte per le rivendicazioni dei diritti delle persone di colore.

Obiettivi comuni, mentalità contrastanti

La notte del 25 febbraio 1964, a soli 22 anni, Muhammad Ali – che all’epoca ancora gareggiava con il suo nome di battesimo, quello di Cassius Clay – diviene campione dei pesi massimi battendo inaspettatamente il suo avversario Sonny Liston alla Convention Hall di Miami Beach.
Impossibilitato a festeggiare liberamente in uno qualsiasi dei locali della città a causa della segregazione razziale – all’epoca ancora molto ferrea, specialmente negli stati del sud – è costretto a un raduno forzatamente intimo in un albergo che ospita solo persone di colore assieme ai suoi tre più cari amici: Malcolm X, ministro della ‘Nazione dell’Islam’, il campione di football Jim Brown e Sam Cook, rinomato cantante soul.

One Night in Miami

La serata, sin da subito, ha un’impostazione tutt’altro che goliardica: come una reazione a catena, i quattro amici eviscerano i loro pensieri più intimi, cercano confronti, intavolano dialoghi dal gusto etico ma anche fortemente concreti e tangibili, come la necessità di dare una svolta decisiva alla lotta per l’emancipazione dal giogo schiavista dei bianchi. Un gruppo energicamente saldo e unito, che condivide ideali e obiettivi comuni, si scopre tuttavia scheggiato da modi di pensare diversi per ciascun membro: Clay, l’indomani della vittoria, avrebbe annunciato la sua affiliazione alla ‘Nazione dell’Islam’, confessando tuttavia che la scelta nasce non da un fervido spiritualismo ma dalla necessità di continuare ad essere supportato nella sua attività di pugile; Malcolm X si trova costretto a separarsi dalla Nazione – a causa di numerose divergenze e divisioni interne – anche a costo di apparire incoerente agli occhi di Cassius, che aveva spronato vulcanicamente ad unirsi al movimento; Sam Cook, invece, si dimostra poco interessato alla rivendicazione dei diritti della sua gente, sfiduciato in partenza sulla riuscita dell’operazione, preferendo successo, fama, ma soprattutto la soddisfazione di beffeggiare quegli uomini bianchi che tanto disprezzavano i neri ma che, ignari, rappresentavano la sua principale fonte di arricchimento.

One Night in Miami

L’aspirazione di Malcolm, ormai infiacchito dalla lentezza dei progressi del movimento, sarebbe quella di vedere Cassius e Sam prestare il loro volto e la loro voce per mobilitare gli spiriti desiderosi come lui di libertà, uguaglianza, autonomia, ma gli amici sembrano maggiormente proiettati al raggiungimento di successi personali, più che della loro comunità di appartenenza. One Night in Miami è un esploso emotivo che ci spinge alla compassione e all’empatia nei confronti di personaggi famosi che, prima di tutto, restano sempre persone, ricolme, come chiunque, di fragilità, incertezze, frustrazioni, controversie, desideri smorzati, audacie incompiute.

Sulla lunghezza d’onda del politically correct

Per quanto la pellicola ci offra degli interessanti (anche se flebili) spunti di riflessione sulla componente intrinsecamente umana dei personaggi famosi, troppo idealizzati ed immaginati come privi di difetti o carenze, One Night in Miami è un richiamo attualissimo al black power, un movimento comunitario che nel corso del tempo si è slegato dalle istituzioni formali come quelle della Nazione e ha continuato a vivere di vita propria, a spot e con intensità e frequenza diverse, ritornando ad imporsi prepotentemente a seguito delle numerose e consecutive uccisioni di persone di colore dell’anno scorso.

Una scena di One night in Miami

Non è da sottovalutare, tuttavia, che il film si allinea perfettamente sotto più di un aspetto – a partire dal tema e a seguire con gli attori di colore – al politically correct, che nell’ultimo periodo è stato estrapolato dal suo contesto originario e traslato – in alcuni casi forzatamente – nell’industria cinematografica. Se a ciò si aggiunge una presenza femminile – e per di più di colore – alla regia e nell’entourage di produzione, non possiamo che pensare, forse maliziosamente, ad una scelta strategica, in un momento in cui si ragiona moltissimo secondo l’ottica della visibilità per il supporto ad una causa che, come dicevamo prima, è ancora molto attiva.

I deficit tecnici della pellicola

Se l’obiettivo è di tutto rispetto – e su questo non ci piove – Regina King inciampa maldestramente sull’impostazione filmica: One Night in Miami nasce, infatti, come pièce teatrale dello sceneggiatore Kemp Powers (che si è occupato anche della sceneggiatura del film d’animazione Soul), il quale, partendo da un evento reale – la vittoria di Clay – , lavora di fantasia sulle vicende del post-serata. Nella trasposizione sul grande schermo l’opera perde quel taglio narrativo che consente allo spettatore di interagire silentemente con i protagonisti – sentendosi come loro al centro vivo delle vicende – e mantenendosi estremamente fedele ai dialoghi originali appare, più che un adattamento cinematografico, una sterile ripresa dell’opera.

Leslie Odom Jr.

Non aiuta, sicuramente, anche la one-location della camera d’albergo (persino disturbante, in alcuni casi) e un quartetto recitativo che non riesce a superare la mediocrità, o al più a raggiungere quel livello di bravura che possa in qualche modo aggirare il deficit narrativo di cui prima. Nella sua composizione didascalica e nella genesi teatrale One Night in Miami ricorda davvero molto Ma Rainey’s Black Bottom, film di George C. Wolfe in catalogo Netflix e che, tra i numerosi altri punti in comune, vede la centralità di personaggi realmente esistiti.

Queste piccole macchioline – che, a seconda dell’interlocutore, potrebbero essere state notate quanto no – non hanno il potere di scolorare il film, accolto benevolmente alla 77esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e in lizza per gli Oscar 2021 in numerose categorie, prima fra tutte (e forse la più importante) Miglior Regia all’esordiente Regina King.
Staremo (trepidanti) a vedere quanto valgono le buone intenzioni e quanto i buoni prodotti.

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