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Viaggio in cina: on the road verso la via della seta

Viaggio in cina: on the road verso la via della seta. Il racconto di un viaggio in Cina tra grandi città e paesaggi naturali

Cina

Già forse non è più Italia quando i piedi si staccano da terra e le uniche immagini familiari hanno i contorni di un finestrino oltre il bianco plastificato dell’interno di un aereo, e poco dopo si allargano in una bizzarra topografia in movimento mentre ti avvicini alle nuvole. Anche perché non senti già più il suono della tua lingua, gli annunci arrivano nel solito inglese un po’ macchinoso e sferragliante e in olandese, la nazionalità della compagnia, l’italiano è già sparito. Il viaggio è dannatamente lungo e la notte ti sorprende quasi all’improvviso, mentre il fuso orario cambia e il tempo magicamente si allunga fino a rubarti sei ore della tua vita, ma alla fine la stessa voce ti avverte che l’informe agglomerato di luci puntiformi sottratte al buio assoluto è già Beijing, o come la chiamano gli italiani Pechino.

Il viaggio è dannatamente lungo

Ancora un niente, anche se sembra lungo, e i primi oscuri caratteri di quella scrittura bizzarra e affascinante che è il cinese sono in vista sopra edifici che appaiono piuttosto malmessi, mentre l’aereo sta ancora attraversando la vasta area riservata al parcheggio degli aereomobili. Quei segni affastellati veicolano sottotesti impossibili da tradurre in lingue alfabetiche come la nostra, dato che essi sono l’evoluzione di pittogrammi i quali in origine rappresentavano direttamente il significato, e spesso caratteri diversi si legano insieme, anche tre in unico nuovo carattere, a comunicare l’evoluzione pragmatica dei concetti, per esempio “hao”, bene è l’unione del tratto che significa donna e di quello che significa bambino.

Basterebbe già questo a dare l’idea di quanto la Cina possa rappresentare un mondo “alieno”, una differenza irriducibile, ma è proprio così, ci si domanda avvicinandosi ai controlli di sicurezza? I controlli sono più approfonditi della media, il funzionario ti prende le impronte digitali di tutte le dita della mano sinistra e ti intima di guardare in un monitor che prende traccia dei tuoi connotati, prima della postazione dei controlli ci sono alcune macchinette fai da te atte alla registrazione delle impronte digitali, ma la stanchezza è troppa per trovare subito la posizione corretta della mano sul monitor e rispondere appropriatamente a tutte le sollecitazioni acustiche e digitali che esse procurano, quindi scelgo di affidarmi al funzionario. Ci vuole ancora un bel po’ ma finalmente sono fuori dall’aereoporto, e anziché prendere un più comodo taxi sfido la sorte prendendo uno shuttle bus per percorrere i circa 40 km che mi separano dalla zona nevralgica di Beijing, nei dintorni di piazza Tiananmen, o della porta della pace celeste, dove si trova il mio albergo.

Un mondo “alieno”, una differenza irriducibile

Ed ecco che l’abisso linguistico non tarda a palesarsi, il bigliettaio non conosce l’inglese e mi sottopone un biglietto sul quale appunta a matita un paio di caratteri che corrispondono alla fermata alla quale dovrò scendere, ribadendo a pappagallo “Tiananamen” riesco alla fine a capire quale linea è quella che fa al caso mio, nel mentre uso un po’ della manciata di frasi cinesi che mi sono affannato a studiare su internet con un ragazzo uzbeko (di Taskent), che è lì per studiare business, riesco a fargli dire il suo nome biscicando “ni ziao scenme mingzi”, che se pronunciato correttamente significa “come ti chiami”? L’autobus dopo un bel po’ arriva, intendersi con l’autista è la prima vera sfida del viaggio, provo ancora in cinese ma stavolta mi pare che lui capirebbe di più se gli parlassi in arabo, riesco almeno a fargli capire “scenme shihou” che vorrebbe dire “quando” e in qualche modo, con il vecchio universale ausilio dei gesti, riesco a farmi indicare quando devo scendere. Ora si apre davanti a me un viale immenso e trafficatissimo, di piazza Tiananmen nemmeno l’ombra, decido di percorrere alla cieca il viale tenendo d’occhio i taxi o eventualmente la presenza di una fermata della metro, incappo in un controllo di polizia, mi renderò conto nei giorni successivi che la zona di piazza Tienanmen è particolarmente presidiata da forze dell’ordine, che del resto sono presenti in gran numero con le loro camionette installate agli angoli delle strade, questi veicoli blu e bianchi si mimetizzano nel contesto, sembrano quasi edicole o rivendite di qualche tipo.

Passano due settimane. Scopro una Beijing caratterizzata dalla monumentale architettura imperiale della città proibita, del tempio del cielo e del palazzo d’estate, con i palazzi diffusi e mai altissimi per non turbare il cielo come comanda il feng shui, un’altra fatta di uno skyline imponente e modernissimo, con i tanti edifici che fanno capo alla finanza che rilucono dalle loro altezze mozzafiato, scopro poi un enorme iperboloide cangiante installato su una distesa d’acqua (center of performing arts), che mi sembra un pregevole esempio di architettura modernissima. Ce ne sono poi una terza costellata di colate di cemento in forma di edifici residenziali sempre altissimi, sciatti e talmente brulicanti di finestre contigue l’una all’altra da dare l’idea di un formicaio umano un po’ triste e per niente vivibile, e una quarta rappresentata dagli hutong, fitti reticoli di case popolari prive di riscaldamentio e talmente basse da confondersi con i fondi commerciali che continuamente li punteggiano con le loro rivendite al dettaglio di generi alimentari e prodotti vari.

Richiamano in qualche modo gli scenari postatomici alla Ken in guerriero.

Questi antesignani esempi di cohousing terminano in cortili aperti in comune detti siheyuan. Gli hutong sono in tutti i quartieri di Beijing, spesso direttamente incastonati nelle distesi di grattacieli creando un effetto stranissimo, richiamando in qualche modo gli scenari postatomici alla Ken in guerriero. Ce ne sono di belli, pieni di decorazioni nei quali si respira piacevolmente un sapore antico, si legge infatti che alcuni dei vicoli che li caratterizzano sono rimasti intatti dalla dinastia Yuan (1279-1368). Poi Xian con le sue mura imperiali e il celebre esercito di terracotta del primo imperatore della Cina riunita Qin Shi Huangdi (260-210 a.c.), con il suo variopinto quartieri degli hui, un’etnia musulmana che adorna di merci e di odori forti gli stretti vicoli del centro, che fanno capo non a caso ad una moschea. E poi le città del Gansu, una provincia del nord-ovest della Cina tra la Mongolia interna, lo Xianjiang degli Uiguri e lo Shaanxi, definita “underdeveloped” da un giovane ingegnere che in un ottimo inglese mi spiega la geologia delle incredibili montagne di un rosso acceso con striature bianche e grigie del parco Zangye Danxia.

Lanzhou, la capitale, è una bizzarra cattedrale nel deserto, che effettivamente la circonda, si presenta dalla stazione come una distesa di grattacieli tutti uguali, ricorda i racconti sulle città fantasma che gli stessi cinesi hanno costruito in Africa, centri abitativi già pronti ancorché vuoti. Girandola in taxi appare colorata , un edificio in particolare che intravedo di passaggio sembra una buffa tartaruga tinteggiata di neon viola, e pare continuamente proiettata verso il cielo, una Cina di provincia che si ispira probabilmente agli Stati Uniti. Wuwei invece tra tutte è quella che ricorda di più un’Asia rurale e non ancora raggiunta dallo sviluppo che avevo già visto in India, noto dei tranci di carne che giacciono appesi in un locale stretto e annerito percorrendo un camminamento sconnesso di sola terra lungo un viale, penso che potrei essere a Delhi.

Le grotte di Tiantishan, a 50 km da qui sono però un gioiello antichissimo e poco frequentato di arte rupestre buddista (dinastia dei Wei settentrionali IV secolo a.c.). Zangye mi colpisce per essere la più vivibile, meno brutalmente cementificata delle altre, piena di vita con i suoi anziani che giocano a carte sotto un porticato finemente decorato in un parco della città dove altri suonano e ballano: sono testimone di un vero e proprio concerto di musica tradizionale all’aria aperta. Del parco geologico che si trova a 30 km da Zangye ho già detto. Dunhuang, meta finale del viaggio, è un incantevole centro nel cuore della via della seta, sospeso su di un deserto di dune imponenti le quali, come dice il nome Mingshashan “duna che risuona”, sono in grado di solleticare l’udito oltre che la vista, la sabbia di tanto in tanto vibra sospinta dal vento emettendo un suono. Da qui merci e idee sono transitate per secoli tra la Cina e il cuore dell’Asia centrale, in particolare da questo avamposto si è diffuso il buddismo introdotto dall’India dai mercanti. Le celebri grotte di Mogao ricordano questa affascinante storia, si tratta di grotte (ben 492) scavate da artisti devoti di questa religione in un lunghissimo arco di tempo, a partire dal IV secolo a.c.

La Cina è un mondo affascinante con i suoi contrasti stridenti e le complesse stratificazioni della sua cultura, in qualche modo radicalmente diverso (rimane incomprensibile come facciano i cinesi a bere l’ acqua calda da sola la quale viene erogata presso tutte le stazioni e gli aereoporti e immagazzinata in thermos che chiunque possiede), ma mai troppo da non poter essere vissuto da chi appartiene ad un’altra cultura anche senza mediazioni, anche senza conoscere la lingua.

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