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Jonathan Groff in Mindhunter

Serie Tv

La seconda stagione conferma che Mindhunter è la miglior serie di Netflix

Anche il secondo ciclo di episodi di Mindhunter dimostra quanto la serie sia diventata a tutti gli effetti il fiore all’occhiello di Netflix.

Mindhunter - Seconda stagione
4.5/5

Chi si lamenta di non trovare mai niente di eccelso su Netflix – perché, diciamocelo, di cose buone ce ne sono – è perché forse non ha mai visto Mindhunter. Quasi due anni sono intercorsi tra il debutto della prima stagione e il rilascio della seconda. Due anni che non hanno fatto altro che aumentare l’attesa per il ritorno della serie prodotta da David Fincher (anche regista di alcuni episodi) e Charlize Theron.

L’idea alla base della serie, tratta dal libro scritto da Mark Olshaker e John E. Douglas, è molto semplice: l’FBI, non con qualche scetticismo, apre al suo interno l’unità di Scienze Comportamentali con il compito di stilare una “profilazione” dei serial killer attraverso interviste realizzate in istituti di detenzione.

Jonathan Groff

Se la prima stagione ha ottimamente gettato le basi per introdurre l’argomento, la seconda non perde tempo con alcuna introduzione (né di trama né di personaggi) e procede spedita fin dai primi episodi. Badate bene: quando dico “procede spedita” non intendo che i ritmi di Mindhunter sono improvvisamente cambiati. No. Gli episodi, tutto sommatto, continuano ad avere la loro regolarità. La novità sta nell’introduzione di un trama orizzontale. Inizialmente sembra uno dei tanti casi esaminati, ma episodio dopo episodio prende corpo fino a quasi monopolizzare la seconda parte della stagione.

Il caso dei bambini di Atlanta. E’ lì che si concentrano tutti gli sforzi di Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) da un certo punto in poi, tanto che i due si trasferiscono in pianta stabile nella capitale della Georgia. 28 bambini, tra il 1979 e il 1981, vengono trovati privi di vita pochi giorni dopo la loro scomparsa. Si pensa subito ad un serial killer con un movente di stampo razziale, ma polizia e FBI brancolano nel buio. Nessuno ne viene a capo. Il caso si risolve, si fa per dire, nell’ultimo straordinario episodio. Ed è negli episodi che precedono il finale che Mindhunter si trasforma in un vero e proprio crime.

Appostamenti, indagini, confronti tra polizia e federali prendono così il posto delle interviste, ciò che fino a quel momento è stato il punto di forza di Mindhunter. E questo cambio, quasi inaspettato, convince grazie anche all’elevata fattura tecnica con cui viene confezionato il tutto. Gli autori, altresì, stupiscono per la loro bravura nel costruire ogni episodio e creano una tensione palpabile, che cresce man mano che il caso procede.

Un netto passo in avanti lo fanno anche i due protagonisti della serie, Holden e Bill, la cui evoluzione è ben delineata nel corso della stagione. Holden appare sempre più sicuro di se stesso, dei suoi metodi d’indagine, nonostante lo scetticismo dei colleghi dopo l’attacco di panico avuto al termine della prima stagione. Ma la sua vita privata, questa volta, viene totalmente accontanata per dare spazio alla vicenda che riguarda il figlio di Bill. L’evento scioccante procura non pochi traumi in famiglia e ciò lo porta inevitabilmente a riflettere sul suo lavoro, mettendo in discussione molte cose.

Anche il personaggio di Wendy Carr (Anna Torv), seppur a fatica, si conquista il suo spazio. La si vede persino cimentarsi nelle interviste ai serial killer, dimostrando una sorprendente sicurezza. La stessa cosa non si può dire per la sua vita privata. Ci prova ad imbastire una relazione, ma forse ancora non è pronta ad affrontarla come si deve.

Il personaggio di Charles Manson

L’unico neo di questa stagione, per chi scrive, è rappresentato dall’intervista di Holden e Tench a Charles Manson. Sia chiaro: ci sta che i due vadano ad intervistare un personaggio del genere che ha riempito per anni le cronache americane con gli agghiaccianti omicidi perpetrati dalla sua setta. Ma il suo ingresso, sebbene giustificabile ai fini degli studi di Holden e Tench, risulta un po’ troppo slegato dai fatti principali di Mindhunter.

Quindi sì, Mindhunter è il meglio, a livello di serie tv, che c’è su Netflix. Una terza stagione sembra scontata – anche se di questi tempi il gigante dello streaming ha sorpreso per delle cancellazioni inaspettate. E sarà interessante vedere come la storia e i suoi personaggi si evolveranno ulteriormente e se quel BTK che appare ad inizio di ogni episodio prima della sigla entrerà finalmente in scena.

 

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