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Una scena di Madre

Cinema

Bong Joon-ho e il ritratto di una Madre pronta a tutto

Madre è uno dei film da riscoprire del talento coreano premio Oscar Bong Joon-ho.

Tempo di lettura: 3 minuti

Sono appassionata di cinema orientale, in particolare di quello coreano. Da più di venti anni ho coltivato questo hobby in solitudine, trovandomi spesso a dover spiegare perché mi piacessero tanto quei film troppo lunghi, con pochi dialoghi e tantissima violenza. La situazione è improvvisamente cambiata quando Parasite ha vinto prima la Palma d’oro al festival di Cannes poi numerosi premi agli americanissimi Oscar. Ho dovuto così rispolverare titoli di film da consigliare a molti potenziali nuovi adepti del genere che si sono rivolti a me per conoscere meglio questo mondo. E devo riconoscere che selezionare titoli per invogliare spettatori provetti non è stato affatto un compito facile. Titoli di capolavori ce ne sono tantissimi, da dove cominciare? Kim Ki Duk o Park Chan wook? Lee Chang-dong o Kim Ji-woon? Ho optato per Bong Joon-ho considerandolo più adatto proprio sulla scia del successo di Parasite.

Non faccio mistero che il lavoro del regista che preferisco, quello che ho praticamente consigliato a tutti, è Madre, un film che ha sicuramente ricevuto meno attenzione e successo di pubblico di quanto non meritasse. In esso ci sono tutti gli elementi di un thriller ma basta poco per capire quanto esso trascenda il genere diventando il dramma cupo e intimo di una madre pronta a tutto pur di proteggere un figlio con cui vive in simbiosi. E’ un dramma che si erge a moderna tragedia greca in cui la donna non ha neppure un nome perché rappresenta un simbolo o meglio un archetipo, figura opposta a Medea, che si annulla per il bene della sua creatura tanto da sembrare irreale. La troviamo nella prima, straniante scena del film, mentre  balla in un campo di grano, in una danza ai limiti della follia che torna alla fine donando alla narrazione una circolarità come se tutto l’accaduto si perdesse in quello stesso oblio che la donna cerca disperatamente e trova grazie alla sua abilità nella pratica dell’agopuntura. Il ruolo della protagonista è interpretato in modo magistrale e struggente da Kim Hye-Ja, figura di spicco del cinema e della televisione coreana, un volto difficile da dimenticare che ti resta dentro come marchiato a fuoco, con le sue lacrime, le sue carezze ma anche con lo sguardo duro e spregiudicato di chi non vuole saperne di arrendersi.

Una scena di Madre

La storia si dipana mostrando fin da subito un equilibrio familiare molto labile, un figlio con un handicap interpretato da un camaleontico Won-Bin (“una testa speciale” come lo definisce il suo amico Jin-tae) che sua madre tratta come un bambino, accogliendolo nel suo grembo nel bene e nel male, mentre si affanna, sprecando soldi e perdendo credibilità in paese, a risolvere i guai che combina mentre il ragazzo bighellona tutto il giorno. Ma è quando Do-joon viene accusato dell’omicidio di una ragazza che tutte le contraddizioni di questa madre dolce e feroce esplodono, facendo sì che il film conosca un crescendo in cui i colpi di scena, grazie alla maestosa abilità del regista di variare sempre registro, spiazzano continuamente lo spettatore, cambiando continuamente prospettiva, mischiando violenza, tenerezza e poesia e che raggiungono l’apice nel finale.

Pur di imporre la sua versione della storia, questa madre sovverte la realtà, chiudendo gli occhi e cercando di dimenticare, convinta che mescolando le carte si possa in qualche modo creare un nuovo stato di cose e raggiungere un equilibrio. Quindi deciderà lei stessa di condurre le indagini privatamente, senza alcun timore, sostituendosi a forze dell’ordine inefficaci che non vedono un caso di omicidio da troppi anni per saperlo gestire e i cui tentativi di risolvere il caso sono deboli e ridicoli (leit motiv questo nella poetica di Bong Joon-ho, basti pensare a Memories of murder e The Host) se paragonati alla testardaggine con cui la donna cerca e inventa prove per incastrare il vero assassino. E nel percorso incontriamo figure grottesche e ambigue come l’avvocato, la nonna alcoolista della vittima, lo squallido delinquente Jin-tae, i giovani e meno giovani che approfittavano sessualmente della vittima, tutti descritti con un’ironia quasi comica, caratteristica peculiare del regista di cui si serve per denunciare gli aspetti più contraddittori e crudeli della società coreana.

Una scena di Madre

E’ una tragedia di gente semplice, narrata in modo molto crudo che scandaglia i bassifondi dell’umanità, in cui ricatti, egoismi e l’uso spregiudicato del sesso sono elementi fondamentali di un mondo in cui non esistono personaggi positivi o negativi, come è sempre nel cinema di Bong Joo-ho, che sovverte e confonde il concetto di buono/cattivo e ci mostra un’umanità dalle mille sfaccettature e ambiguità con la quale non è facile entrare in empatia.

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