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Ma Rainey's Black Bottom

Cinema

Ma Rainey’s Black Bottom e l’allegoria della lotta razziale

Ma Rainey’s Black Bottom, ultima apparizione di Chadwick Boseman, è una gradevole allegoria sulla lotta razziale

Tempo di lettura: 4 minuti

Si intitola Ma Rainey’s Black Bottom il film Netflix in uscita il 18 dicembre. Girato da George C. Wolfe, quest’adattamento dell’omonima opera teatrale di August Wilson del 1984 è anche l’ultima interpretazione del compianto Chadwick Boseman, che recita al fianco di Viola Davis, Colman Domingo, Michael Potts e Glynn Turman.

Un film (non solo) biografico

Ma Rainey’s Black Bottom racconta la storia di Ma Rainey, “madre del blues”, che con il suo gruppo musicale parte alla volta dell’Illinois per registrare una serie di brani. È all’interno di uno studio di Chicago che si dipana tutta la vicenda. Le tensioni interne alla band, unite al potere carismatico e talvolta dispotico di Ma, rendono la seduta di registrazione esplosiva. Sullo sfondo – ma nemmeno troppo – la questione razziale negli Stati Uniti alla fine degli anni ’20, che vede contrapporsi il gruppo di musicisti neri ad agenti e produttori tutti, rigorosamente, bianchi.

Chadwick Boseman in una scena tratta da Ma Rainey's Black Bottom
Chadwick Boseman in una scena tratta da Ma Rainey’s Black Bottom

Ma Rainey’s Black Bottom non è un canonico film biografico. Non racconta tutta la vicenda della vera Ma Rainey, e neppure i momenti salienti della sua carriera. Wolfe si concentra su pochissimi momenti di quella vita, che, come vedremo, è emblematica. Nessuna parabola di ampio respiro, né lunghi archi temporali retti da ellissi narrative. Il film offre un paio di scorci: la Rainey che è una star affermata a Barnesville, in Georgia, nella sua comunità nera; la Rainey che inizia la carriera musicale incidendo i suoi dischi nella bianca Chicago. Nient’altro. I luoghi della narrazione sono in realtà luoghi di transizione. Sono momenti che tessono l’intelaiatura di una porta (che è poi la storia di Ma), lasciando allo spettatore il compito di guardare attraverso i buchi della serratura. Lo sguardo del pubblico e la macchina da presa sono incollati alle prove della band, ma il rimando all'”oltre” è evidente: ciò che conta davvero è ciò che si svolge al di là di quella camera, di quelle prove e di quelle vite. Una realtà assente dal profilmico, a tratti. Eppure, presente e ingombrante come un elefante nella stanza.

Vampiri assetati di blues

L’intrinseca natura di Ma Rainey’s Black Bottom obbliga a spendere qualche parola in merito al contesto storico nel quale si mosse Ma Rainey. Le prove per l’incisione nel piccolo studio, il numero ristretto della band e la “semplice” vicenda musicale in sé costituiscono un vero e proprio microcosmo. Un mondo in miniatura, che non può che ricalcare ciò che sta oltre le pareti. Diventa allora chiaro che le tensioni interne al gruppo di Ma ricalcano le divisioni del fronte nero nei riguardi del potere bianco: c’è chi sceglie di fare buon viso a cattivo gioco (il trombettista Leeve, interpretato da un intenso Boseman) e chi è più intransigente e vuole combattere con le armi e con la cultura la battaglia per l’emancipazione.

Viola Davis in una scena tratta da Ma Rainey's Black Bottom
Viola Davis in una scena tratta da Ma Rainey’s Black Bottom

Così come è chiaro che la stessa figura di Ma (donna, nera e per di più capo-banda autorevole e autoritario) costituisce la quintessenza della dissidenza. Specie in uno studio musicale che è un altro microcosmo, metafora dell’intera comunità statunitense che si affaccia agli anni ’30. Il blues, al centro della storia di Ma Rainey’s Black Bottom, è il campo di battaglia sul quale condurre anche una lotta di potere. Ed è la protagonista, Ma, a (s)offrire una vita che ho definito emblematica. Lei canta non tanto per passione, ma per necessità. Sa che i bianchi amano il blues, ma sa anche che non lo capiscono, dato che sono nati nella parte ricca e fortunata del globo. «Non si canta per stare meglio. Si canta per capire la vita».

Viola Davis in una scena tratta da Ma Rainey's Black Bottom
Viola Davis in una scena tratta da Ma Rainey’s Black Bottom

È impossibile non scorgere in queste laconiche affermazioni di Ma una denuncia. I suoi tentativi di farsi rispettare e assecondare anche nelle più assurde e strambe richieste, altro non sono che l’ultimo, disperato e forse inutile sforzo per mantenere il controllo sulla sua musica e sulla sua vita. Una musica dalle remote radici africane che è anche musica di un intero popolo che ha sofferto. Che è stato sfruttato. Esattamente come il blues, che inizia a diventare roba (economicamente) seria quando impresari e produttori bianchi hanno vampirizzato le musiche di un membro della band di Ma, comprandole per quattro soldi e poi commercializzandole su larga scala.

Un (quasi) kammerspiel smarmellato

Con Ma Rainey’s Black Bottom George C. Wolfe realizza un semi-kammerspiel. A eccezione della scena di apertura e di chiusura (comunque fondamentali, nella comprensione del film), tutta la vicenda si svolge nei concitati, tesi e vorticosi momenti della registrazione all’interno dello studio di Chicago. L’unità di tempo, spazio e luogo, unite all’esiguo numero di personaggi, confezionano un’opera godibile, diretta discendente del nobile genere fiorito proprio negli anni ’20 in Germania. Solo la resa fotografica lascia un po’ perplessi, con un costante effetto iper-luminoso e una saturazione dei colori fastidiosamente abbagliante. I fan di Boris la definirebbero smarmellata, per essere bonariamente critici.

Chadwick Boseman in una scena tratta da Ma Rainey's Black Bottom
Chadwick Boseman in una scena tratta da Ma Rainey’s Black Bottom

Come detto, sono proprio le due brevissime scene che aprono e chiudono il film a chiarire (anche se in maniera un po’ troppo didascalica) la più autentica portata di Ma Rainey’s Black Bottom. Ricalcando pedissequamente il procedimento del più “adulto” Carnage (2011) di Polański, il film di Wolfe si pone come un’allegoria sul potere e sullo sfruttamento. Declinata, tutto sommato piacevolmente, attraverso le note di un genere musicale che si fa anche, o forse soprattutto, strumento di esegesi storica.

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1 Commento

1 Comment

  1. Giuseppe Piazza

    19 Dicembre 2020 at 16:15

    Ottimo.

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