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Una scena di Lacci

Cinema

Lacci: un “documentario” di vita che trasuda realismo

Con Lacci, Daniele Luchetti restituisce una storia familiare con il miglior tono registico e autoriale, e confeziona un’opera che trasuda realismo

Napoli, primi anni ‘80: il matrimonio di Aldo, conduttore radiofonica RAI, e Vanda, insegnante precaria, entra in crisi quando Aldo si innamora della giovane Lidia. L’uomo per qualche anno andrà via di casa e abbandonerà i figli, un po’ per vigliaccheria un po’ per l’incapacità di riuscire a riorganizzare la sua nuova vita includendovi anche loro. Trent’anni dopo i due sono ancora sposati, e li vediamo confrontarsi sul loro passato in una grande casa piena di ricordi. Mentre Anna e Sandro, i figli ormai adulti, trovano il pretesto per interrogarsi su cosa li ha portati a essere le persone che sono diventati. Lacci è un giallo sui sentimenti, una storia di lealtà e infedeltà, di rancore e vergogna. Un tradimento, il dolore, una scatola segreta, la casa devastata, un gatto, la voce degli innamorati e quella dei disamorati. 

«Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie» (Vanda, Lacci)

Avevamo lasciato Daniele Luchetti alla trasposizione cinematografica non particolarmente riuscita di Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo, che oltre a essere autore del volume è stato anche sceneggiatore del film. Lì c’era l’analisi di un rapporto di coppia in cui alcuni tra i temi più importanti dell’esistenza umana – come il passato e il ricordo – non erano raccontati con l’approccio autoriale che ci si sarebbe aspettati dal regista. Nonostante i toni siano completamente diversi da quest’ultimo lavoro, Momenti di trascurabile felicità parlava in modo beffardo delle scelte di una generazione e delle conseguenze di queste sulla vita dei personaggi. In Lacci, temi e intenzioni cari a Luchetti ritornano finalmente con la determinazione registica che ha contraddistinto le sue migliori opere precedenti e grazie a una sceneggiatura molto forte messa in scena per immedesimarsi nella storia, non per distanziarsene come succede nell’ultimo film. 

Luigi Lo Cascio e Giulia De Luca in una scena tratta da Lacci
Luigi Lo Cascio e Giulia De Luca in una scena tratta da Lacci

Lacci, che ha aperto fuori concorso la 77esima Mostra del Cinema di Venezia con la fierezza di essere un’opera tutta italiana, è tratto dal romanzo di Domenico Starnone – uno dei 100 migliori libri del 2017 per il New York Times -, tornato a sceneggiare un film di Luchetti dopo il successo di I piccoli maestri e La scuola. La pellicola ha portato su grande schermo una storia familiare che dura trent’anni e due generazioni, unita da legami che somigliano più a un filo spinato che a lacci amorosi. I materiali narrativi di romanzo e film pongono in fondo la stessa domanda: hai permesso alla tua vita di farsi governare dall’amore? Nel tentativo di rispondere, il libro si fonda tantissimo sulla potenza delle parole che si riflettono nella verbosità del girato che, a sua volta, è molto funzionale al racconto. I sei attori in scena dialogano di continuo tra un primo piano stretto e l’altro, fanno un gran lavoro sulle loro voci che sono praticamente l’unico “rumore” in campo a cui è affidato, volutamente, il sonoro del film. Un suono pulito e senza disturbi che ci ricorda il cinema classico e attraverso cui passa gran parte della drammaticità della narrazione.

A questo proposito ricordiamo la scena in cui i due bambini assistono, dall’interno di un’auto, a un violento litigio tra i genitori (Lo Cascio, Rohrwacher) che si trovano all’esterno. Il punto di vista è quello dei figli con un’inquadratura in soggettiva. Qui, la quasi totale assenza del sonoro fa da amplificatore alla forza dell’impatto emotivo che il litigio vuole generare sui due giovanissimi personaggi. Il tutto si concilia benissimo con l’uso dello spazio chiuso e dello spazio aperto. Parlando di musica invece è chiaro l’omaggio del regista a Antonio Pietrangeli con l’inserimento del brano Letkiss, colonna sonora di Io la conoscevo bene che in apertura sorregge la bellissima scena iniziale della marcia corale. Il sapore è retrò e l’effetto sorprendente: l’occhio della macchina da presa ci dirige verso un lungo scambio di sguardi tra Aldo e Vanda che dà il via al racconto. 

Laura Morante e Silvio Orlando in una scena tratta da Lacci
Laura Morante e Silvio Orlando in una scena tratta da Lacci

L’interpretazione di Vanda e Aldo negli anni ’80 è a carico dei bravissimi Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio, che ai giorni nostri diventano Laura Morante e Silvio Orlando, con Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini – protagonisti della parte conclusiva del film – come figli. I primi quattro attori che hanno una somiglianza fisica non evidente, hanno gli stessi ruoli ma in epoche diverse. La scelta del regista di non voler invecchiare gli attori più giovani e mantenerli anche a distanza di trent’anni, serve a dare l’idea, a parere di chi scrive, che le storie universali in cui identificarsi siano più di una, e raccontarla usando attori diversi rende senz’altro più netto il distacco tra le due generazioni. Per analizzare le loro relazioni e scavare le loro reazioni, Luchetti, oltre ad avvicinarsi ai volti con la macchina da presa, li ha trattati come fossero paesaggi da esplorare tra Napoli e Roma, mostrate invece senza insistenza e solo tramite i dettagli. Mai nel loro insieme. Il contrasto tra le due città va di pari passo con l’emozionalità dei personaggi e il vero paesaggio è quello interno – quello degli appartamenti, delle auto, degli studi – dove si svolgono le azioni.

Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini in una scena tratta da Lacci
Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini in una scena tratta da Lacci

Anche se può sembrarci che Lacci sia continuamente al presente, la prima parte ambientata negli anni ‘80 in realtà è raccontata con il velo della memoria e precedente al tempo della narrazione dove si muovono l’Aldo e la Vanda di Silvio Orlando e Laura Morante e i figli. La direzione degli attori e l’intensità con cui questi ultimi riportano le emozioni scritte nelle pagine di Starnone sono magistrali: il regista li assolve nonostante tutto, perché pur essendo raccontati nelle loro debolezze e nei loro errori, esce fuori la loro umanità, da trattare con indulgenza e pietà. Il processo di immedesimazione nella storia è totale perché è come se assistessimo a una narrazione realistica, a un documentario di vita, quando il risentimento viene tramandato e si finisce tutti per essere figli dei propri genitori e frutto delle loro scelte. 

La metafora dei lacci che legano e vincolano la nostra capacità di amare, di scegliere, di rischiare e provare emozioni è altrettanto realistica: cosa comporta far si che si sciolgano? Cosa comporta avere il coraggio di andare avanti senza quelle sicurezze che crediamo ci rendano vivi? Per stare insieme bisogna parlare poco, sussurra Orlando alla Morante in una delle scene più belle del film, quando i frammenti del passato non fanno che riemergere per darci riparo e farci sentire al sicuro. Sia il passato vissuto che quello che avrebbe potuto esserci ma non c’è stato, per preservare lo status-quo.  E a questo proposito che ne è del cambiamento? Se si pensa alla scena del “caos” casalingo finale, è come se i personaggi facessero i conti col proprio passato e lo superassero simbolicamente attraverso un gesto. Lo scopo della narrazione per tranquillizzare lo spettatore è raccontare questa bugia, e cioè la bugia che nella vita si possa cambiare. 

Articolo pubblicato anche sul numero di Segnocinema 226 (novembre – dicembre 2020).

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