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La stanza del figlio

Anniversari

La stanza del figlio: Moretti tra rottura e continuità

Usciva vent’anni fa La stanza del figlio di Nanni Moretti: un film che oscilla tra rottura e continuità poetica

Tempo di lettura: 5 minuti

Siamo nel 1977, e un giovane Nanni Moretti, reduce dal successo di Io sono un autarchico (1976), è ospite della trasmissione “Match – domande incrociate”. In quello che sarà uno dei più interessanti dibattiti della storia del cinema italiano (a dialogare con lui c’è Mario Monicelli, per dire) il presentatore Alberto Arbasino afferma di trovarsi di fronte all’esponente di un nuovo cinema italiano, e si chiede se l’Italia scoprirà presto altri autori come lui; se quello di Moretti sia un cinema pronto a far nascere una vera e propria corrente come la Nouvelle Vague degli anni ’60. La risposta, possiamo dirlo oggi, è un convinto “no”: perché Moretti crea uno stile personale, non una corrente. Uno stile che, al contrario di quanto si possa pensare, non si disgrega nel tempo ma continua ad essere presente in tutti i suoi lavori.

Un'immagine tratta da La stanza del figlio
Un’immagine tratta da La stanza del figlio

Oggi, 20 anni fa, usciva nelle sale cinematografiche La stanza del figlio, nono lungometraggio del regista e pellicola vincitrice della Palma d’oro al Festival di Cannes del 2001. Con il ritorno di una splendida Laura Morante e con una giovanissima Jasmine Trinca all’esordio cinematografico, il film analizza gli effetti di un lutto improvviso, la morte di un figlio, su una famiglia sempre stata unita.

Analisi di una perdita

Senza cadere nella retorica, e senza esasperare situazioni dove il tutto è già al limite, il film offre un punto di vista interessante sul dolore, sull’assenza e sull’elaborazione del lutto. Lo spettatore viene messo di fronte alla sfrontata potenza della casualità e delle sue inevitabili conseguenze. Quello che il regista sembra suggerirci è che il dolore, così come la morte, è parte della vita. Ognuno può affrontarlo in modo diverso – Giovanni è logorato dai sensi di colpa, ripensa costantemente a quella giornata  – purché si raggiunga una consapevolezza: è inutile cercare di colmare un vuoto che non potrà mai essere colmato.

Un'immagine tratta da La stanza del figlio
Un’immagine tratta da La stanza del figlio

Il film è ambientato ad Ancona, e non a Roma com’è solito fare il regista. La location non è stata, ovviamente, una scelta casuale: Moretti sceglie un ambiente intimista, in grado di approfondire il discorso sulla chiusura provocata dal dolore e sull’analisi comportamentale dei personaggi che vivono la propria angoscia in un contesto privato, una vera e propria “stanza” isolata. La stanza a cui fa riferimento il titolo è però, soprattutto, quella del figlio: una stanza che rimane immutata dopo la sua dipartita, una stanza che è concretizzazione del mondo interiore del ragazzo, una stanza che è l’unico luogo in cui Andrea sembra essere ancora vivo.

L’ossessione della normalità

Ancora oggi quando si parla de La stanza del figlio ci si concentra sulla “normalità” del film, sull’abbandono di una certa tecnica e di un certo approccio all’oggetto filmico, di una poetica morettiana assente. Nanni Moretti decide di cambiare rotta, è inutile negarlo, ma lo fa con un tema per il quale è necessario: la morte. Quello che sembra dirci il regista è che la morte ha bisogno di rispetto, e questo risiede per l’appunto in una messa in scena più sobria, meno spiritosa, meno grottesca. Se la vita va ironizzata, se tutto ciò che accade intorno a noi può essere trattato in modo sarcastico, lo stesso non vale per la morte. In una lettura assolutamente anticlericale la morte è il vuoto, è sottrazione e Moretti applica questa stessa sottrazione all’interno della sceneggiatura.

Rottura o continuità? Questo è il dilemma

La stanza del figlio, annunciato dalla maggior parte dei critici come un film completamente diverso dalle precedenti produzioni del regista, è invece la prosecuzione logica di molti dei consueti discorsi dell’autore. Pellicola che apparentemente rompe totalmente con la poetica precedente del regista, è invece spontanea continuazione lineare di temi già trattati in Caro Diario (1993), film che si discosta dal caratteristico egocentrismo, a favore di una storia collettiva che evita la retorica del dolore. La scelta della professione di Giovanni permette a Moretti di rianalizzare molte delle difficoltà dei protagonisti maschili dei suoi film precedenti. Giovanni rappresenta un’evoluzione più matura dell’alter ego di Moretti. Egli non è solo cresciuto ma è ormai in grado di avere una famiglia propria ed è in grado di aiutare gli altri. Ovviamente, la morte del figlio muta la posizione di Giovanni riguardo alla propria famiglia e al prossimo. Tuttavia il fatto di riuscire a sopravvivere nonostante l’immenso dolore dimostra l’integrità della sua persona.

Nanni, Michele e Giovanni

Giovanni è il vero nome di Moretti, un dettaglio che ci induce a collocare la pellicola nello stesso gruppo dei film con Michele Apicella e che dimostra ancora una volta una tesi: il protagonista di Moretti è sempre il medesimo personaggio, un miscuglio di elementi autobiografici e funzionali. Vista la sua interiorizzazione del dolore e l’incapacità di andare avanti, o almeno, di salvare qualcosa di positivo dai ricordi di un passato felice, Giovanni richiama certi personaggi maschili dei precedenti film, in particolare il Michele di Sogni d’oro (1981) e di Bianca (1984), anche loro rassegnati davanti all’ineluttabilità della sofferenza, oltre che all’impossibilità di essere felici.

Un'immagine tratta da La stanza del figlio
Un’immagine tratta da La stanza del figlio

I modelli comportamentali estremi del vecchio Michele (la sua paranoia, ad esempio) sono stati presi in carico dai pazienti di Giovanni, i quali rappresentano tutto ciò che il personaggio di Moretti ha superato, lasciandoselo alle spalle. Questo Giovanni non è un nuovo personaggio creato da Moretti, ne è il primo protagonista reale e non autobiografico del regista. Giovanni va visto come la versione matura e più riuscita del vecchio personaggio.

Ogni famiglia è infelice a modo suo (o forse no)

Mentre in Io sono un autarchico Michele appariva più infantile del figlio, in Palombella rossa (1989) Moretti inizia a delineare una figura di padre fondata sulla complicità e la giocosità. Questa nuova figura paterna emergerà in Aprile (1998) e la ritroveremo anche ne La stanza del figlio, che prende la famiglia perfetta che in Aprile stava nascendo e la mette alla prova, condannandola a un terribile lutto. Un elemento cruciale nella capacità di Giovanni di sanare la terribile ferita provocata dalla morte del figlio è l’aiuto che trova nelle donne: la moglie, la figlia, e soprattutto l’ex ragazza del figlio, Arianna. La visita di Arianna fa sì che Giovanni riesca ad isolare il suo dolore intimo e a spostare la sua attenzione su qualcos’altro. Malgrado l’atmosfera triste di gran parte del film, quella narrata ne La stanza del figlio non è una storia totalmente “negativa”, perché Giovanni non spezza il suo legame con la realtà, non fugge dalla crudeltà del destino per rifugiarsi nella solitudine, ma appare pronto ad affrontare il mondo.

Un'immagine tratta da La stanza del figlio
Un’immagine tratta da La stanza del figlio

Sebbene qui la famiglia sia causa di una sofferenza immensa, essa è anche la fonte di speranza e di una ragione di vita. Nonostante la fama di anticonformista che da sempre caratterizza la percezione del regista da parte della società, Moretti è sempre stato molto legato al tema della famiglia. Il film, quindi, esemplifica bene questa tendenza. Inoltre è interessante notare come Giovanni sia, per i suoi pazienti, una sorta di genitore. Il suo ruolo di padre si fa palese nelle scene in cui comunica loro la decisione di abbandonare la professione, concludendo di conseguenza il loro rapporto terapeutico. Molti pazienti si sentono traditi come se fossero stati abbandonati da un padre.

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