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La Révolution

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La Révolution e la rilettura della crisi dell’Ancien Régime

La Révolution è un progetto audace che prova a stare sopra le righe della storia rivistando in chiave horror il periodo dell’Ancien Règime.

Quando su Netflix approdano prodotti che non hanno il marchio ‘born in the USA’, tendiamo ancora ora a storcere un po’ il naso, nonostante i numerosi blockbuster transoceanici – come La casa di carta e Dark, rispettivamente spagnolo e tedesco – che si sono accaparrati una schiera di fan copiosa e devota. Da sempre, tuttavia, ci è stato insegnato che con le opinioni pregiudiziali non si arriva poi così lontano e che una chance va concessa sempre. Direi che questa filosofia può ben sposarsi con la serie TV La Révolution.

Aurélien Molas – cui è affidata la guida creativa della miniserie – decide di giocare patriotticamente in casa andando a ritroso nel tempo sino alla Rivoluzione Francese. Ma La Révolution del titolo è un’attrattiva lusinghiera e al contempo ingannevole poiché, in verità, fa riferimento ad un’altra rivoluzione, immaginaria e spoetizzata, che sarà la causa poi di quella acclarata del 1789.

Tema affascinante ma ampiamente trattato

Di tutti gli eventi che hanno oltremodo segnato la storia, quello della presa della Bastiglia – con annessi e connessi – è forse il più fascinoso di tutti, per l’impatto, la potenza espressiva e il messaggio di cui si fa fieramente portavoce. Il principale problema di fondo è stato dunque scrostare la saldezza con la quale questo tema è stato già ampiamente trattato, nei virtuosismi di Versailles, nella singolare rappresentazione di Marie Antoinette della Coppola, persino nel candido evergreen di Lady Oscar.
Si decide così – e credo con non poca esitazione – di mettere in scena un’ucronia che dipinge, nella cornice storica della Francia di fine XVIII secolo, una realtà horror in cui prolificano zombie a manetta.

Una scena di La Révolution

La causa della loro nascita è da imputare a un virus, di origine e natura ignote, che consente ai morti di ritornare in vita, una vita segnata però da estremismi – sensi affinati, forza sovrannaturale, assenza di umanità e l’immancabile fame di carne umana. I redivi francesi non hanno alcunché in comune con l’emblema dello zombie classico come noi lo conosciamo; sono integri, decorosi e posati, aspetto che invece li avvicina più ai vampiri. Una fusione creativa che non distorce troppo la realtà ma che la insaporisce di gran lunga con qualcosa di innovativo. In questo nostro tempo incerto La Révolution sembra quasi cascare a fagiolo in merito alle similitudini con la nostra emergenza sanitaria, cosa che la rende paradossalmente attuale nonostante sia ambientata più di duecento anni fa.

Popolo vs nobilità

Ne La Révolution c’è una volontà ben precisa, da parte della nobiltà, di prendere il definitivo controllo su di un popolo che, a causa della dilagante carestia, stava iniziando a sviluppare ideali di ribellione. E’ nientemeno che il Re Luigi XVI il visionario che comprende da subito quanto questo virus possa giocare una carta decisiva nella lotta contro il popolo riottoso per metterlo definitivamente a tacere. Nelle periferie parigine, conti e duchi trasformano la loro corte in un esercito zombiesco che si arma del puro cannibalismo per sconfiggere il nemico.

Una scena di La Révolution

Il famelico desiderio dell’aristocrazia ricorda metaforicamente la fame, quella classica, di un popolo che vive nella scarsità, così come il colore blu del sangue degli zombie non può che rimandare all’espressione coniata per definire la condizione di nobiltà. Il paradosso brillante della serie sta tuttavia nel fatto che sono i ricchi ad accendere la miccia di questa rivoluzione fittizia, non per ottenere qualcosa che gli manca, ma per salvaguardare ciò che già hanno (ed anche in abbondanza) seguendo il principio per il quale la difesa resta sempre il miglior attacco. E’ un capovolgimento di parti sottile e interessante, che mette ancora più in evidenza l’avidità di cui in quel periodo le corti si macchiarono.

Convincono lo splatter e gli effetti speciali

Lo splatter de La Révolution è pulito e sorprende nei suoi effetti speciali calibrati e ben studiati. Con un budget sicuramente limitato, privilegiando questo aspetto, la miniserie casca però sul cast. Non vedrete comparire all’improvviso da dietro la porta nessun Depardieu e nessuna Cotillard; gli attori vivono in un anonimato fumé che, almeno nei primi episodi, ci rende difficile persino riconoscerli. I personaggi sulla scena sono tanti e spesso, per far convergere il racconto in un’unica direzione, le loro storie si intrecciano in maniera forzata e disorganizzata. La recitazione rientra comunque nella media, come quella di Marilou Aussilloux che interpreta Elise de Montargis, un’eroina intraprendente ma poco convinta lei stessa; spicca anche Amir El Kacem che intepreta Joseph Guillotin, l’inventore dello strumento di esecuzione più famoso di sempre e che, secondo questa storia, prenderà spunto proprio dall’unico mezzo per togliere definitivamente la vita ad uno zombie, ovvero la decapitazione.
Ad un certo punto entra in gioco anche un pizzico di psicomagia che non sappiamo bene come interpretare perché effettivamente fuori luogo e la cui relazione con il virus è veramente indefinita.

Una scena di La Révolution

La Révolution è un progetto audace che tuttavia non ha alcuna pretesa se non quella di provare a stare sopra le righe della storia. Dal canto nostro, non ne abbiamo mai abbastanza di intrighi di corte, livree in tinte pastello e parrucche che spiccano il volo, e se teniamo in considerazione gli sporadici ma entusiasmanti colpi di scena – come la presentazione di Luigi XVI nell’ultimo episodio che farebbe presupporre una fattibilissima seconda stagione – vi consiglierei, senza troppe aspettative, un giro sulla giostra della rivisitazione in chiave horror dell’Ancien Régime.

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