fbpx
Connect with us
la febbre dell'oro

Anniversari

La febbre dell’oro: un Chaplin “nuovo” di 95 anni

A 95 anni dall’uscita nelle sale italiane, La febbre dell’oro si rivela ancora un film formidabile

È già una star Charlie Chaplin, quando il 23 ottobre del 1925 esce nelle sale italiane La febbre dell’oro. Nel cinema, il suo è stato un percorso davvero folgorante, e il film rappresenta una sorta di transizione. I tempi dell’intenso romanticismo de Il monello (1921) e La donna di Parigi (1923) sono trascorsi. Quelli dell’impegno civile e sociale, che hanno in Tempi moderni (1936) e Il grande dittatore (1940) le più compiute espressioni, sono ancora lontani. L’uscita del film avviene poi in un periodo cinematografico molto particolare, che coincide con l’introduzione del sonoro a partire dalla metà degli anni 20.

LE CONTRADDIZIONI DI CHAPLIN

L’approccio di Chaplin al film, come di consueto, è figlio del caso e dell’intuizione. Ospite del fraterno amico Douglas Fairbanks, vede insieme a lui delle diapositive che ritraggono i minatori impegnati nella corsa all’oro del Klondike. Si appassiona alla storia, Charlie. Comincia a documentarsi sulla spedizione Donner, dove un gruppo di pionieri tra il 1846 e il 1847 si blocca sulla Sierra Nevada e ricorre al cannibalismo per sopravvivere.

Una scena tratta da La febbre dell'oro
Una scena tratta da La febbre dell’oro

La febbre dell’oro nasce da una vera sciagura e dalla contraddizione insita in Charlie sin dai tempi della giovinezza: occorre ridere anche di fronte alla tragedia. Anzi, se guardata dalla giusta prospettiva, se colta con il colpo d’occhio dell’estro artistico, la stessa tragedia rivela e sprigiona un insospettabile carattere comico. Chaplin fa quello che sa fare meglio, cioè assecondare le sue intuizioni. Rendere sublime persino il più cupo dei drammi, come quello di nutrirsi degli stivali, esattamente ciò che aveva fatto un gruppo di sfortunati esploratori ottant’anni prima.  

CHARLOT PRIMA DI TUTTO

Chaplin non ha alcuna intenzione di offrire un quadro che sia minimamente realistico della corsa all’oro, né di sostenere alcuna tesi. La genesi, lo sviluppo e la produzione del film, piuttosto, finiscono per piegarsi alle esigenze sceniche di Charlot. Certo, questo personaggio è meno universalizzabile rispetto all’umanissimo e lirico vagabondo de Il monello, incarna un tipo umano più specifico e storicamente situabile. Ma tutta la messinscena, così come la struttura della narrazione, sono elementi pensati in chiave quasi strumentale, cioè funzionali alle gag e alle intuizioni di un Chaplin che ragiona attraverso Charlot. Metà del metraggio complessivo de La febbre dell’oro (la prima mezz’ora e l’ultimo quarto d’ora), infatti, è tutto ambientato nella baita o nei suoi pressi, con macchina pressoché fissa. È un chiaro intento programmatico. È, tuttavia, uno slapstick più raffinato e maturo, questo di Chaplin, che comincia ad affrancarsi da un genere cinematografico che forse non lo ha mai rappresentato pienamente.

Una scena tratta da La febbre dell'oro
Una scena tratta da La febbre dell’oro

Come accaduto per tutte le sue opere, Chaplin ragiona e si approccia al film in termini visuali e figurativi, prima che in base al genere, alla storia o alla sceneggiatura. Anche in La febbre dell’oro la sua poetica vibra di quell’immediatezza e spontaneità che scaturiscono quasi dall’improvvisazione. Discorso analogo per questo film, che pure, nelle intenzioni del regista, avrebbe dovuto essere un’opera più matura e strutturata rispetto alle precedenti: «Per sei mesi elaborai una serie di sequenze comiche e cominciai a girare senza soggetto, sicuro che la storia si sarebbe sviluppata da sola».

FARE MOLTO, CON (QUASI) NULLA

Sarebbe impossibile parlare di un film come La febbre dell’oro senza citare alcune trovate geniali di Chaplin, ormai parte integrante dell’immaginario cinematografico mondiale. Inutile nasconderlo: oggi, probabilmente, il pubblico di ogni parte del pianeta è sempre più difficile da stupire, più esigente nei gusti e più disincantato. Eppure, rimane molto difficile non rimanere affascinato dalla mimica, dalla classe, dall’eleganza, dalla semplicità di un omino che si nutre dei propri stivali, arrotolandone i lacci a mo’ di spaghetti.

La celeberrima scena del pasto in La febbre dell’oro

Fa molto effetto immaginare l’uomo-Chaplin alle prese con una scena comica, una scena che pure avrà dovuto ricordargli la fame nera patita nella sua infanzia. Rimane altrettanto difficile non meravigliarsi delle scene finali, con una baita che oscilla inverosimilmente in bilico sul precipizio. Sì, sappiamo che Chaplin utilizzò la liquirizia per la scena degli scarponi bolliti, così come sappiamo del suo utilizzo dei modellini. Eppure nulla di tutto questo scalfisce minimamente la gioia della visione. Nessuna consapevolezza dell’artificio spegne il sorriso sincero di vedere molto, realizzato con una quantità relativamente modesta di mezzi. Forse è proprio questo che rende film come La febbre dell’oro opere immortali.

Ti potrebbe interessare anche: L’acrobata Chaplin: sulla nascita dell’attore cinematografico

Seguici su Facebook e su Twitter!

1 Commento

1 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Sostieni Ultima Razzia

Donazioni sidebar

Informazioni Personali

Totale Donazione: €100,00

Seguici su Facebook

Iscriviti ad Amazon Prime Video

Scarica l’app Immuni

Immuni

Leggi anche...

David Lynch David Lynch

David Lynch a lavoro su una miniserie Netflix dal titolo “Wisteria”

Netflix

L'age d'or L'age d'or

L’âge d’or: l’inno alla libertà di Luis Buñuel

Anniversari

Poetry Poetry

Poetry: la vita poetica declamata da Lee Chang-dong

Anniversari

Netflix Oscar Netflix Oscar

Netflix ai prossimi Oscar potrebbe fare la storia

Netflix

Connect