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Cinema

La donna che visse due volte: Hitchcock tra vertigini e ossessioni

Nelle pause durante la lavorazione dei suoi film per la tv “Alfred Hitchcock presenta”, il Maestro del Brivido era solito ritagliarsi qualche minuto per scrivere le sue memorie. La genesi di un capolavoro immortale, un film vertiginoso che torna al cinema il 18 novembre grazie a un nuovo restauro.

Hitchock e Kim Novak sul set de La donna che visse due volte

Buonasera, signore e signori. Vi domanderete che ci faccio su una barca. Questo viaggetto è una trovata del mio produttore. Vuole dimostrare che è un bravo sommozzatore. È quel signore che si è immerso qualche istante fa. Ora mi sta chiedendo di risalire; io avrei pensato di lasciarlo giù, così posso farvi vedere il programma evitando i tagli che lui prevede”.

Stop. Buona.

Io prendo in giro la gente perché alla gente piace essere presa in giro, l’ho sempre fatto. Ma sono un timido, lo sono sempre stato; non sono mai stato un tipo molto socievole: conduco con mia moglie una vita tranquilla. Fare film è l’unica cosa che mi rilassi veramente.

Sono però anche un uomo di passioni, di ossessioni. Grace fu la mia più grande ossessione e quando le imposero di lasciare il cinema non potei che sentirmi più solo. Mi ferì. Ho sempre pensato che sarebbe stata perfetta per Vertigo, con la sua eleganza, i suoi sorrisi, la sua timidezza. Era stata da sempre una principessa, e poi lo fu sul serio.

Hitchcock e Kim Novak

Mi sarebbe piaciuto trasformare Vera Miles in Grace. Ci provai, fu per un po’ la mia nuova ossessione. I produttori continuavano a ripetermi che stavo sbagliando, che Vera non aveva il fascino né il temperamento di Grace, ma io pensavo di poterci riuscire, di poterne fare una mia creatura. Lo trovavo ironico perché in fondo era questa l’idea al centro del mio film, un uomo tanto ossessionato dalla donna perduta da volerne ricreare l’immagine.

E poi Vera restò incinta. Se Grace mi deluse, Vera mi fece infuriare. Avrei tanto voluto vendicarmi; adoro la vendetta, è così dolce e non fa ingrassare. Era il suo terzo figlio; le dissi che un figlio era normale, due lo erano abbastanza, ma il terzo era veramente osceno! Non le importò nulla del commento…

James Stewart e Kim Novak

Ad ogni modo, fu allora che la Paramount cominciò a farmi con insistenza il nome di Kim Novak. Nè io nè Jimmy Stewart eravamo entusiasti di lavorare con lei, conoscevamo bene le voci sui suoi capricci sul set. La prima volta che la incontrai era rigida per la paura e piuttosto sulla difensiva. Dovetti calmarla, metterla a suo agio. Fu molto difficile ottenere quello che volevo da lei perché Kim aveva la testa piena delle sue personalissime idee. Provai un certo godimento a farle ripetere e ripetere ancora la scena in cui Madelein si tuffa nella baia, mi piaceva osservarla bagnata e infreddolita. Oggi però devo riconoscere che alla fine del film la sua recitazione era notevolmente migliorata. Sarà stata la vicinanza di Jimmy! Il vecchio, caro Jim… Senza di lui non ci sarebbe mai stato il film, senza il suo viso da uomo qualunque, la sua ironia e la sua recitazione cupa e romantica.

Ricordo che mi capitò in mano per caso un giorno un libro, D’Entre le morte, intorno alla primavera del 1956. Ricavarne una sceneggiatura fu un percorso tortuoso, ci alternammo in 4, e ogni volta il risultato non era quello che avrei voluto. Ricordo che solo verso la fine di gennaio del ’57 la sceneggiatura cominciò ad assumere i contorni che volevo, quando avemmo l’intuizione di affiancare accanto agli episodi originali – l’inseguimento sui tetti, il cimitero, la collana, la galleria d’arte, il sogno – anche una certa passione necrofila associata al personaggio del protagonista. L’unica cosa che mi interessava era l’idea che Jimmy Stewart cercasse di trasformare la ragazza nella persona in cui lei si era già trasformata, partendo dall’immagine di una morta.

Rispetto al libro, mi sembrò importante mettere al centro del film il fatto che la donna si rendesse conto che quest’uomo a poco a poco la stava smascherando. Inserimmo per questo quelle scene in cui Stewart accompagna Judy dal sarto alla ricerca di un abito identico a quello di Madelein. In un certo senso è come se lui cercasse di spogliarla invece che vestirla.

James Stewart e Kim Novak

La scena che sentii di più fu, a questo proposito, quando Judy torna dopo essersi fatta tingere i capelli di biondo; ma non sono raccolti in uno chignon, come Stewart aveva richiesto e per questo non è soddisfatto; per me è come se fosse nuda ma ancora rifiutasse di togliersi le mutandine. Alla fine cede alle suppliche di Stewart e va in bagno a prepararsi, mentre Stewart l’attende che si mostri nuda, finalmente. È il momento fondamentale di tutto il film, il momento in cui l’immaginazione e la realtà si incontrano: Judy esce dal bagno, è illuminata da un neon verde, è come se tornasse dal regno dei morti, è avvolta ancora dal mistero; stacco sullo sguardo sbalordito ed eccitato di Stewart e poi di nuovo su Judy, adesso nuda, adesso Madelein. Fui molto soddisfatto da questa scena.

Ma la vera novità che inserimmo fu di anticipare la rivelazione della verità, il fatto che Judy non sia una donna che assomiglia a Medelein, è proprio Madelein. Ricordo che erano tutti contrari. Ma, come raccontai a quel giovane e talentuoso regista francese, pensavo che fosse importante creare una suspense che nel libro non era presente. Immaginai di essere un bimbo che ascolta la madre raccontargli una storia; quando la madre smette di raccontare, il bambino comincia a chiedere: “Mamma, che succede dopo?”. Con la nostra trovata il bimbo sa che Judy è Madelein, quindi ora chiede alla mamma: “Ma allora James Stewart non lo sa ancora?”. Ho sempre pensato che dare al pubblico una informazione in più lo faccia sentire più coinvolto nella storia e faccia crescere la suspense.

Ripensare oggi a queste due piccoli innovazioni mi fa smettere di pensare al buco che c’è nel racconto. L’ho sempre trovato insopportabile, forse mi sbagliavo, ma mi ha sempre infastidito. Il punto è: il marito di Madelein, che getta dal campanile il corpo della moglie, come faceva a sapere che Stewart non avrebbe salito le scale? Per via delle vertigini di cui aveva letto sui giornali? Ma come poteva esserne sicuro?!

Kim Novak

Il campanile… Disegnai io quelle scale in legno che Stewart non riesce a salire a causa delle sue vertigini. Ricordo che la Missione San Juan Batista, che avevo scelto come set, aveva avuto in passato un campanile, poi andato distrutto in un incendio e fummo costretti a riprodurne uno in scala, con alcuni dipinti opachi e fotografie truccate in uno studio della Paramount. Fu un lavorone ma fu niente in confronto a ciò che ci dovemmo inventare per creare l’effetto distorisione quando Stewart guarda nella tromba delle scale del campanile. Cercavo un modo per ottenere quell’effetto da quando stavo lavorando a Rebecca – La prima moglie, credo sia stato intorno al 1940. Volevo riprodurre la sensazione che avevo provato ubriacandomi una sera all’Albert Hall di Londra, quella strana sensazione per la quale sembrava che tutto si allontanasse da me. Nel 1940 la tecnologia a disposizione non mi permise di ottenerlo, a quel tempo era un problema riuscire ad allungare la prospettiva tenendo fisso il punto di vista. Per Vertigo invece risolvemmo la questione con una carrellata all’indietro combinata con uno zoom in avanti.

Fu e resterà un film speciale per me. Il mio film più romantico, il mio film più lento, il mio film più intimo. Coprì i costi di produzione, fu un piccolo fallimento. Ma nessun altro mio film parla così profondamente di me, in nessun altro film Jimmy Stewart è così profondamente me: entambi soffriamo per l’abbandono da parte di una donna, che sia Madelein o Grace o Vera, poco importa. Ho sempre pensato che ogni donna fosse un inganno, un’insidia, una pericolosa seduzione dello spirito e del corpo, che attrae e repelle dando vita a una vertigine spirituale. È la stessa vertigine di cui soffre Jimmy nel film. È insieme un malessere fisico e psicologico, ha cause mediche ma anche romantico/passionali. È questo ossessivo inseguimento vertiginoso a generare suspense.

Non a caso la suspense è come una donna, più lasci correre l’immaginazione, più è eccitante.

E io l’adoro.

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