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L'uomo che non c'era

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L’uomo che non c’era: l’elegante omaggio dei Coen al noir

Vent’anni fa usciva L’uomo che non c’era, elegante noir dei fratelli Coen che riflette sulla disgregazione dell’uomo contemporaneo

Tempo di lettura: 4 minuti

Palma d’oro per la migliore regia a Cannes nel 2001, il film di Joel e Ethan Coen, L’uomo che non c’era, compie oggi vent’anni. Per realizzare questo elegantissimo omaggio al noir degli anni trenta/quaranta, i registi ricorrono ad un bianco e nero glaciale (ottenuto desaturando il colore della pellicola) e a una voce fuori campo di tradizione chandleriana. La quale, ben più di un mero commento all’azione, è un itinerario mentale in grado di guidare lo spettatore verso la distruzione progressiva dei progetti dell’uomo “inetto”, nel suo disperato tentativo di cambiare il corso della propria vita.

L’uomo che non c’era è Ed Crane, un barbiere dall’aspetto bogartiano, occhi tristi ed increduli, intrappolato in un guscio di incomunicabilità. Un uomo annoiato che tenta una via di fuga dall’apatia, investendo denaro nel business del lavaggio a secco. Ma – ormai dovremmo saperlo – nel cinema dei Coen il fato raramente concede possibilità di riscatto a chi tenta di dismettere i panni della mediocrità: Ed ha bisogno di un capitale iniziale, e, da personaggio ambiguo quale si mostra fin dalle prime scene, decide di ricattare Big Dave, titolare di un grande emporio nella città di Santa Rosa e datore di lavoro di sua moglie Doris. Ed è infatti a conoscenza, silenziosamente, della loro storia d’amore extraconiugale, e lungi dal sembrarne troppo turbato, decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio. Questo sarà l’atto di hybris che trascinerà il barbiere, sua moglie e il suo amante in un circolo vizioso fatto di raggiri, minacce, tradimenti.

Il trionfo del nichilismo

Il film è un trionfo del nichilismo, in cui i personaggi incarnano il vuoto dell’anima che non può più appigliarsi a nessun valore e si abbandonano a una sorta di anestesia del sentire, relegati inesorabilmente al meccanicismo delle loro grigie esistenze. La narrazione è infatti un pretesto per dipingere la deriva esistenziale dell’uomo moderno di cui il capitalismo ha ormai minato le fondamenta emotive ed etiche: siamo nell’America del dopoguerra e l’iniziativa economica è propagandata dallo stato, chiunque ha la possibilità di arricchirsi senza preoccuparsi delle conseguenze.

Bill Bob Thornton in L'uomo che non c'era
Bill Bob Thornton in L’uomo che non c’era

A una società che vive il crollo delle certezze non interessa la verità, nessuno vuole davvero sapere come realmente sono andate le cose. I registi non si prendono la responsabilità di giustificare le azioni dei personaggi, non le abbelliscono né le illuminano. Lo spettatore non si fida di nessuno e dubita di tutti. Solo il destino saprà fare giustizia. Facendo muovere i personaggi disordinatamente, come in un labirinto, continuamente beffati dalla sorte, i Coen raccontano le distorsioni della società post-moderna fondata concettualmente sul principio di indeterminazione di Heisenberg (come pomposamente declama l’avvocato Freddy Riedenschneider durante l’arringa in tribunale): più osservi qualcosa, meno la comprendi perché l’atto stesso di osservarla, la cambia.

Una musica senza cuore

In questo deserto di emozioni, a un certo punto s’intravede una speranza per Ed. A far cadere parzialmente il muro di incomunicabilità c’è Birdy, un’adolescente che si diletta ad eseguire al piano la Sonata Patetica di Beethoven, il cui “Adagio”, oltre ad essere un poetico commento sonoro, è quasi co-protagonista nella costruzione dell’intreccio. Ed ne contempla estasiato la purezza e fa di lei il simbolo dell’arte purificatrice, nonché sua unica consolazione. Possedendo soltanto delle “mani perdenti”, Ed vorrebbe diventare il suo mentore, evitandole di commettere i suoi stessi errori e impedirle di consumarsi nell’inutilità di una vita sempre identica a sé stessa.

Scarlett Johansson e Bill Bob Thornton in L'uomo che non c'era
Scarlett Johansson e Bill Bob Thornton in L’uomo che non c’era

Le offre un’opportunità, anche se a lei non sembra neppure interessare, accompagnandola ad un’ audizione presso un rinomato maestro di piano. Questo buffo personaggio dall’accento francese liquiderà la ragazza senza troppi giri di parole, dicendole che, pur essendo una buona esecutrice, non ha “cuore”. Quindi neppure Birdy ha un’anima, come tutti i personaggi del film, algidi e alienati. E quando la ragazza vorrà sdebitarsi offrendogli un favore sessuale, Ed capirà con orrore di aver preso l’ennesima cantonata: la musica non lo salverà perché tutto, anche la bellezza di un’anima che credeva innocente, è ormai inglobata nei meccanismi immorali della contemporaneità.

Sublime esempio di equilibrio registico

La pellicola dei Coen, nel suo fondere mirabilmente umorismo nero e malinconia esistenziale, è un esempio sublime di equilibrio registico. Ogni ingrediente è dosato alla perfezione, creando pathos senza alcun cedimento emotivo né esasperazione: i registi si servono del genere noir giocandoci e trasformandolo in un veicolo per sviluppare riflessioni sulla natura umana e sull’ineluttabilità del destino dell’uomo. Essi attingono all’immaginario cinematografico del genere senza cadere nel citazionismo, con il gusto, puramente cinefilo, di riportarne alla mente atmosfere e suggestioni. La trama è intrigante e si dipana in modo equilibrato soprattutto nella prima parte del film, mentre nella seconda perde direzione e rischia, con i suoi tanti finali, di confondere lo spettatore.

Frances McDormand e Bill Bob Thornton in L'uomo che non c'era
Frances McDormand e Bill Bob Thornton in L’uomo che non c’era

Fondamentale l’apporto degli attori, in primis Bill Bob Thornton che da volto ad Ed Crane, la cui gelida espressività è senza dubbio il punto di forza di questo piccolo gioiello. Ottime anche le prove attoriali di Frances Mc Dormand/Doris perfetta per impersonare una donna infelice, pericolosamente incline all’alcol e dotata di un tagliente cinismo; di James Gandolfini nel ruolo di Big Dave, personificazione del capitalismo più spregiudicato e della brama di denaro; infine di una giovane Scarlett Johansson che veste i panni di Birdy, Lolita dallo sguardo malizioso. Questo ulteriore capitolo che va ad arricchire lo sterminato manuale di rivisitazione dei generi cinematografici dei Coen, è un doloroso apologo in cui nessuno si salva. La vita si rivela un paradosso da cui non si può fuggire in altro modo che con la morte.

Leggi anche: Crocevia della morte, il gangster movie secondo i fratelli Coen

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