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Iyad Hallaq come George Floyd. L’America non è poi così lontana

Mentre l’America si infiamma per la morte di George Floyd, a Gerusalemme succede un fatto analogo. La polizia uccide con 7 colpi di pistola un ragazzo palestinese autistico.

Bandiera di Israele

Era sospetto perché palestinese. E questo basta per metterlo nel mirino della polizia israeliana, che lo ha inseguito ed ucciso. La pratica si chiama “shoot to kill”, la vittima è il 32enne palestinese Iyad Hallaq, di Gerusalemme. Era uno studente della scuola Al Bakriyyah, che lo assisteva e formava in quanto autistico. Sabato è stato incrociato dalla polizia israeliana: per loro, un ragazzo palestinese doveva per forza essere armato o avere cattive intenzioni. Sette colpi di arma di fuoco, braccato e ucciso: nessuna verifica, nessun arresto, nessuna verifica. Iyad non aveva nessuna arma, non una pistola non un coltello, e quella messa in atto è stata la manovra tipica delle forze dell’ordine di Israele: per difendersi da un presunto sospetto la reazione è sparare, l’unica forma di difesa conosciuta dai militari israeliani. Sparare, anche se non rappresenta un pericolo. Sparare, anche se il presunto sospetto è lontano.

Le parole della Difesa

A raccontare il tutto è come sempre la mirabile opera dell’agenzia NenaNews. Le scuse di Israele sono arrivate. Perché Iyad non aveva in mano nulla. Le parole sono del ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz – quello che auspicava il ritorno di Gaza all’età della pietra – che ha parlato in questo modo, accanto a un taciturno primo ministro: “Siamo dispiaciuti per l’incidente e condividiamo il dolore della famiglia. Sono certo che la cosa sarà indagata rapidamente e saranno raggiunte delle conclusioni”.

Funerale di Iyad Hallaq
Funerale di Iyad Hallaq

“Era un bambino nel corpo di un uomo”

Iyad era autistico, si è spaventato per le grida dei poliziotti ed è scappato. “Era un bambino nel corpo di un uomo. Perché gli agenti non lo hanno perquisito, perché lo hanno ucciso senza nemmeno verificare la presenza di un’arma?”. Il ragazzo, scrive NenaNews, viveva “a Wadi al-Jouz, quartiere di Gerusalemme noto per essere tra i più colpiti dalla repressione israeliana”. C’è ancora l’eventualità che la polizia non consegni il corpo alla famiglia per la sepoltura.

La censura: le parole dell’avvocato

Non si conoscono ancora i nomi degli agenti colpevoli. L’agenzia riporta la versione del quotidiano Haaretz: “I poliziotti hanno detto di averlo inseguito perché portava dei guanti. Pensando avesse un’arma, questa la versione della polizia, hanno ordinato di fermarsi. L’uomo ha rifiutato ed è scappato, gli agenti lo hanno inseguito e hanno aperto il fuoco”. A quanto sembra, uno degli agenti è ai domiciliari, l’altro è libero.

Manifestanti pro palestina

“Un caso raro”: non è così. Ad oggi l’unico dato certo è che Iyad non fosse armato. La polizia lo ha definito un caso raro, ma i dati raccontano l’esatto contrario. E’ tutto tranne che remota la possibilità per i palestinesi di essere uccisi dalla polizia o dall’esercito israeliano sulla base di un semplice sospetto. La “punizione” arriva ben prima del giudizio. E la punizione dei responsabili per uso eccessivo della forza non arriva di fatto mai. Lo confermano i numeri. Nel 2019 – i dati sono dell’organizzazione israeliana B’Tselem – sono stati uccisi 133 palestinesi. Di questi 28 erano minorenni: 104 a Gaza, il resto tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Praticamente tutti sono stati uccisi in nome dell’open fire e dell’uso della forza, altrettanto spesso nella totale assenza di minacce. Qualcuno neanche partecipava a manifestazioni, e anche quelli che protestavano per l’occupazione israeliana dei Territori spesso lanciava pietre ma a molta distanza dai soldati. “C’è chi è stato ucciso mentre aiutava una famiglia a far ripartire una macchina, chi mentre si recava a pregare a Gerusalemme”.

La cosa peggiore è la totale impunità dei colpevoli. “Quasi mai viene aperta un’inchiesta, né nel caso di omicidi né nel caso di denunce di violenze perpetrate da soldati o coloni. Nel 99% dei casi la denuncia non viene neppure registrata, se lo è viene chiusa poco dopo. Se si arriva alla punizione, è spesso ridicola”, si legge su NenaNews. L’ultimo esempio è dello scorso ottobre. Othman Helles, un 14enne palestinese, lo scorso ottobre si arrampicava sulla rete che divide la Striscia di Gaza da Israele. Era disarmato. E’ stato ucciso da un soldato israeliano, condannato ad un anno di prigione. Un anno per aver ucciso un ragazzino di 14 anni. Iyad come questo ragazzo, Iyad come George Floyd. L’America non è poi così lontana.

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