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Il cast di Da 5 Bloods

Cinema

Il monologo di Delroy Lindo in “Da 5 Bloods – Come fratelli” di Spike Lee

L’America e le sue contraddizioni raccontate attraverso la storia di quattro veterani della guerra del Vietnam. Con un monologo di Delroy Lindo da brividi.

Loro sono deboli. Non hanno lo stomaco per questo. Non sono forti come Paul, nossignore. Non hanno il fegato che ha Paul. Non è colpa loro, sono nati deboli… ladri d’auto, analfabeti, scippatori. Non ruberanno i miei lingotti d’oro. Non a Paul, nossignore. Non mi fotteranno di nuovo. No Paul, non questa volta…Beh, vedremo alla fine chi riderà. Non mi frega cosa dice il dipartimento dei veterani, i medici peggiori del mondo. Maligno? Cazzate. Voi mi avete reso maligno. Questo posto del cazzo. Mi hanno fatto venire il linfoma con l’agente arancio, quel miscuglio erbicida. I bastardi dell’esercito hanno fatto terra bruciata: lo hanno spruzzato nell’aria e nell’acqua, nelle mie vene, nelle mie cellule, nel mio DNA e nella mia fottutissima anima…ma non morirò per quella merda. Non riuscirete a uccidere Paul. Avete capito? Voi non riuscirete a uccidere Paul. E il governo degli Stati Uniti non mi farà fuori. Sarò io a scegliere quando e come morire. Non mi avete ucciso allora e non ce la farete a uccidermi ora. È chiaro? È chiaro…è chiaro?

Il braccio destro di Paul ora è alzato. Il pugno chiuso, serrato. Come i pugni neri di Tommie Smith e Peter Norman nel ’68 a Città del Messico. Un monologo di tre minuti, in cui Paul – un Delroy Lindo in stato di grazia – sfida tutti e tutto, con il suo viso incollato alla macchina da presa e i suoi occhi spiritati che sembrano quasi uscire dalle orbite e oltrepassare lo schermo per inchiodarci nelle nostre comode poltrone mentre sorseggiamo una birra gelata. Da questo punto in poi il nuovo film di Spike Lee, Da 5 Bloods – Come fratelli, non è più lo stesso.

Delroy Lindo in una scena del film di Spike Lee

Da una pellicola spassosa, a tratti comica, si passa ad un film intenso e profondamente contorto, in cui tutte le contraddizioni degli Stati Uniti di oggi – o forse sarebbe più corretto dire di sempre – esplodono in un colpo solo tra sparatorie, doppiogiochismi, sangue e denaro. “È il Vietnam, bellezza!” potrebbe dire qualcuno. Ma la guerra è finita da un pezzo e non ci sono più vietcong da scovare e uccidere in mezzo la foresta, giù nei tunnel. Eppure, il tempo sembra essersi fermato. Ci ritroviamo sempre allo stesso punto. Sembra quasi di saltare sullo stesso luogo, senza la possibilità di spostarsi neanche solo di un millimetro. Un “Hic Rhodus, Hic salta” che dimostra ancora oggi quanto siano vicini Norm, l’eroe protagonista del film, e George Floyd. Due uomini morti in epoche lontane ma entrambi vittime dello stesso pregiudizio.

Il film di Spike Lee è proprio questo: una pellicola sul razzismo in America. E tutto ciò viene raccontato facendo emergere dall’oscurità i traumi dell’esperienza dei neri nella guerra del Vietnam e mettendoli in risalto nell’odierna coscienza politica (nel corso del lungometraggio scopriamo infatti che ben il 40 per cento dei soldati in Vietnam erano neri). Ma lungi dall’offrire semplicemente una rettifica o una banale curiosità a un capitolo della storia americana, il nostro regista trasforma tali considerazioni in un nuovo e migliorato racconto cinematografico, riuscendo ad esaltare l’eroismo non riconosciuto dei neri americani e creando un posto per loro al centro della cultura moderna – e, nel processo, circoscrive l’eroismo americano in quanto tale. E chi, se non proprio Spike Lee, avrebbe mai potuto ridisegnare i giusti confini di questo capitolo della storia americana? Del resto qualcosa di simile il regista di Atlanta lo aveva già tentato in Miracolo a Sant’Anna (2008), raccontando in quel caso il ruolo dei soldati afroamericani durante la seconda guerra mondiale.

In due ore e trentaquattro minuti la storia affiora vivace e frenetica con la sua energia concettuale e drammatica. L’azione – e ce n’è in abbondanza – è intensa, furiosa, ma sempre analizzata con una precisione magistrale, in immagini che spaziano dalla plasticità figurativa all’analisi psicologica che trasuda dallo schermo. La copiosa profusione di eventi che Lee rappresenta è indissolubile dalla storiografia che mette in primo piano. Tutto ciò prende vita con una trama intricata di dialoghi, gesti e spirito grazie a un’efficace cast di attori che mescolano fervore e sfumature, e che Lee dirige con manifesta ispirazione.

Da 5 Bloods

Le varie esperienze di guerra che i protagonisti rivivono – e, in particolare, gli eventi che hanno portato alla morte in combattimento del loro leader, Norman – sono rese attraverso l’utilizzo del flashback e soprattutto sono sottolineate tramite il ridimensionamento del rapporto d’aspetto, passando dal widescreen al formato più stretto, quasi quadrato, tradizionale di Hollywood e TV. Inoltre, proprio durante questi ritorni indietro nel tempo, Lee filma i quattro attori più grandi nelle azioni di guerra senza nessun trucco o tecnologia anti-invecchiamento, insieme ad un Norman perennemente congelato in gioventù. Ciò a dimostrare ancora di più quanto la storia non sia per nulla andata avanti e quanto ancora risuonano veritiere le parole di Martin Luther King nel finale del film: “Oh, sì. Lo dico chiaramente, l’America non è mai stata l’America per me e tuttavia faccio questo giuramento, l’America lo sarà!

Intanto Paul ha ancora il pugno chiuso, serrato, in mezzo alla foresta del Vietnam.

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