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Il lockdown ha davvero cambiato il virus?

Su una rispettabile testata giornalistica italiana è stata pubblicata la notizia della prova che il lockdown ha cambiato il coronavirus. E’ davvero così?

Roma durante il lockdown

Il “potere” è simile ad un virus: non è qualcosa che sta in alto, ma sta dentro di noi e siamo noi a rafforzarlo e riprodurlo, se non usiamo qualche metodo per scovarlo ed espellerlo.

Come combattere il proprio impulso personale a diffondere false notizie: un esempio.

Da una serie di informazioni che ho letto negli ultimi mesi, mi sono fatto l’idea che il lockdown sia stata l’unica efficace misura d’emergenza che poteva essere presa per gestire il virus. Questa tesi è stata contestata fin dall’inizio dell’epidemia da coloro che erano preoccupati delle conseguenze economiche. Non entro ora nel merito di questa dura polemica: qui affronto solo la questione degli effetti interiori e psicologici del potere su ognuno di noi. Continuando ad informarmi, mi imbatto oggi in un articolo con un titolo che dà ragione alla mia tesi: “Coronavirus. C’è la prova: è il lockdown ad aver cambiato il virus”. Abbiamo addirittura le prove. L’articolo è di “Avvenire”, dunque una testata rispettabile che dovrebbe seguire i criteri di base della corretta informazione. Leggo velocemente l’articolo, che parla di una ricerca che, analizzando i dati di Germania, Italia, Usa, Spagna, Francia, Svezia, Regno Unito, dimostra scientificamente l’efficacia del lockdown.

Parigi durante il lockdown

Per un attimo – quello in cui gli effetti di potere si accendono – sono tentato di condividerlo e quindi diffonderlo: ci sono le prove per la mia tesi, e non sono neppure io a dirlo, ma una testata autorevole che parla di uno studio scientifico. Decido però di rileggere l’articolo del giornalista Paolo Viana con più calma, perché ho la sensazione che qualcosa non vada per il verso giusto: non ha citato la fonte dello studio scientifico, ma solo i nomi del team di scienziati. Dato che uno degli aspetti che rende la scienza il più preciso dei metodi di analisi è la resa pubblica dei risultati delle ricerche, affinché altri ricercatori possano verificarne i risultati nella massima trasparenza, so che se la ricerca è stata realmente svolta ed ha ottenuto quelle “prove”, si troverà da qualche parte. Copio i nomi del team (sono citati solo questi nell’articolo), e li incollo sul motore di ricerca Google. Compare il sito scientifico dov’è pubblicata la ricerca, e mi rendo conto di due cose:

1. la data di questa ricerca è 6 Aprile 2020. Dunque i dati che sono stati analizzati riguardano un periodo che al massimo può arrivare a Marzo, cioè quando non tutti quei paesi avevano attuato il lockdown, soprattutto non in modo omogeneo (fra l’altro non è mai esistito un unico modello di lockdown).

2. in testa alla ricerca pubblicata si specifica che si tratta di un “pre-print”. Il giornalista di Avvenire nell’articolo ha scritto “pre-print” en passant, come se fosse un dettaglio, ma è proprio l’opposto: “pre-print” – come spiega la pagina del sito scientifico – significa che “i risultati non devono essere considerati conclusivi” ma soprattutto “non devono essere utilizzati né per usarli nella pratica medica e neppure usati dai media come informazioni convalidate”. Ecco, proprio il contrario di quello che ha fatto oggi il giornalista: sparare un titolo che parla di prove scientifiche del lockdown.

Spero di esser stato utile a qualcuno, sia a quelli che usano i social come sfogo per i propri impulsi interiori, sia a qualche docente di comunicazione, che invece di replicare e moltiplicare luoghi comuni, potrebbe dedicarsi ad analizzare certi nuovi meccanismi psicologici, e magari contribuire a saperli gestire. Spero anche di esser stato un piccolo inghippo agli automatismi psicologici dei piccoli poteri diffusi, che sono poi la linfa di quelli più grandi e forti. Rimango dell’idea che il lockdown sia la cosa migliore da fare per difendersi da un virus, anche se certamente, ognuno di noi fenomeni sarebbe stato più bravo ad attuarlo in un intero paese di allenatori della nazionale di calcio.

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