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I Care a Lot

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I Care a Lot: le conseguenze dell’ambizione cimentosa

I Care a Lot è un dramma dai connotati satirici, velatamente umoristici e dark che racconta la pericolosità di brame crude e spietate.

Tempo di lettura: 5 minuti

Dal 19 febbraio, sulla piattaforma streaming di Amazon Prime Video, arriva un “bonbon” cinematografico – I Care a Lot – che parte decisamente brachitipo, ma in due ore scarse sa prestarsi attivamente ad una metamorfosi feconda eppure sempre compassata, che non ha voglia di trasmodare, solo di raccontare la perigliosità di una brama smisurata.

I Care a Lot è sicuramente un dramma, lontanissimo dagli ortodossi archetipi shakespeariani e da tutto ciò che da essi ne è poi derivato, perché contorna la storia di elementi satirici, dark e velatamente umoristici che sconfina, poco ma evidentemente, nella sconsolata landa della denuncia sociale. Con occhio pungente J Blakeson – che scrive la sceneggiatura e dirige il film – tira a lucido l’altra faccia della medaglia, quella che espone le sozzure di un’America che perde il suo carattere idilliaco per essere presentata per quello che (anche) è: un paese di truffatori incalliti.

I Care a Lot

Come spesso capita, a trainare potenziale e potenza del film sono quasi sempre gli attori principali. Rosamund Pike pennella alla perfezione la protagonista, Marla Grayson, come una pragmatica, spietata e sadica: il suo personaggio riempie il tempo e lo spazio, sequenza dopo sequenza, di una carica psicofisica per la quale proviamo tanto repulsione quanto attrazione, riportando alla nostra mente, a singhiozzi, il profilo caratteriale di Amy-Elliott Dune, la gone girl de L’amore bugiardo fincheriano. Nonostante l’evidente predominanza scenica della Pike (che le fa guadagnare una nomination ai Golden Globe), anche Dianne Wiest si cala nella parte con maestria, come del resto farà anche nel quasi coevo film di Soderbergh, Let Them All Talk – in cui lavora fianco a fianco con Meryl Streep e Candice Bergen.

Aspirazioni pericolose (e pericolanti)

Marla Grayson è una tutrice legale che è riuscita a mettere in atto una truffa ad hoc: coadiuvata da una potente rete di disonesti confederati e felicemente capace di sfruttare la sua dote innata di oratrice per gabbarsi costantemente del giudice di turno, si fa assegnare una serie di anziani ritenuti illecitamente dal proprio medico (un’altra pedina del subdolo schema) incapaci di intendere e di volere. Rinchiusi in una casa di riposo non appena approvata l’ordinanza del tribunale, Marla non perde un attimo e inizia a trafficare con soldi, risparmi, beni mobili e proprietà dei suoi affidati, arricchendosi indisturbata, caso dopo caso.

I Care a Lot

La situazione si capovolge inaspettatamente quando Marla truffa Jennifer (Dianne Wiest), una donna anziana a sua volte truffatrice, di identità e di denaro, appartenente all’ex mafia russa. La tragica peripateia da un lato è un palese pretesto che rivela, a gradoni, l’audacia illimitata di Marla, in un climax ascendente che la vede sempre più determinata a ogni ostacolo (brillantemente) superato, nel tentativo di uscire vincitrice da questa guerra, ma dall’altro è anche una sorta di contrappasso dantesco, per il quale la pena (a discrezione dello spettatore se imposta dal fato, dalle circostanze o da un’entità superiore) riproduce in estensione la colpa di Marla, che è costretta a subire lo stesso che gli altri subiscono da lei.

Sembra che I Care a Lot sia l’incarnazione del proverbio latino ‘chi di spada ferisce, di spada perisce’, un regesto di azioni pratiche che ci invita alla razionalità, alla ponderatezza, alla valutazione – se non certosina, quanto meno attenta – delle nostre intenzioni e delle scelte che ne conseguono. Ben vengano la determinazione, l’audacia, il desiderio imperioso di competere con se stessi, ma se accompagnati da ambiguità, spietatezza e da una cruda amoralità, gli obiettivi da raggiungere diventano punti di approdo vili e ignobili. La sua ambizione, Marla, la paga a carissimo prezzo, fronteggiando situazioni al limite della superabilità, che la portano, più di una volta, a dover fare i conti con la precarietà della vita. Più che spiattellare lo sdegno per la truffa in sé, dunque, il film si sofferma sul marcio intrinseco e viscerale che Marla porta dietro ovunque vada, in qualsiasi contesto e con chiunque.

I Care a Lot

Predatori e prede

Qui fuori, nel mondo reale, giudicheremmo Marla e la sua ignobiltà senza battere ciglio, con repulsione ed insofferenza, e invece durante la visione del film qualcosa ci trattiene dal giudizio assoluto. E’ una palese antieroina, spregevole nei modi di pensare e di fare, camaleontica, calcolatrice e opportunista, eppure ai nostri occhi appare eroica nel coraggio e nella determinazione che profonde nel raggiungere i suoi scopi, anche se questi scopi sono obiettivamente dei peggiori. Forse, ne apprezziamo soprattutto la sua autonomia spirituale e pratica, quel desiderio di libertà che riesce a concretizzare senza poi chissà quale sforzo, a suo completo agio come se con questa sicurezza ci fosse nata.

Si potrebbe dire che, al limite della trasparenza, I Care a Lot profuma (come moltissimi recenti prodotti cinematografici) di empowerment femminile, con una Marla che prova un chiaro disgusto per l’uomo – come dimostra chiaramente la sua omosessualità – ritenuto da lei piccolo, inconcludente, gretto e bigotto (la figura rachitica e goffa di Peter Dinklage può solo accompagnare); lo sfida costantemente, si sente un suo pari, si beffa delle sue minacce di morte e mette su una campagna competitiva che sfinisce, ma dalla quale Marla trae contemporaneamente anche linfa vitale per rimettersi in sesto per il round successivo, e ancora, e ancora, in un ping-pong emotivo che sembra alla fine essere riuscito a trovare una conclusione soddisfacente per entrambe le parti.

Nei monologhi iniziale e finale Marla intona un sermone sulla piramide ecologica che distingue indefettibilmente predatori e prede, inserendosi senza ombra di dubbio nella prima categoria, elencandone i benefici, i vantaggi e le soddisfazioni. Dal primo all’ultimo momento Marla non vuole (perché se volesse, saprebbe farlo) mettersi in discussione, continuando a cavalcare l’onda dell’arrivismo e della brama di successo. Il film, sul finale, fa però un passo indietro, scarnifica l’operato di Marla condannandone il paganesimo emotivo, quasi come a volersi scusare di aver potuto lanciare un messaggio ambiguo, personalmente decifrabile secondo i propri canoni. E’ un finale carico di triste ironia che, forse inaspettatamente, forse scontatamente, chiude il cerchio mostrando che non è per niente detto che essere predatori significhi non diventare le prede di altri.


I Care a Lot
regia: J Blakeson
con: Rosamund Pike, Peter Dinklage, Dianne Wiest
sceneggiatura: J Blakeson
anno: 2020
durata: 118 minuti
disponibile su: Amazon Prime Video
trama: Marla Grayson, tutrice legale spietata ed opportunista, con l’aiuto di un medico generale e del responsabile di una casa di riposo, mette in atto una truffa ai danni di alcuni anziani, ma quando decide di truffare Jennifer, la situazione si capovolge, costringendo Marla a superare una serie di difficoltà inaspettate.


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