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Cinema

Heat, il gioco di specchi di una umanità sconfitta

25 anni di un film che ha fatto la storia del genere poliziesco, con due attori in stato di grazia all’apice delle loro carriere e un cast ben nutrito di comprimari di alto livello.

Heat

Se vuoi fare il mestiere del rapinatore non devi avere affetti, non devi far entrare nella tua vita niente da cui non possa sganciarti in 30 secondi netti se senti puzza di sbirri dientro l’angolo.

La traduzione italiana, come spesso accade, fa ciò che può per rendere al meglio quel “the heat around the corner”. The heat, “calore” letteralmente: c’è dentro l’idea del corpo, della foga, della passione, della vita e contemporaneamente, parlando di una sottrazione, dei rispettivi opposti. Perché è questo il punto, gli opposti: quelli che si attraggono, quelli che a guardarli da vicino si oppongono perché si assomigliano.

Com’era Heat? Così, sai, l’incontro tra un poliziotto e un criminale, il criminale ha appena ammazzato trecento persone poi incontra il poliziotto che lo insegue, si dicono “Vabbè in fondo siamo un po’ uguali, amiamo tutti e due molto il nostro mestiere”, sai, il bene e il male, due facce della stessa medaglia…

Ecco, è come se per anni si fosse pensato, volgarmente, che Moretti parlasse sul serio, come se non si fosse compreso, o voluto comprendere, che l’obiettivo polemico non era il film, quanto, come già in passato, un certo tipo di critica cinematografica, attraverso la plastica messa in scena delle sue semplificazioni analitiche, dei suoi schematismi stereotipati.

Ma Heat non è soltanto l’incontro tra due mostri sacri della storia del cinema; Heat è un film che regala allo spettatore l’ affresco di una città, di una America, di un mondo, crepuscolare e decadente, fatto, appunto, di opposti, di specchi rotti.

È il campo-controcampo la cifra stilista per decriptare l’intero film. Tutta la prima parte è un lento avvicinarsi al momento più atteso, all’incontro tra il ladro e il poliziotto, tra De Niro e Pacino, e Mann gioca su questa attesa, la anticipa, la accarezza, la fomenta, la accresce, attraverso tutta un’altra serie di dialoghi in campo-controcampo “minori”, una quindicina, via via sempre più serrati, sempre meno obliqui, sempre più anticipatori del fatidico face to face collocato non a caso al centro esatto del film.

Tutto il film in fondo è un grande, unico face to face. Come in una scacchiera, i giocatori sono contrapposti, uguali ma diversi. I due re e le rispettive regine, rapporti tormentati finiti ancora prima di iniziare, e dialoghi che riproducono le identiche dinamiche (“Ti amo grasso, magro, pelato, con i capelli, ricco o povero… non mi interessa! Ma devi anche essere presente. Come uno normale, almeno ogni tanto, questo è dividere! Così non divido niente, prendo gli avanzi!” accusa la bella Justine, e parallelamente la giovane Eady “Perchè mi hai fatto questo? Dopo mi lascerai libera?”). E restano in questo senso indissolubimente scolpite nella mente alcune immagini dei due Re, alcune frasi: De Niro che parla al telefono da solo perché “ c’è un uomo morto dall’altra parte di questa linea del cazzo”; Pacino che vuole tenersi la sua angoscia perché lo mantiene scattante e reattivo come deve essere, fulgidi esempi di come basti una semplice battuta a tratteggiare compiutamente il profilo caratteriale di un personaggio.

E sull’incontro tanto atteso Mann gioca ulteriorimente e stuzzica lo spettatore, anticipandolo, sebbene a distanza, nella scena in cui Pacino e i suoi poliziotti stanno sorvegliando il deposito che De Niro e soci stanno svaligiando: De Niro fa da palo, si lascia ingoiare dall’oscurità; Pacino segue il tutto dal suo monitor, rintanato in un container; un rumore; De Niro capisce, Pacino capisce che l’altro ha capito, i due sembrano guardarsi attraverso il monitor, il loro sguardo si incrocia, fittizziamente, per la prima volta.

Ma è solo l’antipasto, il vero face to face sta per arrivare. Si sono inseguiti per tutti i primi 90 minuti di film ed è quindi logico che si incontrino finalmente al termine di uno spettacoloso inseguimento in macchina lungo le spettacolose autostrade di quella Los Angeles che sembra illuminata solo dal suo skyline.

Sei minuti e diciassette secondi di silenzi, confessioni sussurrate, sogni ricorrenti, velate minacce, e un conclusivo, definitivo, reciproco sorriso appena accennato.
Camera fissa, asciutta, essenziale, inizialmente poco più larga di un primo piano, e poi più stretta, su quei volti disperati, sui quegli occhi tristi e su quelle posture rigide, a incorniciare le interpretazioni misurate e per questo smisuratamente realistiche dei due vecchi leoni, quasi a volerne catturare ogni singola parola, noncuranti del contesto, degli ambienti, dello sfondo: non esiste null’altro che loro due, lì, in quel momento e per sempre, solo loro due, come fuori dal tempo e per questo eterni, in quei sei minuti e diciassette secondi che non dimenticheremo mai.

È un viaggio in una umanità di sconfitti che Mann mette in scena, una umanità derelitta ( e non appare causale in questo senso che il film si apra in una stazione ferroviaria e si chiuda in un aeroporto…): non si salva nessuno, tutti sembrano condannati all’infelicità delle loro vite disperate e semidistrutte; possiamo distiungere i buoni e i cattivi, il bene e il male, è vero, ma non sono due facce della stessa medaglia, sono schegge di vita impazzite e senza senso, che vagano senza senso, si arrabbattano senza senso e tentano di sopravvivere alla meno peggio; per lo spettatore non c’è riparo in facili clichè, nessuno dei personaggi è mai veramente simpatico, non si innesca mai un processo di immedesimazione, di condivisione del pathos, ma è il realismo della storia e della messa in scena a coinvolgere, vedasi l’ormai celeberrima sequenza della rapina in banca.

Non tornerò mai in prigione”, afferma De Niro in maniera ferma, dura, convinta durante il face to face e Pacino risponde con ironia che è meglio che cambi mestiere; ancora nella scena finale, “Visto che non ci torno in prigione?”, afferma con ironia il morente De Niro e un Pacino fermo, duro, convintamente partecipe del momento, gli stringe la mano, nell’ennesimo gioco di specchi dell’ultima inquadratura: un ultimo face to face nell’ultima tappa del loro viaggio.

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