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Hakan Sukur

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Hakan Sukur, la damnatio memoriae e la scelta di prendere una posizione

L’esilio dell’ex bomber, cancellato dalla storia del Galatasaray per volere del governo turco e fiero oppositore di Erdogan. In un calcio ipocrita e vigliacco, le storie di chi sceglie di non girarsi dall’altra parte, come il St. Pauli, che mette alla porta un giocatore per il sostegno all’intervento turco contro i Curdi. Mentre in Italia…

Tempo di lettura: 3 minuti

Damnatio memoriae. Far sparire tutte le tracce degli oppositori. Valeva per Roma e per gli imperatori, vale per la Turchia di Erdogan e vale anche per gli “eroi nazionali” dello sport.

In molti ricorderanno Hakan Sukur, passato – poco glorioso – in Italia con le maglie di Torino, Inter e Parma ma assoluto idolo in Turchia con la maglia del Galatasaray e uno degli artefici della vittoria della Coppa Uefa del 2000 con la maglia giallorossa del club di Istanbul e un passato da deputato dell’Akp di Erdogan.

Una militanza durata fino alla rottura del presidente con Gulen, “padre politico” del centravanti. Sukur diventa ricercato – sotto processo anche per presunte offese al presidente su Twitter – già dopo il golpe del 15 luglio 2016, e vive ormai da anni negli Stati Uniti (in Turchia i suoi beni sono stati sequestrati). Colpa enorme per Erdogan, che intende colpirlo “al cuore” della sua vita. Il calcio.

Hakan Sukur

Nel marzo del 2017 il governo turco entra a gamba tesa nell’assemblea dei soci del Galatasaray: Sukur – e il collega calciatore Arif Erdem – dovevano essere cancellati dalla storia del club. In un primo momento i soci del club non hanno avuto cuore di sporcare la storia del club, ma le influenze di Ankara non potevano essere frenate. Fuori i traditori, fuori il principale artefice di quella storica vittoria., tra l’altro miglior marcatore di sempre della nazionale turca.

Fuori dalla storia del suo club e ricercato. Ma Hakan non ha mai fatto passi indietro. Lo dimostrano i recenti fatti in Siria, per le quali il centravanti non ha mancato di render nota la sua posizione. Posizione in netta contrapposizione con i saluti militari dei calciatori della nazionale turca, “omaggio” al presidente.

La mia è una lotta per la giustizia, per la democrazia, per la libertà e per la dignità umana. Non mi importa di quello che posso perdere se a vincere è l’umanità”, queste le parole dell’ex calciatore su Twitter. Nessuno spazio al colore grigio, nessuna ambiguità. O bianco o nero, nel mezzo non c’è nulla.

Nessuno spazio alle mezze misure. Fatti così lontani dalla mentalità calcistica del nostro Paese da far sembrare chi ne è protagonista un extraterrestre. Pensiamo non solo a Sukur, ma anche al Saint Pauli – non un club a caso – che ha immediatamente messo alla porta Cenk Sahin per un post di sostegno alle operazioni militari della Turchia contro i curdi. Il tutto con parole che sembrano un manifesto. “Dopo diversi colloqui, proprietà, dirigenza e allenatore hanno deciso di esentare Cenk Sahin dall’allenamento e da ogni altro obbligo nei confronti del club con effetto immediato. A motivare la scelta è stato il disprezzo verso i valori alla base della nostra società, tra tutti il rifiuto di qualsiasi tipo di guerra. Il contratto esistente rimarrà al momento valido”, questa la nota della società tedesca, proletaria per eccellenza e vero e proprio fenomeno di massa. Un allontanamento, quello di Sahin, caldeggiato immediatamente dalla tifoseria.

Hakan Sukur

Pensiamo ai calciatori turchi delle società italiane, che non hanno fatto alcun mistero del loro appoggio al governo di Erdogan, con i saluti militari durante le partite della nazionale. Passati nel più assoluto silenzio da parte delle loro società. E’ il calcio italiano, quello delle pause di 37 secondi per i cori razzisti e dei tantissimi “vorrei ma non posso”. O “potrei ma non voglio”, che suona meglio e che riassume l’ipocrisia del nostro movimento (con le dovute eccezioni, tipo Marchisio, esempio lampante di mente lucida e consapevole).

La storia di Hakan Sukur, quella del St.Pauli e tanti altri racconti di chi nel calcio sceglie di prendere una posizione, conferma che un altro mondo è possibile. O perlomeno potrebbe esserlo. Non da noi, evidentemente.

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