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Grizzly Man

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Grizzly Man, ovvero il titanismo secondo Werner Herzog

Usciva 15 anni fa nelle sale italiane Grizzly Man, una delle opere migliori di Werner Herzog

A 15 anni dall’uscita italiana, il documentario di Werner Herzog, Grizzly Man, rimane un’opera misteriosa e affascinante. Forse tra le più estreme. La vicenda dell’ambientalista statunitense Timothy Treadwell, amante dei grizzly che rimase ucciso proprio da un orso nel 2003, costituisce per Herzog l’occasione per spingere un po’ più in là le proprie riflessioni sul suo cinema di confine.

Il migliore degli “eroi” possibili

Treadwell vive una vicenda intrinsecamente e doppiamente herzoghiana. Circa il primo punto, egli è, come di consueto, un folle e insieme un illuminato. Non c’è contraddizione tra i termini. Può un uomo sopravvivere a tredici estati passati in mezzo agli orsi bruni? È possibile filmarli, accarezzarli e talvolta – se e quando necessario – intimorirli? Può restare in vita nei terreni talvolta inospitali dell’Alaska, isolato dal resto dell’umanità? La storia, quella della solita, insana ossessione herzoghiana, stavolta dice di no. Ma le storie e la Storia (filmica e non) indicano anche qualcos’altro. Herzog, che nella sua filmografia ha creato qualcosa di molto prossimo a una categoria dello spirito, quella dell’anima in fermento, ritrae l’ennesimo personaggio che danza sull’instabile confine tra sconsideratezza ed estasi monastica, tra buonsenso e salvifica demenza. Treadwell appartiene quasi per diritto naturale al regista. Vive un percorso imperscrutabilmente singolare e personale, ed è in questa nebbiosa intimità che la macchina da presa tenta, delicatamente, di penetrare.

Incontro ravvicinato tra Timothy Treadwell e un grizzly
Incontro ravvicinato tra Timothy Treadwell e un grizzly

Come detto, in Grizzly Man c’è anche un secondo binario che congiunge protagonista e regista, fino al punto di non riuscire più a comprendere con chiarezza chi è il doppio di chi. Treadwell, infatti, non è solo il matto che sta con (e si comporta come) gli orsi, pervaso da un sentimento panico del tutto peculiare. È anche un documentarista, che vive in simbiosi con la sua macchina da presa: registra quasi ininterrottamente, prova più e più volte scene e monologhi, le si confida, ci si sfoga contro, cerca disperatamente – titanicamente, quindi herzoghianamente – di accenderla persino nei suoi ultimi istanti di vita, proprio mentre l’orso lo sta smembrando. È chiaro: Treadwell è Herzog, e Herzog è Treadwell.

La redenzione e il metodo inevitabile

Grizzly Man è permeato da uno spirito febbrile, da un’urgenza inderogabile che è anzitutto quella di redenzione del protagonista. Attore fallito dal tribolato passato alcolico, Treadwell giunge nelle riserve alaskane come alle soglie del paradiso terrestre. Egli crede che l’ingresso nel regno dei cieli non debba passare per un moto spirituale, bensì, al contrario, da una “regressione” fisica nel dominio animale. Il disagio che induce Timothy a comportarsi sovente come un grizzly scaturisce dalla sua progressiva incommensurabilità con il mondo di provenienza: borghese, agiato, ipocrita, tirannico, economico. La sua laica santità è figlia – e forse anche causa – di quell’incommensurabilità che marchia tutti gli anti-eroi di Herzog. Dissonanti dal resto del mondo, ne restano esclusi per larghi tratti. E, se vi entrano in contatto, non di rado soccombono, sia in senso metaforico che letterale.

Una scena tratta da Grizzly Man
Una scena tratta da Grizzly Man

Di nuovo, Treadwell è Herzog. L’approdo alle riserve dei grizzly per Timothy, e quello al cinema per Werner, hanno un che – se non proprio di salvifico – quantomeno di finalistico. Entrambi, a un punto controverso della loro vita, hanno compreso la loro vera natura. Hanno sancito inderogabilmente la loro verità, concretizzando il famoso detto “Diventa ciò che sei”. I loro personaggi sono creature strane, di confine. Si muovono ai margini dell’umanità “normale”, realizzando imprese strambe e vitalissime. Se c’è qualcosa consustanziale per il regista tedesco, va certamente ricercato nel connubio indissolubile fra teoria e metodo. Il cosa del profilmico non ammette licenze, incoerenze o approssimazioni dal come teorico. In questa luce, credo che l’impresa del protagonista di Grizzly Man non è in nulla diversa da quella del regista di La Soufrière (1977) o di Fitzcarraldo (1982). Il vero, l’autentico e l’estasi riposano lontani dal senso comune (dei più), ed essi vanno investigati e filmati in modi extra-ordinari.

Timothy Treadwell in compagnia di una volpe
Timothy Treadwell in compagnia di una volpe

Se il sublime esiste, esso si annida dove la parola non arriva, lo sguardo si perde, le note (anche quelle più terribili di un corpo agonizzante) sprigionano un lirismo amorfo, primordiale eppure devastante. In questo percorso claudicante verso la luce, l’uomo extra-ordinario non può solo limitarsi a teorizzare l’opera, né la condotta. Deve incarnarla, farla propria fino alle estreme conseguenze. È solo così che ne uscirà, comunque, vincitore.

Werner/Timothy come Giano Bifronte

L’assoluta eterogeneità dei punti di vista (c’è chi santifica Treadwell, ma anche chi lo schernisce, o lo considera un esibizionista) sancisce la correttezza filologica del termine documentario, ma Grizzly Man è molto altro. Il girato originale del protagonista, interpolato con le immagini delle interviste di Herzog, restituisce un’opera disorganica, che procede per strattoni. Si ride, si rimane tesi, ci si commuove e ci si bea della bellezza di campi – naturali ma anche cinematografici – vuoti. Le parole dense, calme e rarefatte di Werner si alternano con quelle talvolta assurde, spesso sincopate e persino deliranti dello stralunato Timothy. Grizzly Man è la trasposizione di un caos interiore.

Uno degli ultimi fotogrammi di Amie Huguenard, fidanzata di Treadwell, morta insieme a lui
Uno degli ultimi fotogrammi di Amie Huguenard, fidanzata di Treadwell, morta insieme a lui

Come Giano Bifronte, Herzog e Treadwell partono dal medesimo assunto metodologico, proseguono differendo enormemente nella tematizzazione della materia, eppure finiscono per ricongiungersi nell’estasi dell’inspiegabile. Alla venerazione per la natura selvaggia dell’ambientalista, il regista oppone una cruda considerazione: «Su tutti i volti di tutti gli orsi, non ho visto alcuna affinità, comprensione o pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura. Una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore». Pur agli antipodi, i nostri – a questo punto – due eroi ritrovano la strada maestra. Come Timothy morirebbe (e morirà) per i propri orsi, Werner perirebbe (e ha tanto perito) per i propri film. Queste le parole di Werner in chiusura: «Treadwell non c’è più. Se avesse ragione o torto, è una questione che si perde all’orizzonte in una fitta nebbia. Ciò che resta sono le sue immagini». Nessun giudizio. Solo il fascino di un mistero custodito in fotogrammi. È esclusivamente in quelle ore di girato il senso delle rispettive imprese, il significato del cammino, più che la meta d’arrivo. Il resto non conta niente.

I limiti dell’estasi: la volta in cui Werner si fermò

Grizzly Man non è solo un documentario di enigmatico fascino, ma un’opera, un testo che pone interrogativi sulla liceità del mostrabile e, insieme, sulla peculiarità del cinema herzoghiano. La chiave di volta sta in una delle scene più inquietanti, struggenti eppur delicatissime del film. Da solo, in cuffia, Werner ascolta il terrificante audio degli ultimi istanti di vita di Timothy mentre viene sbranato dall’orso. Di fronte a lui una delle amiche dell’ambientalista, che mai aveva avuto il coraggio di ascoltare quelle urla strazianti, e che sembra vivere quei macabri secondi solo attraverso le espressioni del regista.

Una scena tratta da Grizzly Man

In quegli istanti non c’è altro. Esiste solo lo sguardo attonito della donna, le pacate raccomandazioni di Herzog di distruggere quei “fantasmi”, e poi i gesti, gli occhi, le lacrime. Soprattutto, i silenzi. È (anche) in quei momenti di terribile sofferenza che può risiedere il sublime, non a caso non mostrato e non mostrabile, indicibile. Oppure in momenti insoliti, come quando Treadwell lasciava la macchina da presa accesa senza rendersi conto «che dei momenti apparentemente vuoti nascondevano una bellezza segreta», o magari riprendendo casualmente il passaggio di una cucciolata di volpi. La scelta di non far sentire allo spettatore le urla del povero Timothy non hanno a che fare solo con il pietismo e il moralismo. C’è molto altro, e di molto più importante. C’è un’intera concezione poetica in ballo. Lo spettatore – lui sì – può essere risparmiato per pietà. Non il regista, non il demiurgo. Quindi né Werner né Timothy, illuminati e folli. Capaci di ravvisare il sublime oltre i limiti comuni. Due in grado di vivere, o anche di morire, per un’opera. La loro opera. Grizzly Man è questo: l’ossessione di due uomini talmente pervasi dalla creazione, da degradare persino la vita al rango di sacrificio necessario. E, per questo, etimologicamente poetico.

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