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Una scena tratta da Gli anni più belli

Cinema

Gli anni più belli, i cinquantenni disillusi (ma umani) di Gabriele Muccino

Un’amicizia alla prova del trascorrere del tempo, il più grande burattinaio della nostra vita, è al centro del nuovo film di Gabriele Muccino. Cosa resta degli anni più belli?

Tempo di lettura: 4 minuti

Gabriele Muccino e il tempo che passa. Arrivato alla soglia dei 53 anni d’età, il regista esploso grazie al successo de L’ultimo bacio (sono passati ormai quasi 20 anni) ha pensato che questo fosse il momento giusto per raccontare una storia dove, prima dei virtuosismi con la macchina da presa, prima dei molteplici piani sequenza, prima dei soliti dialoghi fiume, prima di tutto quanto, a risaltare, a predominare dall’alto, a vincere è il cuore, a trionfare sono i sentimenti e l’amicizia.

Muccino parte raccontando la storia di due adolescenti, che diventano subito tre. Il terzo viene ribattezzato il Sopravvissuto, perché durante una manifestazione studentesca si becca una pallottola addosso e, quasi miracolosamente, sopravvive. I tre sono inseparabili, non c’è giorno che passa senza che si ritrovino per una bevuta o per un giro in macchina con la decappottabile. Sono sereni, felici; la loro mente è ancora sgombra da pensieri e preoccupazioni. Si giurano amicizia eterna e, appena hanno l’occasione, brindano “alle cose che ci fanno stare bene”. A loro si unisce anche Gemma, la ragazza di cui si innamora uno di loro. Ma il tempo avanza e arriva il momento di scegliere cose fare da grandi. Ognuno ha le sue ambizioni: c’è chi vuole diventare professore, chi giornalista, chi un avvocato di grido. Bene o male tutti si avvicinano a questo obiettivo, chi faticando di più e passando per il precariato o per paghe da fame, chi invece con più agilità e con un pizzico di fortuna (o di destino favorevole).

Una scena tratta da Gli anni più belli

Forse è la prima volta da tanto tempo che Muccino torna a raccontare una storia con protagonisti che arrivano da un contensto popolare, dopo anni in cui nei suoi film a farla da padrone sono stati i medio-alto borghesi. Raccontando la storia di questi cinquantenni disillusi, Muccino racconta anche un po’ di sé, del suo vissuto, dei suoi traguardi e dei suoi inevitabili fallimenti.

Cinquantenni disillusi dicevamo, ma anche tremendamente umani. La vita scorre inesorabile per Giulio, Paolo, Riccardo e Gemma. Una vita che ad un certo punto li porta a separarsi, perché ognuno fagocitato dalle proprie esistenze. I protagonisti de Gli anni più belli sbagliano, amano, odiano, mentono, tradiscono. Lo fanno sempre con naturalezza, mai con malizia. Tra tutti i personaggi quello più inquadrato e meglio scritto è sicuramente il professore di latino e greco di Kim Rossi Stuart. E’ il più malinconinco dei quattro; è colui che ama senza riserve, in modo appassionato; è il più contenuto, non straborda mai; è quello più a fuoco di tutti. Per lui, come per gli altri, arriva inesorabilmente il momento dei rimpianti e delle riflessioni, del chiedersi il perché si è andati incontro a certi fallimenti. Che cosa non ha funzionato nel meccanismo delle loro vite? Cosa è andato storto?

Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti

Gabriele Muccino scava all’interno dei suoi personaggi, inquadrando le loro tempeste emotive pronte ad esplodere quando si avvicina il punto di non ritorno. Lo fa, come al suo solito, restando incollato a loro per tutto il tempo con la macchina da presa. La sua presenza si fa sentire e a volte risulta anche ingombrante. Eccede con sequenze fiume dove la sua regia si fa più frenetica e dove i protagonisti, a volte senza giustificazione alcuna, cominciano ad urlare sguaiati. I dialoghi (torrenziali) sono il più delle volte melensi e stucchevoli, come se si scartasse un famoso cioccolatino e si cominciasse a leggere la frase contenuta all’interno. Volenti o nolenti, sono tutti tratti distintivi del cinema di Gabriele Muccino ed è ormai chiaro, arrivati al suo dodicesimo film, che da questi non si sfugge.

Il cast, dal canto suo, se la cava più che egregiamente. La cosa straniante, però, è vedere i tre protagonisti – Favino, Rossi Stuart e Santamaria – tutti ormai intorno ai cinquant’anni, interpretare dei venticinquenni. Non disponendo del budget di The Irishman, Muccino poteva tranquillamente continuare a sfruttare i tre ragazzi con cui ha aperto il film. Il risultato finale sarebbe stato più credibile. Dispiace anche che un’ottima attrice come Micaela Ramazzotti resti imprigionata nell’eterno ruolo della ragazza svampita, fragile, in preda a crisi nevrotiche. E’ ora che qualche regista si prenda la briga di scrivere un personaggio che vada al di là dei soliti cliché.

Una scena tratta da Gli anni più belli

Un altro fallimento, o comunque un aspetto incomprensibile de Gli anni più belli è l’insensato utilizzo che Muccino fa degli eventi storici. La caduta del muro di Berlino, Tangentopoli, le monetine contro Craxi, la discesa in campo di Berlusconi, l’11 settembre fanno capolino nel corso della storia senza che questi entrino con prepotenza nelle vite dei protagonisti, anche modificandole, come successo, ad esempio, in La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. E allora perché usarli?

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