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Ghost World: la commedia crepuscolare di Terry Zwigoff

A vent’anni dalla sua uscita, il nostro omaggio a Ghost world, commedia crepuscolare di Terry Zwigoff.

Tempo di lettura: 8 minuti

Usciva il 16 giugno di vent’anni fa Ghost World, lungometraggio d’esordio di Terry Zwigoff, una commedia crepuscolare sui fantasmi di certezze e di illusioni negli USA di inizio millennio.

Il fantasma della decadenza

Lanciato con lo slogan programmatico “accentuate le negatività”, questo primo film di fiction di Terry Zwigoff – sceneggiato da lui stesso assieme a Daniel Clawes, autore del fumetto omonimo – è una commedia sghemba e insolita, incentrata, come ha sottolineato lo stesso regista, sulla decadenza della società occidentale, segnatamente di quella USA.

La tematica, quanto mai lontana dalla commedia classica, si presenta sin dalla prima inquadratura, che mostra una teoria di finestre aperte riprese con un lento carrello laterale. È il primo scorcio di un mondo abitato da un’umanità disfatta o video-dipendente (venti anni fa l’assuefazione al web non aveva ancora raggiunto i livelli attuali), nella quale spicca una sola figura, quella della frizzante protagonista del film, la liceale fresca di diploma Enid, che danza tutta sola davanti allo schermo sulle note di Jaan Pehechan Ho. Questa scena introduttiva (tanto geniale quanto delirante) non è solo un ammiccamento cinefilo alla Bollywood anni sessanta, ma rappresenta anche la dimostrazione plastica della diversità di Enid, refrattaria a imbrancarsi.

Una scena tratta da Ghost world
Una scena tratta da Ghost world

Senza nulla togliere all’amica Rebecca (Scarlett Johannsson, non ancora stella ma già bravissima), di gran lunga più matura, è infatti Enid – una Thora Birch così strepitosa da meritarsi una nomination ai Golden Globe -, la figura centrale di una storia intrisa di comicità amarissima. Come ha affermato la stessa interprete, Enid non sa ancora che cosa vuole, ma in compenso sa già ciò che non vuole: non vuole diventare come le sue ex-compagne di classe, non vuole che suo padre porti in casa la vecchia fiamma Maxine (Teri Garr, irriconoscibile e non accreditata), non vuole avere relazioni serie con i suoi coetanei, per i quali nutre un disprezzo alimentato da un desolato sconforto.

Scarlett Johansson e Thora Birch in una scena tratta da Ghost World
Scarlett Johansson e Thora Birch in una scena tratta da Ghost World

I tocchi di regia per dipingere uno sfondo di declino tanto grottesco quanto avvilente, sono svariati e comprendono una fauna umana ampia e diversificata, che parte dal commesso nel negozio di video che confonde cinema alto e cinema basso (Nove settimane e mezzo scambiato per il felliniano ), passando per il burbanzoso padrone dello store dove lavora Josh (lo sfortunato Brad Renfro), amico un po’ succube di Enid e Rebecca, per finire con una sfilza di  soggetti poco raccomandabili o ex-compagne di scuola involontariamente caricaturali. Il tutto immerso in una provincia anonima, descritta con un pessimismo cosmico divertito e crudele. In questo contesto deprimente di universale declino, l’impiegato Seymour, pacioso patito del blues e collezionista di vinili, appare agli occhi di Enid un’alternativa anacronistica eppure affascinante alla routine quotidiana e alle persone che conosce. A questo interesse non canonico, data la marcata differenza di età fra i due, non è dapprima estraneo un senso di colpa – lei e Rebecca, dopo aver letto l’annuncio messo da Seymour sulla rubrica per cuori solitari, si sono spacciate per una bionda incrociata dall’uomo in un aeroporto e gli hanno fissato un appuntamento finto solo per ridere alle sue spalle – ma poi Enid finisce col vedere nell’impiegato una specie di doppio maschile, col quale confidarsi.

Thora Birch in una scena tratta da Ghost World
Thora Birch in una scena tratta da Ghost World

In pratica, l’attrazione che Enid prova per Seymour – attrazione che non cessa nemmeno quando il maturo impiegato verrà contattato per davvero dalla sconosciuta dell’aeroporto, una bionda di nome Dana – è una miscela disagevole e stimolante di simpatia, curiosità adolescenziale e legame chimico stile “affinità elettive”. Questa anomala relazione rappresenta per l’adolescente un antidoto alla mortifera banalità quotidiana che è costretta a sopportare. Fatalmente, e non certo in ossequio ai dettami di Hollywood, tale relazione sfocerà in un unico rapporto fisico – peraltro consumato in un fatale momento di difficoltà per entrambi –, non però in un amore duraturo, tanto meno in un lieto fine. Sarebbe stato un tradimento allo spirito del film, gravido di un nonsense esistenziale tanto divertente quanto spietato e che avrebbe inorgoglito il Woody Allen di qualche anno fa.

Il fantasma del razzismo

Lo smarrimento esistenziale e sentimentale di Enid, più estroversa ma anche più sensibile di Rebecca, non è però solo interiore. Anche la nazione in cui vive appare lost, persa, forse in modo definitivo. Soprattutto due sono gli elementi che rispecchiano l’involuzione della società USA: lo spettro del razzismo e la precarietà delle relazioni. Per ciò che concerne il primo fattore, Zwigoff utilizza in modo illuminante le lezioni estive in arte moderna frequentate da Enid, illustrando la vacuità di pensiero dietro all’arte contemporanea e, più in generale, dietro l’impostazione didattica nei licei americani.

Già nella prima lezione la professoressa Roberta Allsworth, ben interpretata da Illeana Douglas, mostra agli allievi un suo filmato sperimentale che appare goffamente ricalcato sulle opere di Maya Deren (impossibile non ravvisare un’ironica perfidia cinefila del regista). Si coglie subito come la Allsworth, persona peraltro gradevole, abbia un’idea vagamente autoreferenziale dell’arte, idea che tende a nobilitare con una presunta profondità di significato. E da subito la docente spinge gli allievi a dare il meglio di loro, ventilando la prospettiva di una borsa di studio.

Una scena tratta da Ghost World
Una scena tratta da Ghost World

Enid, non indifferente a quella prospettiva, si fa prestare da Seymour un manifesto degli anni venti che pubblicizzava la catena alimentare presso la quale egli lavora. Si tratta di un chiaro esempio di stereotipo razzista nei confronti degli afroamericani che Enid porta in classe per (di)mostrare il livello di assoluta discriminazione esistente negli USA solo qualche decennio addietro. Alla reazione offesa – e non disinteressata – dei suoi compagni, non sostenuta però una vera contestualizzazione, Enid reagisce affermando che il razzismo prima era più esplicito e smaccato mentre ora è soltanto nascosto; e quando l’insegnante le domanda come una simile immagine – vero “oggetto artistico di recupero” secondo la definizione della stessa docente – possa mettere in rilievo il problema del razzismo, Enid risponde che davanti a quel manifesto la gente è obbligata a chiedersi perché è così scioccante.

Thora Birch in una scena tratta da Ghost World
Thora Birch in una scena tratta da Ghost World

Sorprendentemente, l’insegnante accetta di esporre il lavoro nella mostra scolastica, alla quale prenderanno parte anche i genitori, ma la mancata presenza di Enid (in crisi esistenziale) che non può pertanto spiegare la propria motivazione, nonché le vibrate proteste di molti visitatori, la obbligano a rimuovere l’immagine e a negare alla giovane allieva la borsa di studio. L’episodio è significativo nella descrizione di una realtà a stelle strisce nella quale il fantasma del razzismo non si è mai dileguato, ma è stato solo anestetizzato dalla correttezza politica. È il trionfo di un perbenismo di facciata che appare teso a rimuovere uno scomodo passato, senza nemmeno comprendere un presente fatto di difficili compromessi e di tensioni nemmeno troppo sotterranee, come peraltro i recenti avvenimenti negli USA hanno drammaticamente dimostrato.

Relazioni fantasma e solitudine come resistenza

In tale contesto sociale di calma apparente, si innesta un’altra problematica, quello della difficoltà delle relazioni sociali. Non è solo Enid a voler evitare coetanei che non siano Rebecca, e non è solo Seymour a chiudersi a riccio (e molta della chimica tra i due si basa proprio sull’insofferenza generalizzata verso il prossimo), ma è tutto il mondo attorno a loro che stenta a trovare equilibrio nelle relazioni interpersonali. Le piccole tribù che si creano all’interno della società – un esempio fra tutti, la cerchia di aficionados dei dischi in vinile di cui fa parte Seymour – sembrano tessere di un mosaico incompiuto e non armonizzato piuttosto che esempi di melting pot riuscito, mentre l’anonimato pubblico delle persone trova un contraltare in passioni private che fungono, più che altro, da rifugio consolatorio.

Una scena tratta da Ghost World
Una scena tratta da Ghost World

Le relazioni fantasma sembrano pertanto essere la cifra di una nazione dove il confronto (anche emotivo o sentimentale) è destinato allo scacco. Nel caso di Seymour, lo scacco è addirittura doppio; l’impiegato, non più giovanissimo, vedrà naufragare sia la relazione con la coetanea Dana, i cui gusti e la cui vitalità sono contrari alla sua indole introversa, che quella con la ben più giovane Enid. Anche per questo motivo finirà in terapia da un’analista, senza grosse prospettive di successo.

Quella di Zwigoff è un’America non riconciliata, nella quale convivono diversità che rifiutano l’amalgama. Ne è prova una scenetta cinicamente buffa e drammatica; il padrone dello store dove lavora Josh – di origine greca – battibecca con un cliente, un buzzurro palestrato che va in giro senza camicia; alle sue rimostranze, il cliente risponde che «siamo in America dove vige la democrazia» e quando l’immigrato, in un impeto di orgoglio nazionalista, gli fa notare che la democrazia l’hanno inventata gli antichi greci, si sente rispondere che la sua razza ha inventato anche gli omosessuali. La tensione tra le varie anime del paese non differisce da quella dei rapporti privati, spesso difficili, se non altamente problematici. La stessa relazione pluriennale tra Enid e Rebecca è destinata a finire, con l’idealismo confuso della prima che si stacca definitivamente dall’approccio esistenziale pragmatico della seconda.

L’illusione della fuga

È significativo, alla luce di quanto sopra, che il disagio emerga anche nei personaggi minori che popolano la galleria del film, tra i quali si distingue il vecchio Norman. Costui è un anziano che attende su una panchina, senza alcuna fretta, il passaggio di un torpedone per lasciare dalla cittadina dove vivono anche Rebecca e Enid, le quali gli fanno invano notare che la linea in questione è soppressa da tempo. Ironicamente, non solo il torpedone passerà per davvero ma la stessa Enid finirà col prenderlo e andarsene.

Una scena tratta da Ghost World
Una scena tratta da Ghost World

In quest’ultima scelta, a suo modo eroica, si condensa l’epilogo e il senso della pellicola;  la solitudine è l’ultima possibile resistenza davanti a un “mondo fantasma”, nel quale l’individuo è risucchiato dalla massa conformista. In questo senso, la scelta del padre di Enid (ben caratterizzato da Bob Balaban) di portare in casa la vecchia fiamma invisa alla figlia, sta a dimostrare che ci sono solo due possibilità: o si convive con qualcuno solo per paura di rimanere soli (e ci si adegua a una convivenza fatta di compromessi, se non di sottomissione) o si sceglie la strada della solitudine, fino a quando non si profilerà all’orizzonte un rapporto che valga davvero la pena di essere vissuto. Enid andrà alla ricerca di quel rapporto e di un nuovo inizio per lei più appagante. Ma la sua è soltanto una speranza (probabilmente vana) e niente di più.

La prospettiva della bidimensionalità

La collaborazione tra Zwigoff e Clawes, l’autore della graphic novel che ha ispirato il film, ha avuto un esito innegabilmente felice, anche perché non è basata su una pedissequa trasposizione filmica. Grazie anche alla fotografia iperrealista del brasiliano Affonso Beato, caratterizzata da colori decisamente accesi (al contrario del fumetto che era a due colori), la bidimensionalità della pagina ha trovato ulteriore vigore in quella dello schermo, aggiungendo profondità alla prospettiva. Del resto, Zwigoff aveva alle spalle un documentario di successo intitolato Crumb e imperniato sull’omonimo fumettista (che peraltro, in qualità di incallito collezionista di 78 giri, ha parzialmente ispirato il personaggio di Seymour). Quella del regista è pertanto una passione consolidata, che nel caso di Ghost World trova ulteriore terreno di consonanza nel taglio minimalista e in un umorismo carico di ilare disperazione.

Scarlett Johansson e Thora Birch in una scena tratta da Ghost World
Scarlett Johansson e Thora Birch in una scena tratta da Ghost World

Anche nella graphic novel il personaggio di riferimento era Enid e non a caso il legame tra lei e il disegnatore si rispecchiava nei rispettivi nomi (Enid Coleslaw è l’anagramma Daniel Clawes). Zwigoff riprende questo aspetto dando spazio e voce soprattutto alla magistrale Thora Birch, ma lungi dal basare la pellicola focalizzata su un unico personaggio, il regista la impernia sulla realtà tragicomica e spettrale di un paese che è divenuto il fantasma di se stesso, facendo leva su episodi solo all’apparenza marginali e su bozzetti ben definiti. Da non perdere, dopo i titoli di coda, la rissa nello store tra Seymour e il cliente palestrato, ulteriore piccolo sberleffo di un film lucidamente drammatico e spassoso.

Leggi anche: Antonioni e La notte: un manifesto di 60 anni

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