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Attualità

“George Floyd come Federico e Riccardo”, viaggio nell’American History X di Minneapolis

Le parole di Patrizia Moretti e di Fabio Anselmo, che sottolineano e le analogie tra la morte di George Floyd e quelle di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini: questo lo spunto per un viaggio tra il passato e il presente degli Stati Uniti e delle tensioni razziali. Con Derek Vinyard come comune denominatore.

Proteste a Minneapolis dopo l'uccisione di George Floyd

In America. E a Ferrara, qualche anno fa. E non solo lì, come la cronaca degli ultimi 20 anni tristemente ci racconta. Perché in molti all’immagine di George Floyd hanno sovrapposto quella di un ragazzo. Quella di Federico Aldrovandi. Anche lui non riusciva a respirare. Anche lui ha sofferto. Chiamava la mamma. Ed è doloroso anche solo pensarci. Lo è enormemente di più per chi quel ragazzo lo ha perso per sempre.

Quanto accaduto a Minneapolis l’ho visto accadere tante volte, qui in Italia, come in tante altre parti del mondo. Soprattutto è successo anche a mio figlio Federico che è morto esattamente allo stesso modo di George Floyd, schiacciato sotto il peso di un poliziotto proprio mentre chiedeva aiuto, e diceva ‘non riesco a respirare’ chiamando la mamma”. Le parole sono di Patrizia Moretti a Radio3, mamma di Federico, ammazzato il 25 settembre del 2005. “Eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”: con questa accusa i procedimenti giudiziari hanno portato alla condanna di poliziotti a 3 anni e 6 mesi di reclusione, condanna confermata poi dalla Cassazione. Condanna che non ha lenito il dolore della mamma. “Un rito che si è ripetuto troppe volte ed è dolorosissimo: vederlo ogni volta per me significa rivedere la scena di mio figlio”.

Madre di Aldrovandi

George Floyd come Federico Aldrovandi. Come Riccardo Magherini. Le analogie sono state sottolineate dall’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Magherini (e della famiglia Cucchi). “E’ stato un pugno allo stomaco, non sono nemmeno riuscito a guardarlo fino in fondo il video che riprende la morte di George Floyd. Ho chiamato Guido… ho provato davvero tanta amarezza”. Riccardo è morto il 3 marzo 2014 durante un arresto dei carabinieri in Borgo San Frediano a Firenze. Le analogie, per chi ha seguito la storia, sono evidenti. E agghiaccianti. “Entrambi muoiono soffocati sapendo di morire, urlando e chiedendo disperatamente aiuto”. Le urla di Riccardo, “Ho un bambino, aiutatemi”. Una morte lenta e infinita, come quella di George. E Floyd è soltanto l’ultima vittima di una lunghissima serie, come nei peggiori telefilm statunitensi, una serie che in America sembra non conoscere fine.

Una delle principali cause di morte

Fa impressione parlarne, in effetti. Perché le forze dell’ordine, per definizione, dovrebbero tutelare ed educare, e mai uccidere. In America questo non sembra essere l’obiettivo primario. Un interessante e altrettanto inquietante studio del Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, periodico ufficiale della National Academy of Sciences (NAS) – disponibile al link https://www.pnas.org/content/116/34/16793 – racconta come nella più grande democrazia del mondo la violenza della polizia è tra le principali cause di morte per i giovani americani. Come prevedibile, il colore della pelle è assolutamente significativo. Perché se già il rischio di essere uccisi durante un arresto da parte della polizia è elevato, sale esponenzialmente se l’arrestato è nero, sudamericano, o comunque non bianco, non quel Wasp che tanto piace ai più e che avevamo probabilmente rimosso durante il governo di Obama. Arma da fuoco, aggressione fisica, con la macchina o col taser, per i “valorosi” policemen americani non fa differenza. Anzi sì, qualcosa cambia. Il colore della pelle.

Rodney King: era il 1991

Pestato dalla polizia. Era il 3 marzo del 1991 quando il tassista Rodney King scappa a un posto di blocco per paura di perdere la licenza dopo la segnalazione per eccesso di velocità. Nessuno era armato sul taxi dell’uomo. Né lui né i suoi due passeggeri. Viene raggiunto e scende dall’auto. Un elicottero sorvolava la zona. L’uomo si consegna ai poliziotti, che reagiscono piuttosto male. Furono filmati anche in questo caso, e nonostante la violenza perpetrata, vengono assolti. La reazione degli afroamericani fu poderosa. La gravità del tutto venne confermata anche dal capo della polizia di Los Angeles, Daryl Gates:

«Ho guardato lo schermo con incredulità. Ho voluto rivedere la sequenza del pestaggio, di un minuto e 50 secondi. Poi ancora e ancora, fino a quando l’ho visto venticinque volte. E ancora non riuscivo a credere a quello che stavo guardando. Vedere i miei agenti impegnarsi in quello che sembrava essere un uso eccessivo della forza, forse criminalmente eccessivo, vederli picchiare un uomo con i propri manganelli cinquantasei volte, vedere un sergente non fare nulla per prendere il controllo, era qualcosa a cui non avrei mai pensato di assistere»

Rodney King

Quattro i poliziotti a processo, una giuria dove non c’erano neri: nove bianchi, un ispanico, un asiatico e uno soltanto con il padre afroamericano. Il 29 aprile 1992 quella giuria proscioglie tutti dall’accusa di aggressione. E soltanto per uno di loro resta l’accusa di uso eccessivo della forza. La reazione della comunità nera di Los Angeles è stata furente, dando vita a sei giorni di guerriglia per le strade della città. Tutto è finito con 54 morti, di questi 10 uccisi per mano della Polizia, 2000 feriti, migliaia di incendi, edifici distrutti e svariati danni. Vale la pena ricordare che King viene trovato morto sul fondo di una piscina. Era il 17 giugno del 2012.

Los Angeles l’apice di una tensione perenne

Nella storia americana non è stata certamente l’unica sommossa a sfondo razziale. Watts, Newark, Detroit, le rivolte dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, e Miami e oggi Minneapolis. Spesso proteste, talvolta sfociate in vere e proprie rivolte. Inevitabilmente in uno Stato dove per anni la segregazione razziale è stata vera protagonista della Storia.

Morire a 18 anni

Era il 2014. Tutto è iniziato con una rapina all’interno di un minimarket da parte di Michael Brown e Dorian Johnson. Era poco prima di mezzogiorno ed era il 9 agosto. Pochi minuti dopo l’agente di polizia Darren Wilson incontra i due. Un alterco e un colpo di pistola verso i due. L’agente insegue i due ragazzi – non armati – e continua a sparare, ferendo a morte Michael. Tutto in tre minuti, o poco più. E l’agente, in quel momento non era al corrente della rapina. Fu lo stesso capo della polizia di Ferguson a dire che l’agente fermò il ragazzo perché, semplicemente, bloccava il traffico. Dubbi, lati oscuri, contraddizioni. Detto che Brown venne poi riconosciuto colpevole, è impossibile non sottolineare che il ragazzo non era in possesso di armi. A sparare un agente Wasp che di quella rapina non sapeva nulla. A morire un ragazzo nero.

Dorian Johnson
Dorian Johnson/The Washington Post

“Tutto ciò non dovrebbe essere normale nell’America del 2020”

E’ impossibile “dare colpe” a livello politico. Ma è impensabile non fare riferimento alle parole di oggi di Barack Obama. “Tutto ciò non dovrebbe essere normale nell’America del 2020”, e parla ai cuori degli americani di un nuovo corso, una “new normal” dove le intolleranze e le disuguaglianze non vadano più ad infettare cuori, politiche e proclami. Parole che si contrappongono all’uccisione di George Floyd e da una città ormai a ferro e fuoco. Inevitabilmente. Arrestato il poliziotto che ha messo il suo ginocchio sulla carotide di Floyd – omicidio colposo l’accusa – e indagini ancora in corso. I dettagli che emergono sono sempre peggio: pare infatti che il poliziotto e George si conoscessero, e addirittura avessero lavorato insieme nella sicurezza di un locale notturno.

Minneapolis brucia

Sono 500 gli uomini della Guardia Nazionale schierati per tentare di sedare i disordini delle proteste della comunità nera. La polizia ha anche arrestato un giornalista della CNN che raccontava i disordini in corso. Ammanettato insieme alla troupe. Il reporter, che come da prassi si è qualificato, è “casualmente” ispanico. Tralasciando i commenti sul fatto in sé, basterebbe solo questo per segnalare il livello di democrazia attualmente in corso in America. Cosa avrebbero detto le istituzioni statunitensi se un fatto del genere fosse avvenuto in Iraq, Afghanistan o in qualsiasi altro Paese dove sono stati loro ad “esportare” il loro modello di democrazia?

Proteste a Minneapolis

Così, mentre i media americani – che sanno fare benissimo il loro lavoro – raccontano per filo e per segno i fatti di Minneapolis, la città continua ad essere preda dei disordini. Un incendio è stato appiccato all’esterno del commissariato degli ormai ex poliziotti coinvolti nella morte di George. E la protesta si espande, come insegna la storia d’America, anche nelle altre città: 72 persone arrestate a New York, e disordini a Oackland, Denver, Chicago e San Francisco. Il paradosso, e l’assurdo, oltre all’accusa di omicidio colposo, è il fatto della mancata collaborazione alle indagini dei poliziotti coinvolti. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ennesimo sputo in faccia a un compito e a un giuramento fatto in nome di quella Legge che hanno usato e abusato in nome di un delirio che nemmeno nel peggior Far West è degno di dimora.

Addio ai sogni

Il pensiero si rivolge a chi, ormai decenni fa, ha veramente provato a sognare una società americana più giusta. Ed è finito ammazzato. A leggere oggi le sue parole vengono i brividi. Non è cambiato nulla. “Il senso di arroganza tipico dell’Occidente, che crede di avere tutto da insegnare agli altri, e nulla da imparare da loro, non è giusto”, così parlava Martin Luther King, che sembra vedere quello che sarebbe accaduto anni e anni dopo con la democrazia esportata, manovra di stampo completamente americano e prassi per numerosi presidenti statunitensi. Ma la profezia di Martin non si ferma qui. “Una nazione che continua, un anno dopo l’altro, a spendere più denaro per la difesa militare che per i programmi di elevazione sociale, si avvicina alla morte dello spirito”. A guardare le immagini di oggi, dove gli Ak47 si comprano in un qualsiasi supermercato americano, è evidente che qualcosa, oltreoceano, non ha funzionato. Ed è per questo che è necessario continuare ad indignarsi quando queste cose accadono anche qui da noi. Senza chiudere gli occhi, senza far finta di non vedere, senza depistare come dimostrano i casi di Stefano e di Federico. E senza generalizzare, perché poche belve non devono andare ad intaccare il lavoro di tantissimi poliziotti e rappresentanti delle forze dell’ordine che giornalmente rischiano la vita. E’ anche e soprattutto per loro che non bisogna tacere quando accadono fatti del genere anche nel nostro Paese.

Martin Luther King

American History X, volume II

A guardare come sta andando il mondo, non si può non pensare a quel capolavoro che è American History X, splendido film del 1998 con un superbo Edward Norton. C’è un brano che sembra scritto apposta per i tempi che stiamo vivendo, anche nel nostro Paese. Sembra un comizio.

“…Ascoltatemi bene, dovete aprire bene gli occhi. Ci sono più di due milioni di immigrati clandestini che dormono sulla nostra terra stanotte. Questo stato ha speso tre miliardi di dollari l’anno scorso per l’assistenza a persone che non hanno il diritto di stare in America: tre miliardi di dollari! Quattrocento milioni di dollari solo per tenere in cella quella massa di porci criminali che sono in questo paese solo perché all’immigrazione hanno deciso che non vale la pena fare delle discriminazioni tra i carcerati. A chi gliene frega: al nostro governo non gliene frega, perciò chi rimane sorpreso se a sud del confine ridono di noi e delle nostre leggi. Già… ogni notte migliaia di questi parassiti si riversano oltre il confine come se andassero alla fiera della cuccagna… (…) qui si tratta della vostra vita e della mia. Di onesti lavoratori americani che oggi vengono ignorati e trattati di merda perché il loro governo si preoccupa più dei diritti costituzionali di un gruppo di persone che non hanno la cittadinanza. Sulla statua della libertà leggi “Dateli agli stanchi, gli affamati e i poveri”. Be’, sono gli americani ad essere stanchi, affamati e poveri, e finché non ti prendi cura di noi chiudi quel cazzo di libro! Perché stiamo perdendo, stiamo perdendo il diritto di costruirci un destino, stiamo perdendo la libertà per permettere a degli stranieri di venire qui e spellare il nostro paese. E non è una cosa che sta succedendo a miglia da noi, non è che sta capitando in posti dei quali non possiamo occuparci; sta capitando proprio qui, nel nostro quartiere, nel palazzo che è di fronte a noi. Archie Miller aveva un supermercato da quando eravamo bambini: Dave lavorava lì, Mike lavorava lì. È fallito, e lo ha preso un muso giallo coreano, che ha licenziato i ragazzi e ha fatto i soldi perché ha assunto quaranta fottuti immigrati bastardi. Vedo questa merda andare avanti e non vedo nessuno fare qualcosa per fermarla, e questo mi fa incazzare di brutto! Perciò guardatevi intorno: non è il nostro quartiere… è un campo di battaglia. Stanotte siamo su un campo di battaglia. Prendete una decisione: ce ne staremo da parte zitti zitti fermi a guardare la nostra patria che viene stuprata?…”

American History X - Edward Norton

Vi ricorda qualcuno o qualcosa? Credo che, con altri termini e forse con altri esempi, ognuno di noi ha sentito queste parole in questi anni. Sui giornali, in tv, al bar, in piazza. Da un amico, un fratello, una madre, un padre. Perché è questa la deriva che rischia di prendere il mondo. Non siamo noi a dover dare soluzioni, sta a noi fornire idee e spunti, nelle necessità di tenere la mente lucida, perché cedere alla rabbia è veramente questione di un attimo. La risposta l’abbiamo cercata e trovata all’interno dello stesso film.

“…Suppongo che a questo punto dovrò dirle cos’ho imparato. La conclusione, giusto? Be’, la mia conclusione è che l’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati. Non ne vale la pena. Derek dice che bisogna sempre terminare una tesina con una citazione, dice che c’è sempre qualcuno che ha detto una cosa nel migliore dei modi, perciò se non riesci a fare di meglio, ruba da lui e farai la tua figura. Ho scelto una citazione che penso le piaccia: “Non siamo nemici, ma amici. Non dobbiamo essere nemici. Anche se la passione può averci fatto vacillare, non deve rompere i profondi legami del nostro affetto. Le corde mistiche della memoria risuoneranno quando verranno toccate, come se a toccarle fossero i migliori angeli della nostra natura…”

American History X finisce piuttosto male. Ma è perfetto per raccontare quello che oggi sta vivendo l’America. Che ha già vissuto e che, probabilmente, non smetterà mai di vivere e subire. E gli Stati Uniti, lo sappiamo, spesso fanno scuola. E moda. E anticipano tendenze che prima o poi arrivano dalle nostre parti. La soluzione è quella che mirabilmente Danny Vinyard propone alla fine del film. Ed è quella che sogniamo. Anche la nostra conclusione è che l’odio è una palla al piede.

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