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Musica

Francesco Guccini, 80 anni tra la Via Emilia e le nostre vite

Francesco Guccini compie ottant’anni tra musica, poesia, racconti, canti, vino e parole: quasi un secolo di storia per un uomo che, attraversandola, è diventato nostro compagno di viaggio.

Francesco Guccini

Francesco Guccini compie ottant’anni tra musica, poesia, racconti, canti, vino e parole: quasi un secolo di storia per un uomo che, attraversandola, è diventato nostro compagno di viaggio.

Scrivere un messaggio d’auguri, per una persona che non si conosce, corre il rischio di essere un concentrato di banalità ed espressioni di circostanza, confezionate ad arte per imbonire e stupire chi ci sta leggendo. Tutto diventa esercizio retorico, corsa al dettaglio sconosciuto per dimostrare che, sì, di questa cosa ne sappiamo più degli altri.

Ma scrivere è dare fondo e corpo alle nostre pulsioni, cercare di metterle in ordine tirando il filo delle emozioni. Ottant’anni di strada, la musica di Francesco Guccini e una giovane donna. Che scrive improvvidamente in prima persona.

Caro Francesco, anche io portavo un Eskimo innocente

Caro Francesco Guccini, oggi compi ottant’anni. Noi due abbiamo quasi cinquant’anni di differenza. Mezzo secolo e una Linea Gotica ci dividono. E allora perché ti scrivo, ballando in un precario equilibrio sul confine tra ammirazione, affetto e vacuità? Perché oggi è il tuo compleanno e vorrei dirti tante cose, raccontarti tanti incontri che abbiamo avuto. La prima volta che ho ascoltato una tua canzone avevo 15 anni e tu 64; viaggiavo su un treno notturno che ora non circola più, attraversando la Linea Gustav. Ascoltavo Eskimo che hai composto nel 1978, dedicata a Roberta, la tua prima moglie, alla vostra storia, alla diversità che vi ha unito e fatto incontrare. E allora ho comprato anche io un eskimo, forse per sentirmi più vicina a quello che cantavi tu. Non so se ho avuto effettivamente la rivolta tra le dita, però ogni volta che lo indossavo mi sembrava di abbracciarti e di esserti un po’ più vicina. L’ho indossato con orgoglio e mi ha protetto. In un’altra vita dove ciascuno di noi ha costruito la propria piccola rivoluzione. Ha scandito l’arrivo dell’autunno, le domeniche in settembre, l’inizio della scuola e le promesse che ci siamo fatti.

Francesco Guccini

Francesco, li ricordi i tuoi 15 anni? Era più o meno il 1955 e se non te lo ricordi, ci penso io. Nel 1955 usciva al cinema Marcellino pane e vino, la FIAT presentava la 600, Los Angeles conosceva Disneyland, la Sony lanciava le sue prime radioline. Sempre nel 1955 veniva commercializzato il primo forno a microonde che avrebbe cambiato per sempre le nostre abitudini culinarie, usciva il primo numero de L’Espresso, che tanta nostra storia avrebbe raccontato, e il primo dicembre Rosa Parks si ribellava alla segregazione razziale rifiutando di cedere il suo posto sull’autobus dando così origine al boicottaggio dei bus a Montgomery. Sentimenti quanto mai attuali.

Caro Francesco, Il cielo dell’America son mille stracci sopra a un continente

Siamo nel 1993: tu hai 53 anni mentre io appena 4 e scrivi Canzone per Silvia contenuta nell’album Parnassius Guccinii. Da Rosa Parks a Silvia Baraldini, di cui ne canti la prigionia chiedendone la liberazione. Attivista delle Pantere Nere negli Stati Uniti degli anni sessanta, settanta e ottanta, imprigionata e sottoposta al regime di carcere duro. Quanta forza che può avere una canzone: potenza di una rivendicazione e una fotografia nitida di un’America che, ancora oggi, fa fatica ad uscire dalle sue contraddizioni.

L’America è una statua che ti accoglie e simboleggia, bianca e pura,
la libertà, e dall’alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione
perchè di questa piccola italiana ora l’America ha paura.

Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare,
paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare
perchè non è possibile rinchiudere le idee in una galera…

Sono passati quasi trent’anni e noi siamo ancora qui che non smettiamo di lottare per un mondo più giusto, dove il colore diverso della pelle non significhi discriminazione, odio e morte. Gli unici colori sui cui ci piacerebbe disquisire sono quelli del cielo, di quegli stracci bagnati di celeste o di quei cieli scarichi, bianchi, macchiati irrimediabilmente di candeggina.

L’America ha due volti da sempre: da una parte il sudore e l’antracite mentre dall’altra quello patinato di Paperino. Ed è subito Amerigo (1978), e la storia di Enrico Guccini emigrato in America come tanti altri nei primi del ‘900 alla ricerca di lavoro e forse di un futuro migliore. Io ovviamente nel 1978 non ero neanche negli incubi peggiori di chi mi avrebbe poi generato (!) ma quando, a novembre dello scorso anno, ho visto la copertina delle tue Note di Viaggio con quella barca in mezzo al mare ho capito che trent’anni, ottant’anni, vent’anni, due anni (dopo!) non sono niente, sono solo un attimo. Che Amerigo 1978 potrebbe essere Genova, Napoli, Palermo in qualsiasi anno del ‘900. Libia, Marocco, Egitto, Tunisia, Algeria. Sono i Balcani, i deserti, le notti. Uomini e donne in cammino e in fuga. Umanità in cerca di un futuro migliore e di pane, rose, giustizia e libertà. Siamo stati un popolo di emigranti e ora siamo un popolo che continua ad emigrare silenziosamente e digitalmente, avvitato nel rancore verso chi va e chi viene. Ogni volta che ascolto Amerigo il rancore va via.

Caro Francesco, che bello viaggiare in Emilia

C’è chi l’ha descritta ‘paranoica’ e chi la guarda insieme alla terra e alla luna. E poi ci sei tu che le hai dato un sapore. Quando penso all’Emilia vengo travolta dal suo sapore; è un sapore complesso, unione sagace di tanti ingredienti, pizzichi di dolcezze, nostalgie, risate e scoperte. Prima di te Bologna, per me, era solo la squadra di calcio, Modena e la sua provincia territori troppo pianeggianti per una persona rapita dalle vertigini del mare e Pavana era troppo Appennino tra Toscana ed Emilia. Poi sei arrivato tu, la tua voce, le tue parole. E la tua vita. Raccontata come fiaba antica e magica che si ripete ogni giorno. Da sempre, da qui a ottant’anni e per altri mille anni ancora. Cronache Epifaniche, Vacca d’un cane, i Dizionari delle cose perdute, abecedari minimi di una storia preziosa. Tra tutti, un passo in particolare mi è rimasto impresso nella memoria e non so il perché: l’uccisione del maiale in gennaio, il sangue caldo che macchia e scioglie la neve. La neve che ha sapore. Faccio mio un tuo ricordo. L’Emilia di tutto, terra di graziose città di provincia dove si consumano piccole storie ignobili condite a sugo e a suoni acciottolanti di piatti. Emilia dai mille volti e dalle mille pieghe della tua esistenza. Ventre dei tuoi ottant’anni di vita e per questo luogo di elezione e di formazione per eccellenza.

Francesco Guccini

Potrebbe essere bello per il tuo compleanno organizzare una caccia al tesoro nei tuoi luoghi, per avere ancora il privilegio di ascoltare i tuoi racconti. Tuoi, tuoi, tuoi. Per fortuna sono diventati di tutti noi, in una frase, o per meglio dire un aforisma perfetto, detto una sera a un concerto: Il segreto delle canzoni sta nella vita di chi le ascolta. Niente di più vero. Il segreto è nascosto in tutto quello che ci hai donato in questi anni, in queste storie. Il segreto è la tua vita, le luci, le ombre di questi ottant’anni. L’uomo che sei diventato lo sai solo tu, se sei felice o meno, se hai ancora sogni, desideri, paure e slanci. Se ti va ancora di cantare (ma io non credo!) o se preferisci scrivere.

Mi invade la tenerezza di te. Il suono della tua voce e la morbidezza del tuo maglione grigio. Qui trallumescuro, nell’attimo del tramonto dove il lume e lo scuro danzano e si inseguono nell’ora più bella, un’ora che è pace e presagio, tra la luce e la notte.

Adesso che siamo qui, persi nel sogno del lume oscuro, buon compleanno Francesco Guccini, tanti auguri per questi ottant’anni. E grazie per tutte le parole che hai immaginato e tutte le storie che hai raccontato.
Ti voglio bene. Martina.

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