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Ethan Hawke in First reformed

Cinema

First Reformed: il disastro, l’uomo immobile e il fanatismo

Da poco disponibile su Prime Video First Reformed, film del 2017 di Paul Schrader

Una lancetta dei secondi procede implacabile a scandire un tempo che è già scaduto. Tra dilemmi morali e pene quotidiane, l’oscurità, la disperazione e la vita che deve continuare. La lancetta procede imperterrita, il tempo è fuggito. Nel 2050 la temperatura globale sarà di 3 gradi centigradi più alta, 4 è il limite massimo, il livello del mare salirà di 60 centimetri, varie parti del mondo verranno sommerse, siccità, profughi climatici, condizioni climatiche estreme, epidemie. E l’uomo lì, immobile; guarda, osserva, sovente comprende, vorrebbe muoversi ma il più delle volte resta immobile. Dio ci perdonerà? Con che coraggio si mette al mondo una figlio in un mondo simile? Perché sputiamo nel piatto in cui mangiamo?

Ethan Hawke in First reformed
Ethan Hawke in una scena tratta da First reformed

Sono queste le premesse di First Reformed, pellicola con cui Paul Schrader sembra voler riallacciare i fili di un discorso che in fondo porta avanti da tutta la vita. E per farlo si serve ancora una volta di un uomo, solo. È un reverendo, un penitente, un uomo che vive in castigo schiavo della più grande delle disperazioni, quella di aver spinto un figlio verso una guerra senza giustificazioni morali che lo ha ucciso. È l’emblema dell’uomo contemporaneo il reverendo Toller, è un uomo bloccato dal senso di colpa, immobile come la sua specie di fronte al cambiamento climatico e immobile come la macchina da presa per quasi tutto il film.

La scelta di Schrader è quella di privilegiare una regia asciutta, essenziale, quasi scarna, con pochi movimenti; è uno sguardo sui personaggi, sul protagonista, sull’uomo: lo fotografa in 4:3 e lo mette al centro, ne osserva i comportamenti, ne scruta i dilemmi morali, e invita lo spettatore a fare altrettanto.

Ethan Hawke e Amanda Seyfried in una scena tratta da First reformed
Ethan Hawke e Amanda Seyfried in una scena tratta da First reformed

L’uomo che non dice niente appare più intelligente”, si ammonisce il reverendo Toller. Più intelligente, ma anche più reticente, più complice: in una parola più responsabile. E di fardelli da portarsi dietro il reverendo ne ha più di uno, motivo per il quale non può tacere, non di fronte a ciò che gli si svela come improvvisamente chiaro e cristallino. È un uomo che cerca di mitigare la sua disperazione con il coraggio della speranza, convinto che la simultanea presenza di questi due elementi costituisca la base della vera saggezza. Ma come per l’ambiente, anche per la mente dell’uomo è essenziale l’equilibrio. Ed è qui che Schrader, evidentemente più abile come scrittore, lascia che traspaia l’altro grande macro-tematica del suo film, il rapporto tra fede (laica o religiosa) e fanatismo.

Ethan Hawke in una scena tratta da First reformed
Ethan Hawke in una scena tratta da First reformed

Toller è un prete, ma è essenzialmente un soldato. La disciplina ha sempre scandito la sua vita, il rigore ogni sua piccola e insignificante azione; il passo è breve da soldato di Dio a soldato della Terra, da portatore della Parola a paladino difensore di quell’oggetto della creazione che l’uomo sta stuprando ogni giorno di più. Qui lo sguardo di Schrader non mostra alcuna indulgenza ma nemmeno condiscendenza: dopo aver preso per mano lo spettatore dall’inizio lo accompagna adesso alla scoperta che credere in una causa è importante, ma il fanatismo porta esso stesso alla distruzione e alla morte.

Qual è allora la soluzione? Quale la salvezza se si combattono gli squilibri con gli estremismi? Forse la chiave è, ancora una volta, una donna. Una donna che ti mette in comunicazione con la natura, con il mondo e con te stesso, che ti apra gli occhi e risani le tue ferite, che riesca a sollevarti da terra e portarti in mondi lontani, che ti afferri un attimo prima che il baratro ti inghiotta, che compaia proprio quando la tua mano sta per agire, che ti abbracci proprio quando la tua oscurità sta per prevalere.
E Schrader, che era rimasto immobile per tutto il film, non può fare a meno di partecipare a questa salvezza, a questa riaffermazione della vita, come a voler partecipare a quell’abbraccio, avvolgendolo con il suo sguardo in un abbraccio collettivo che sembra quello di una intera specie.

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