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Michel Piccoli in Dillinger è morto

Cinema

Dillinger è morto e il pessimismo radicale di Marco Ferreri

Il film più antinarrativo, complesso e pessimista di Marco Ferreri con un gigantesco Michel Piccoli.

Quale sia la condizione di Glauco, interpretato da un notevole Michel Piccoli, grande attore francese scomparso proprio in questi giorni all’età di 94 anni, viene chiarito nelle primissime scene, quando un suo collega gli dà lettura di un suo scritto all’interno di una fabbrica dai contorni inquietanti nella quale vengono testate maschere e tute antigas.

L’argomento del testo è l’alienazione marxianamente intesa, si giunge a dire che si è arrivati a un punto (il film è del 1969), nel quale risulta ormai negato lo stesso status alienato, essendosi ormai realizzata la totale fusione tra individuo e ordine dominante. La percezione di una differenza che caratterizzava il concetto di alienazione è ormai un ricordo del passato: ora tutto è omologato, massificato

Rimarrà l’unica vera parte dialogata del film, sebbene più che di un dialogo si tratti di un monologo quello che il collega rivolge a Glauco, il quale accompagna quelle parole, in due scene diverse, con altrettanti gesti. Ecco che l’affollarsi di cose – pensiamo a tutti gli oggetti della casa del protagonista – e poi di immagini – la carrellata di filmati che Glauco vede – sembrano aver contratto la comunicazione fino a ridurla ad una catena di gesti appiattiti e monodimensionali. Per quasi tutto il film infatti Glauco inanella operazioni meccaniche, mima un rapporto con le cose e contiguamente con le immagini che si pongono come simulacro delle cose senza sviluppare alcuna profondità, come se fosse ridotto come i cani di Pavlov all’unica dimensione della risposta passiva all’ambiente. O, probabilmente, nella condizione ancora peggiore di aver perso anche quel barlume di legame con l’ambiente che gli animali studiati dal fisiologo russo conservavano.

Michel Piccoli in Dillinger è morto

Nel suo pessimismo radicale Ferreri presenta questa figura di uomo completamente atomizzato il cui immaginario è ormai completamente colonizzato dall’esterno, plasmato dalla brutale potenza degli influssi sociali che nel volgere di un decennio, dagli anni 50 ai 60 per l’appunto (come afferma un altro pessimista radicale come Pasolini) hanno fatto tabula rasa di secoli di storia italiana provocando un “mutamento antropologico” senza precedenti.

Il poeta di Casarsa in uno dei suoi scritti mostra come sull’altare della nuova etica disincantata del consumismo sia stata sacrificata la stessa dimensione del sacro, incarnata in Italia dalla religione cattolica, quando si è giunti ad usare la figura di Gesù Cristo per una pubblicità dei jeans. La realtà dei fatti, indica Pasolini, è che il nuovo immaginario simbolico, tutto teso all’accumulo della cosa-feticcio e al dispiegamento dei moti edonistici collettivi, è irresistibile al punto da svuotare di senso ogni altro sistema di valori.

A Glauco/Piccoli non resta che immaginare una via di fuga che abbia gli stessi tratti artificiali e in qualche misura meccanici della realtà che l’ha investito, intervenendo a disumanizzarlo. Prima di dissolvere se stesso in quella che ha i tratti di una vera e propria fantasia allucinatoria, e che probabilmente rappresenta uno dei finali più complessi e originali della storia del cinema, Glauco ha bisogno di un atto che sia questa volta reale poiché finalmente dotato di senso. Si tratta infatti di un gesto dalle conseguenze radicali, che permette a chi lo compie di riaffermare una prospettiva nei confronti di quell’atmosfera vacua e fluttuante dove tutto rimane indistinto, dove non è possibile alcuna autentica dimensione di senso in quanto ogni dialettica, facendo riferimento ad un concetto hegeliano, è negata.

Michel Piccoli in Dillinger è morto

Il filosofo tedesco rintracciava una processualità nella storia caratterizzata dal conflitto tra tesi e antitesi e dalla sua armonizzazione in una sintesi che produceva il nuovo mantenendo e integrando gli opposti. Sebbene Hegel riservasse la dialettica prevalentemente all’interpretazione della storia, essa può essere riferita anche alla singola esperienza personale dell’individuo. Pensiamo a Freud, che in Al di là del principio del piacere descrive la formazione dell’Io nel bambino attraverso la ricorrenza di una frustrazione che lo faccia transitare dal principio del piacere, caratterizzato dalla soddisfazione immediata di tutti i suoi desideri, a quello di realtà, dove tutto ciò è negato. L’atto violento messo in atto da Glauco nel film può essere pertanto visto come l’estremo riaffermarsi di tale dialettica, il cui momento negativo è preparato con cura dal protagonista per tutto il film e diventa l’unico scopo della sua vita irrimediabilmente compromessa.

La cifra del sistema sociale di cui parlava il collega di Glauco all’inizio del film dopo tutto era la soppressione della differenza, l’anestetizzazione del conflitto. Il protagonista di Dillinger è morto di Ferreri tenta, presumibilmente, attraverso l’immolazione di se stesso (dato che non sembra di rintracciare alcuna possibilità di fuga positiva dall’ordine delle cose nella poetica del regista milanese) attraverso un atto parossistico, di reintrodurre proprio questa differenza.

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