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Amarcord nerazzurro: i ricordi di un Triplete infinito

A dieci anni dal Triplete, i ricordi di due (allora) giovani tifosi nerazzurri che videro coronato il proprio sogno sportivo

Inter 2009 - 2010

di Giovanni Luca Buscemi e Vito Piazza

Me li ricordo i sorrisi di chi ci denigrava perché demmo via il signor Ibrahimović (più un discreto gruzzolo di monete sonanti) in cambio di quello che sarebbe diventato il nostro Re Leone, Samuel Eto’o. Ricordo anche la solita fanfara dopo il pareggio col Bari all’esordio, che già faceva gridare al fallimento di una squadra che aveva preso l’anarchico Lúcio e quel Thiago Motta che aveva più volte rischiato di finire la carriera prematuramente. Non poteva funzionare. E invece…

Samuel Eto'o
Samuel Eto’o

Ricordo gli sguardi dei milanisti che assaporavano i tre punti alla seconda giornata, quando il nostro numero 10, arrivato da pochi giorni, fu presentato in campo da titolare. Bastarono 25 minuti, e nessuno rideva più. Ricordo chi dava per finito Stanković, e anche il suo destro all’incrocio nel derby. Nemmeno noi ridevamo più. O ridevamo diversamente. Te li ricordi i minuti finali a Kiev? Essere fuori a meno di tre minuti dalla fine, con il telefono che già cominciava a essere inondato di sfottò. Io credo di averlo spento, il cellulare. Eppure mi ricordo esattamente come esultai al pareggio del Principe. Ricordo anche come mi denudai al raddoppio, quando proprio quella palla non sembrava voler entrare. Dovevamo essere fuori, e invece…

Ricordo Inter – Siena. Le risate di chi ci prendeva in giro perché eravamo sotto con l’ultima in classifica, peggior attacco contro miglior difesa; il Trivela che girava a vuoto e ci attirava i soliti sfottò per una società che non ha mai saputo fare mercato. Bastarono 45 minuti per zittire tutti. Non dimenticherò mai le urla di mio padre dopo il gol di Samuel The Wall: non l’ho mai più sentito urlare in quel modo. Mai. Dovevamo perdere tutto, e invece…

Walter Samuel The Wall dopo il gol al Siena
Walter Samuel The Wall dopo il gol al Siena

Un’altra cosa che ricordo è l’accusa: una squadra catenacciara. E forse non tutti sanno (o non vogliono ricordare) che dalla trasferta di Londra in poi si giocò con tre attaccanti, dei quali due a fare le ali (o i terzini, ma solo all’occorrenza, come a Barcellona); un trequartista che non aveva mai avuto molta voglia di difendere; un terzino destro che segnava come un centrocampista (dio solo sa quanto lo odiai in una delle tante marcature sbagliate. Ma poi galoppava e segnava, e passava tutto); un centrale che all’improvviso poteva scegliere di partire lancia in resta e andare in area avversaria palla al piede. Potevamo cadere sotto i colpi della nostra anarchia intrinseca, e invece…

La formazione "catenacciara" con tre punte e un trequartista
La formazione “catenacciara” con tre punte e un trequartista

Ricordo tutta la pioggia presa allo stadio di Catania, quando la nostra testa era già alla trasferta di Londra. Le manette di José, per un’altra partita finita in nove; la caccia all’uomo nella finale di coppa a Roma, quando era ormai evidente che per fermarci ci volevano metodi intimidatori (no, non servirono nemmeno quelli). Ricordo una terrazza che a ogni gol sembrava dover crollare, e gli abbracci commossi con tutti i fratelli nerazzurri, che sembrava dovessimo spezzarci l’osso del collo. E poi l’occhietto vigliacco di Busquets, quel gol in palleggio di Maicon alla Juve, gli interventi folli di Samuel, il derby stravinto 4-0 perchè siamo signori e sappiamo che l’avversario non si umilia mai: tutti piccoli pezzi di un unico splendido mosaico nerazzurro.

Il popolo interista
Il popolo interista

Me li ricordo tutti quei 719 giorni di José in nerazzurro: dal 2 giugno 2008 al 22 maggio 2010. Mi ricordo tutta la prostituzione intellettuale che si respirava, era attorno a noi, c’era sempre stata, ma non ci facevamo caso. Era come l’aria, come l’atmosfera, finché José non ci ha spiegato come vederla. Me li ricordo tutti i giorni della rivoluzione mourinhana, quelli del “non sono pirla” e degli “zeru tituli“, quelli di “Monaco de Tibet, Gran prix di Monaco, Bayern Monaco“; quelli del “rumore dei nemici“; quelli in cui un derby potevi vincerlo anche in sette uomini, non con sei perché sospendono la partita; quelli in cui se i nostri avversari lasciavano la pelle noi lasciavamo il sangue sul campo, la sera in cui abbiamo ottenuto la sconfitta più bella di tutta la nostra vita. Quelli in cui sei disposto anche a perdonargli di essere andato via sulla macchina di Florentino alla fine della partita, perché in fondo in quell’abbraccio con Matrix, in quelle lacrime strozzate, in quella carezza sulla testa, c’era l’amore e il ringraziamento di un intero popolo nerazzurro al suo condottiero e insieme il dolore di un uomo ostaggio della sua ambizione.

JosP Mourinho
Una immagine simbolo di Josè

Avevamo fatto il nostro solito prepartita, un lungo pomeriggio a base di Pes che ci accompagnava ad entrare nel clima giusto, ed eravamo al livello ottimale di euforia nel momento in cui le squadre stavano per entrare in campo. Julio Cesar aveva avuto in settimana un incidente stradale e ne portava sul viso i segni e negli occhi lo shock (nessuno mi toglierà mai dalle mente che la “cappella” sul gol del pareggio sia figlia di questo shock) e ricordo polemiche infuocate dei giornali sul fatto che José fosse infuriato per questo… solite cialtronate per destabilizzare.

In una partita come questa, sono fondamentali i primi 15/20 minuti, se reggiamo è fatta. Se dovessimo segnare addirittura, beh saremmo a cavallo!”. Minuto terzo, Milito scherza con John Terry, lo manda per farfalle con la sua tipica finta, quella che fece a Onyewu nel derby di precampionato negli Usa, e che farà ancora in finale a Van Buyten, palla sul primo palo, gol. José dalla panchina annuisce arricciando le labbra. Il Chelsea, la sua casa, in quel momento era la squadra più forte in Europa, anche più del Barcellona di Messi e Guardiola; al momento del sorteggio non esiste un tifoso interista che non abbia pensato che sarebbe finita ancora agli ottavi contro un inglese, come sempre… Ci sono altre due immagini poi indimenticabili, la prima è Eto’o che ritarda a battere una rimessa laterale per dare indicazioni alla squadra di salire nella metà campo del Chelsea. Leader nato. La seconda invece è l’immagine di Cambiasso al limite dell’area, tira, rimpallo, tira ancora, gol. I milanisti ne sanno qualcosa, del resto. E quell’esultanza tipica del Cuchu…

Esteban Cambiasso
L’esultanza del Cuchu

L’ho rivisto solo il giorno dopo. In quel momento ho sentito solo un boato enorme, voci indistinte, parolacce, rumore di sedie che volavano e bicchieri che si frantumavano per terra, parolacce irripetibili. Ma io non c’ero, ero già uscito in terrazza, da solo, a guardare il cielo, a guardare la strada, a distrarmi, a riprendere fiato, a cercare di non svenire, a provare ad accelerare quelli che sono tuttora i minuti più lunghi della mia vita, quei quattro minuti di recupero a Barcellona. No, il fallo di mano di Tourè e il gol irregolare di Bojan li ho rivisti solo il giorno dopo, io non c’ero più. Ricordo solo il silenzio improvviso della stanza e poi il delirio totale.

Barça-Inter, gli idranti, la gioia
Barça-Inter, gli idranti, la gioia

Si poi ci sono gli idranti del Camp Nou, il dito al cielo di José, Gatto Toldo che abbraccia tutti, Lele Oriali che grida “Che bello, che bello!” come un bimbo di 5 anni, ma l’immagine più straziante, quella che ancora oggi mi commuove è sempre quella del Cuchu, sempre il solito, che si rotola in lacrime sull’erba. E mi ricordo del presidente, che si lascia andare per un attimo, saluta il suo avversario come un galantuomo, e poi torna ad urlare con noi.

Il Principe Milito
Il Principe
Barcellona
I festeggiamenti di Madrid

E che dire, Capitano… io li ricordo quasi tutti quei settecento gradini fino a Madrid. Eravamo davvero all’ultimo passo, ma in fondo lo sapevamo tutti e due che era fatta, anche se non potevamo ancora dirlo. Giocasti la finale come tutte le altre seicentononavantanove partite: ordinato, pulito, fondamentale. Del resto, avevi già deriso Messi, bloccato Giggs, umiliato Nedved, polverizzato Drogba.

Javier Zanetti ed Esteban Cambiasso
Javier Zanetti ed Esteban Cambiasso

Oggi riguardo il tuo volto mentre la sollevi e capisco che non sei davvero tu. Sei già altrove, con Giacinto e con Peppino. Tu eri quello che non parlava e non gioiva, o almeno: non davanti a tutti. Di te, paradossalmente, ricordo le assenze: quelle davanti ai riflettori. Perché festeggiare insieme a chi segna è facile. Invece, correre in direzione opposta per abbracciare i compagni della panchina è da uomo, più che da capitano e da fuoriclasse umile. Ti cerco e non ti trovo nelle immagini dei gol del 22 maggio, anche lì sei già altrove. Ti cerco, ancora oggi, e non ti trovo in campo. Non so se odiarti per il fatto che per molti di noi resterai per sempre l’unico Capitano, dovessi campare altri cent’anni. Ho corso come te mille volte sui campi, spesso con il tuo 4, altra cosa di cui hai privato il mondo nerazzurro e forse la memoria calcistica mondiale.

Il Capitano
Il Capitano

Gli altri non lo sanno quanto mi hai influenzato, come non sanno quante lacrime ho versato con te a Madrid, quel pomeriggio a Roma, quelle sere di Champions a Milano in cui uscimmo per colpa del fato. Gli altri non sanno cosa sei stato, perché ti cercano nelle immagini, quelle che tu hai sempre evitato. Sei sempre stato altrove, eppure dentro tutti noi, che pur non essendoci, eravamo con te a sollevarla esattamente dieci anni fa. Il presente e il futuro sono ormai i luoghi della commozione. Per me, c’è stato e ci sarà sempre un solo capitano.

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