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Musica

Dieci anni di indie: Stormi di canzoni. E la più bella?

L’indie ha dominato la scena musicale italiana degli ultimi dieci anni. Ha rivoluzionato il modo di fruizione della musica, i suoi canali e anche un po’ il linguaggio. Ma una cosa rimarrà uguale, eterna a se stessa e allo scorrere del tempo.
La musica, di qualunque genere sia, racconta delle storie. Storie di tutti i giorni.

Calcutta indie italiano

Ultimi giorni di dicembre. Ultimi giorni di un decennio che per qualcuno ha significato molto: cambio decina, cambio di città, cambio di alimentazione, cambio di orari. Sono cambiamenti. Solo se spaventano.

E allora ci si ritrova qui a fare bilanci, a rendicontare la partita IVA, a chiudere progetti. E nel mondo “artistico” fioccano articoli su quale sia stata la canzone più bella del decennio, il film più rappresentativo e compagnia cantante. Questo articolo si inserisce sommessamente in questo filone. Con la ‘solita’ pretesa ma mai presunzione: raccontare una storia. Tuffarsi nel golfo di immagini che popolano la nostra memoria e tirare fuori l’anfora nascosta. Come nell’attimo della pesca quando l’amo si tuffa negli abissi. Come il tuffatore al rallentatore.

Il fenomeno indie italiano

Il decennio che sta per concludersi è coinciso con l’affermazione, in Italia, della musica cosiddetta indie. Musica indipendente, almeno nella nascita, slegata dalle logiche delle grandi case discografiche. E con una libertà maggiore anche nella scrittura dei testi. Come non pensare a Calcutta in questo senso? Se proprio dobbiamo fare una classifica, possiamo tranquillamente dire che il fenomeno dell’indie italiano è il cantautore di Latina. Una serie di grandi successi, dai testi strampalati di Frosinone fino alla collaborazione con un’artista affermata come Elisa. Dai concerti in cui gli tiravano gli ortaggi, al tutto esaurito con folle di giovani e meno giovani festanti. Uno scanzonato nonsense che Calcutta ha assunto su di sé in maniera ironica. Con buona pace delle qualità vocali: non sono tutto. Il tutto è stato l’irrompere del suo personaggio nella scena musicale italiana. E il grande lavoro che ha fatto su di sé, in silenzio. E chissà forse tra quarant’anni leggeremo un testo di una sua canzone in un’antologia scolastica. Miglior canzone? Candidiamo scientemente Oroscopo. Chi scrive, però, ha votato per Frosinone. Leggo il giornale c’è Papa Francesco e il Frosinone in Serie A. E Leali e Dionisi al Fantacalcio!

Calcutta

Per un Calcutta scanzonato, c’è un Francesco Motta intonatissimo e precisissimo. Siamo nel 2016 ed esce l’album La Fine dei Vent’anni, prodotto da quel genio ancora troppo sottovalutato di Riccardo Sinigallia (già Tiromancino), che si aggiudica tutti i premi possibili e immaginabili. La fine dei vent’anni, che dà il titolo all’album, è una canzone stratosferica. Racconta una storia: una storia di amore, di vita, di cambiamenti, di paure, di amicizia. Tutto racchiuso in tre minuti. Sta lì ed è un manifesto di una generazione. E diciamocelo: a ogni compleanno di trent’anni facciamo un figurone a dedicarla a qualcuno! Non dobbiamo neanche sforzarci di trovare le parole: ci ha già pensato Motta e le ha messe in musica. C’è da dire che tutte le canzoni dell’album sono ugualmente belle, è difficile sceglierne una. Un caso molto raro. Qui la candidatura è triplice: La fine dei vent’anni, Del tempo che passa la felicità, Sei bella davvero.

Non più boyband ma Indieband

Che fine hanno fatto le boyband? Dai redividi Take That, ai mitici Backstreet Boys fino ai nostri Finley e Velvet? Ci sono ancora, tranquilli, Pierluigi Ferrantini è vivo e lotta insieme a noi in provincia di Roma. Una band su tutte è riuscita a monopolizzare l’attenzione nel panorama indie di questo decennio. Stiamo parlando dei Thegiornalisti, a tratti un vero e proprio fenomeno di costume. Certo, il leader è sempre il leader e Tommaso Paradiso ne è stato il leader carismatico. Da quando cantava alle feste del PD della provincia di Roma (ops ‘sta provincia romana è proprio sugli scudi!) fino allo scioglimento della band. C’è da dire che erano partiti benissimo, intercettando una domanda di musica italiana che era rimasta inevasa. Un po’ Venditti, un po’ gli anni ’80, un po’ gli Oasis. Un po’ un mix e un ritorno genuino alla centralità del testo, semplice e diretto. Siamo sempre nostalgici e i Thegiornalisti dell’esordio ci lasciano un dolce sapore: Io non esisto, Per Lei, Promiscuità, Proteggi questo tuo ragazzo, Mare Balotelli (il fantacalcio preferisce un Mare Dainelli), La fine dell’estate. Eccole sono loro. Pilastri dell’indie di questo decennio. Signora mia, è andata così.

Thegiornalisti

Per dei Thegiornalisti sovraesposti, c’è un gruppo che invece è scomparso piano piano dalla scena indie italiana. Con grande rammarico. Un gruppo? Diciamo il progetto musicale del visionario Niccolò Contessa, al secolo I Cani. Sulla sovraesposizione di cui sopra, proprio Contessa ebbe a dire, in un’intervista rilasciata all’Unità nel 2011, «Vediamo ogni giorno troppe band, troppi nomi, troppi servizi fotografici, troppe facce. Credo che il pubblico sia desensibilizzato all’immagine di band e alla rappresentazione classica di band, quindi conviene puntare su altro, ad esempio foto di cagnolini». Dichiarazioni pregnanti, nell’era della riproducibilità all’infinito dell’immagine. Dicevamo di raccontare delle storie. Roma, fine della metro B, Mc Donald’s zona Viale America, bancarelle, mezzo sole. Un’altra vita. Che non conosceva lunedì neri o default. Ma che non è stata in grado di monetizzare Questo nostro grande amore. Ma che ogni volta che ci ripensa, non può fare a meno di lasciarsi sfuggire una smorfia sorridente. Riflessa su una vetrata.

E gli outsider? Chi sono?

Sì, perché ci sono gli outsider. Come in tutte le sfide che si rispettino. E allora abbiamo deciso di sceglierne due. Due canzoni, due storie. Secche.

Giorgio Poi. Così bravo ma così poco sponsorizzato. Chitarrista di Calcutta. Disco d’esordio nel 2017 così:

Vivere in città piene di tombini/ E di bombole del gas/ Di centraline e tubature/ E strane connessioni, fibre ottiche/ E cereali auricolari/ Che fanno bene a tutte le età

Giorgio Poi

Tubature di Giorgio Poi. Novembre, qualsiasi città di questo nostro Stivale, ore 18, pioggia fredda, illuminazione pubblica, cuffiette alle orecchie, centralina della SIP (bonanima!) sul Viale, tombini brutti e poco manutenuti, e il grigio antracite che combatte fieramente con il nero. Un tuffo dal cuore alla pancia. E un torcicollo frutto di pensieri troppo scomodi e pesanti. Altro che cervicale e cose simili. Il torcicollo su nutre dei pensieri pensanti. Perché siamo materialisti anche quando ragioniamo di anima, Democrito docet!

E alla fine la più bella di tutte, almeno per chi sta scrivendo. Testo serrato, ritmato, ancorché complesso. Musica che qualcuno dice avere un’eco di Battisti. Una canzone completa, un piccolo capolavoro. Un quadro. Sì questa canzone è un quadro di colore azzurro, ocra, terra bruciata, verde e bianco. E una punta di rosso. Passione? Il cuore che pulsa e il sangue che scorre con il primo giorno di sole. Andrebbe ascoltata ogni giorno.

La ascolti in inverno e ti senti al mare; in autunno ti aggrappi agli ultimi scampoli di luce e di sole. In estate braccio fuori dal finestrino, mezzogiorno ed è subito corsa al mare.

Maggio, è primavera. Sul litorale romano fervono i preparativi per la stagione balneare, i ragazzi in comitiva giocano a pallavolo in spiaggia, una coppia litiga e poi fa pace. Si armeggia al chiosco dello stabilimento comunale. Qualcuno pesca a riva. Due signore di una certa età passeggiano sulla battigia gesticolando poco.

iosonouncane

Sono in pantaloni lunghi e neri con un telo che non è un telo ma un fazzoletto di cortesia. Bella malparata. Gesticolo tanto, imbarco sabbia in quantità industriali ma respiro l’odore del sole. Profuma di tutte le storie che crediamo immortali, nel nostro cinema privato. Nuovo cinema litorale romano.

A fine film parte Stormi di Iosonouncane. La canzone più bella di questo decennio di musica indie. Dove il giorno rivive sul profilo degli alberi.

Perdonaci Vasco Brondi per non averti inserito, ma per noi hai già vinto!

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