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Attualità

Cosa resterà del coronavirus

Si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Prima o poi torneremo alla normalità. Vediamo cosa resterà di questa esperienza.

Andrà tutto bene contro il coronavirus

Cosa resterà di questi anni ‘80?”, cantavano Raf e Umberto Tozzi nel 1989. Allo stesso modo, proviamo a fare una lista di quello che resterà di questi giorni di coronavirus, nel giorno in cui i dati indicano una lieve frenata nella diffusione del contagio. Sebbene le terapie intensive siano ancora sottoposte ad uno stress fortissimo, si comincia ad intravedere la proverbiale luce in fondo al tunnel.

La paura

L’essere umano, da quando prende coscienza della sua mortalità vive con la paura di morire. E’ una paura che, per quanto recondita e remota non ci abbandona mai, in ogni passo che facciamo. Tuttavia è una paura che riusciamo a far rimanere sullo sfondo delle nostre vite, soprattutto nel caso dei virus. Ci sono stati due virus, negli ultimi anni, che sono stati protagonisti delle cronache: l’HIV e l’Ebola; il primo tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90, il secondo nel 2014. Ma in entrambi i casi, le modalità di trasmissione impediscono alle due malattie di diventare “di massa”. Nel caso di questo coronavirus, invece, le modalità di trasmissione sono quanto di più subdolo possibile e di conseguenza chiunque lo può contrarre. E’ una paura che forse non abbiamo mai provato: è qualcosa di concreto e che può interessare chiunque e che di certo non sparirà con l’estinzione del virus o con la vaccinazione. E’ una sensazione che si riproporrà ogni volta che si affaccerà un nuovo virus, e succederà sicuramente ed è una sensazione di sospetto che ci rimarrà dentro ogni volta che stringeremo la mano ad uno sconosciuto o andremo in un luogo dove la sanità non è così sicura e presente come la nostra.

La capacità di risposta del SSN

Da giorni sentiamo notizie non certo rassicuranti dalle terapie intensive delle regioni più colpite. E’ evidente a tutti che i reparti siano ormai allo stremo e non possano reggere ancora a lungo. D’altro canto è anche vero che nessun ospedale è ancora collassato sotto il peso degli ammalati e che, nonostante tutto, il Servizio Sanitario Nazionale sta reggendo. In più, a quanto si apprende, la cavalleria sta arrivando: nuovi posti letto vengono creati ogni giorno, le donazioni sono andate a buon fine e sono in arrivo anche misure tampone a bassa tecnologia (il respiratore “doppio”) che sicuramente aiuteranno il lavoro degli ospedali. Nonostante la capacità tutta italiana di criticare tutto sempre e comunque almeno questa volta “nessuno verrà lasciato solo” e il Sistema Sanitario sta tenendo botta. E’ vero che dobbiamo dire grazie soprattutto ad infermieri e medici che con abnegazione si sacrificano ogni singolo giorno, ma è anche vero che tutta la struttura sta reggendo: vengono curati tutti. Oggi sappiamo che i nostri ospedali e il nostro sistema funziona. Come tutte le cose: può migliorare, ma non è così malmesso come noi italiani siamo soliti sospettare.

Murales medici Italia

La capacità di risposta della scienza

Nonostante i morti siano troppi e nonostante una cura ancora non si veda all’orizzonte è ormai evidente che qualche farmaco arriverà ad alleviare sofferenze e salvare le persone e che prima o poi (si parla di circa un anno) arriverà un vaccino a togliere di mezzo il virus. Ma intanto nel giro di tre mesi (il virus è comparso alla fine del 2019) la scienza è riuscita a conoscere tutto del virus, a stabilirne i comportamenti, le modalità di trasmissione e, nonostante tutto, a curare migliaia di persone. In più in Italia è stato realizzato il famoso respiratore doppio che è una tecnologia che rimarrà, sarà prodotta e sarà utile in futuro così come tutta l’esperienza sviluppata in questi mesi.
La comunità scientifica si è dimostrata in grado di reagire, indagare sul problema, capirlo, analizzarlo, in tempi rapidissimi. La comunità tutta si è mossa, riuscendo a raccogliere fondi ingenti. Si prenda come esempio la terapia intensiva del San Raffaele di Milano: realizzata grazie ad una raccolta fondi iniziata da Chiara Ferragni e Fedez e ultimata in tempi record, circa 10 giorni. Con buona pace di chi diceva che costruire un ospedale in 10 giorni come in Cina da noi sarebbe stato impossibile.

Le code al supermercato

Ci siamo scoperti un popolo in grado di fare code ordinate, cosa che sembrava impensabile qualche mese fa. Ci siamo scoperti in grado di ubbidire ai decreti (non tutti e non sempre, ma in gran parte), ci siamo scoperti resistenti. Ci siamo confermati un popolo in grado di unirsi e combattere in caso di emergenze. Sappiamo che possiamo combattere tutti insieme e affrontare sacrifici. Sembrava impossibile. Forse quando tornerà la normalità torneremo ad ammassarci come capre e ad accapigliarci per un posto in fila. Ma, almeno nelle emergenze, abbiamo imparato che sappiamo essere disciplinati (non tutti e non sempre, ma in gran parte).

Soprattutto, ha preso piede la possibilità di farsi recapitare la spesa a casa. Di certo il servizio non potrà essere gratuito e andrà modulato ma, visto il successo, è probabile che resterà diffuso.

Coda all'Esselunga di Prato

Lo smartworking

Ci sono cose dalle quali probabilmente non si tornerà più indietro: milioni di lavoratrici e lavoratori pubblici e privati lontani dall’ufficio, ma che comunque lavorano e probabilmente non vorranno più tornare in ufficio tutti i giorni. I sindacati avranno buon gioco ad insistere presso le aziende e le amministrazioni pubbliche nell’allargare la platea di lavoratori che può accedere al lavoro “agile”. Certo, l’emergenza ha portato la situazione quasi all’esasperazione ma di certo è un modello in qualche modo replicabile anche in futuro. Di certo non si potranno chiudere interi uffici e non si potrà stare a casa ogni giorno, ma è certo che la quota di lavoro da casa aumenterà e questa emergenza segnerà un punto di non ritorno anche perché i vantaggi per la vita del lavoratore sono enormi ed evidenti a tutti.

Le scuole

Improvvisamente si è capito che essere sempre ed in ogni caso uno di fronte all’altro non è necessario. Le scuole hanno chiuso, ma non si sono fermate. Dopo un iniziale periodo di indecisione gli insegnanti si sono attrezzati e hanno cominciato a fare lezione online. Anche in questo caso: sarà difficile tornare indietro. Come nel caso dello smartworking, la situazione è stata esasperata dall’emergenza, ma questo non vuol dire che il modello non sia almeno parzialmente replicabile quando si tornerà alla normalità. Il bambino che vive isolato, quello che un paio di giorni alla settimana fa fatica ad arrivare in tempo perché il genitore ha appena finito il turno di notte, quello che deve uscire prima perché altrimenti perde il bus: sono solo esempi di situazioni in cui la scuola potrebbe essere fruita da casa. Non è naturalmente un’opzione binaria: serve un metodo misto; quasi sempre a scuola ma qualche volta anche davanti al PC in casa.

Scuola

La questione ambientale

Improvvisamente si è smesso di parlare di ambiente. Greta Thunberg è sparita dai radar delle notizie, scalzata dall’emergenza coronavirus. Ma appena il virus passerà, la questione tornerà di nuovo in primo piano, aiutata proprio dal virus che ha permesso di dimostrare come l’immobilità forzata abbia reso l’aria molto più pulita. Come già detto, è ovvio che quello della quarantena forzata non sia un modello replicabile, ma una via di mezzo è sicuramente praticabile e contribuirà a decongestionare le nostre strade. Tutte le questioni affrontate in precedenza possono in vari modi alleggerire il traffico e contribuire ad avere un’aria più respirabile.

Insomma: anche in questo caso, un modello diverso è possibile e sostenibile. Toccherà al Governo applicarlo e renderlo operativo.

Questo, naturalmente, è il futuro, o almeno un futuro possibile. Nel frattempo, intanto che attendiamo con pazienza che il virus faccia il suo corso, restiamo a casa.

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